Recensione del libro di Judy Grahn

di Silvia Aonzo

Sole, Luna, Mestruazioni e altre cerimonie da creare

… come pure quando sei piccola, e vedi che intorno a te ci sono altre persone, e chiedi chi sono, e ti viene risposto che quella è tua zia, quello è tuo cugino, in questo modo ti viene prospettato un ordine del mondo in cui l’attribuzione del ruolo è centripeta nei tuoi confronti; tu diventi il Sole e come il sole hai intorno i tuoi pianeti. Le Mamme da sempre insegnano l’astronomia, oltre che la parentela.

… e quando sei adulta e capisci che essere centro è importante, e che senza il tuo posto non puoi vivere felice, allora ti chiedi quando e in che modo una regia invisibile ma spietata ti vuole fuori dalla tua posizione, nella vita sociale e nel lavoro.

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A questo pensavo mentre leggevo il libro di Judy Grahn Il sangue, il pane e le rose. Come le mestruazioni hanno creato il mondo (ed. Effigi 2020), che ho conosciuto per merito di Luisa traduttrice dall’inglese, che ringrazio. Fu lei che, venendomi a trovare un giorno di questi irreggimentati dal lock down, mi proiettò il suo power point parlandomi dei concetti inediti a cui era pervenuta Judy Grahn.

Nel libro l’autrice ci fa partecipi della sua teoria, secondo cui le arti e le scienze avrebbero preso forma da intuizioni scaturite dal vissuto di noi donne in relazione al ciclo mestruale.

E non si limita solamente a esporre la seppure interessante corrispondenza tra il calendario primitivo e il susseguirsi delle lune, attribuzione permessa dalla lettura dei ritrovamenti archeologici del Paleolitico superiore. Gli intagli rinvenuti sui calendari di osso pare infatti che segnalassero lo stretto legame tra transito lunare e ciclo mensile femminile, avendo come somma il numero 29,5/30 (ventinove giorni e mezzo/ trenta). Judy Grahn suggerisce che fu proprio questa corrispondenza, insita in noi, a dare la forma primigenia al pensiero razionale e a portare le antenate primitive a mettere le basi per la nascita delle misurazioni, l’aritmetica, la geometria, le arti e l’artigianato. Ma non si accontenta dell’interpretazione delle evidenze o delle deduzioni che ricava dai documenti. Va oltre: ci vuole dare di più di sé, e da studiosa e poeta, animatrice del suo pensare, ci fornisce prima l’intuizione preziosa e poi la deduzione della condizione che l’ha precostituita, quella che lei chiama “processo di separazione” e che è ciò che noi, donne umane (a differenza delle femmine animali che non hanno il periodo di 29 giorni), facendo esperienza della stretta corrispondenza tra il ciclo e le fasi lunari, viviamo uno stato interiore unico nella natura, complesso ed affascinante, interconnesse alla luna ma nello stesso tempo indipendenti.

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La capanna riservata alle mestruate sarebbe stata concepita dalle donne con questo preciso significato; da dentro a fuori. Dentro la capanna per stare fuori vicino alla luna a guardare (considerare) il mondo, fuori dalla capanna per stare dall’interno di sé verso il mondo, contrariamente a quanto asserito dall’antropologia classica e dal pregiudizio corrente, che hanno dedotto che le donne venissero escluse dal gruppo perché impure.

Analizzando minuziosamente i divieti impartiti (ad esempio quello di non bagnarsi, di non bere, di non vedere la luce), rileggendoli da una nuova ottica, e cioè che il divieto è messo di guardia a evitare il rischio di rompere l’equilibrio del sistema “dentro e fuori”, ne deduce che le donne si sono rese conto di avere il potere di regolare il cosmo e il mondo, e la responsabilità necessaria a proteggere l’ordine perfetto delle cose.

Così come la capanna, e il continuo entrare e uscire, è la rappresentazione in concreto del ragionamento raffinato e complesso dell’entrare e uscire da sé in relazione con il cosmo, il mondo e gli eventi esterni, tante altre sono le metafore che generano metaforme, i concetti che diventano concreti per ritornare poi ad agire nel mondo e costruire, come fossero tanti mattoni, la civiltà.

Se mi soffermo a considerare il libro, mi accorgo che Judy Grahn sta parlando riprendendo in mano le redini di ciò che ci accade in quanto femmine, cosa non scontata di questi tempi, nell’era del materialismo in cui sussiste la messa in secondo piano, e addirittura la cancellazione, della logica femminile del sangue, malauguratamente scalzata dal logos maschile, quello del sangue che segnala la morte, l’uccisione. “Se le donne sanguinano senza morire, sono mostri di cui avere paura, addirittura terrore”, ci dice questo logos. Noto con piacere che il pormi progressivamente da questo lato, dare fiducia a Judy Grahn, mi offre un ribaltamento della versione corrente.

Togliere il consenso al pervasivo sistema maschile, soprattutto per quel che concerne le donne, pare anche a me uno dei passi principali per ripulirmi dai retaggi patriarcali, passi necessari per uscire dai quei pensieri che poi immancabilmente si rivelano indotti. Ma non è affatto cosa facile.

Nei fatti, l’autrice ci propone di uscire dal sistema, tornando a ragionare di nuovo tra noi, di come eravamo, di come le donne antiche avessero messo le basi per la civiltà partendo dalle mestruazioni, cioè partendo da se stesse. Prendendo forza dalle origini, ci racconta, confortata da una copiosa bibliografia, come si viveva in principio e così facendo ci rimette al centro.

Si spinge anche ad immaginare il momento in cui la primate protoumana è passata dalla zona sicura del pensiero istintuale animale, a quella sconosciuta del pensiero responsabilizzante. Un momento durato forse millenni, in cui la femmina della specie ha vissuto uno stato d’incertezza di fronte a un cambiamento epocale, che lei chiama appunto l’Abisso.

Mi chiedo se anche oggi stiamo vivendo lo stesso tipo di ansia, e se siamo di fronte a un nuovo Abisso. Andare indietro nel tempo, nella coscienza preistorica, scoprire la potenza femminile ancestrale, ci dovrebbe spingere a prendere la rincorsa verso ciò che sarà, dovremmo tornare a ripristinare la centralità perduta, ritrovarla dopo grandi fatiche e secoli di sofferenze e secondarietà, e poi raccontare alle figlie di queste tribolazioni immense per lasciare testimonianza: potrebbe essere questo il cambiamento epocale a cui andare incontro.

Perché allora non incominciare a dare sacralità agli eventi unici del nostro corpo? Perché non tornare a festeggiare l’inizio delle mestruazioni per le ragazze? Un evento simile deve essere celebrato, è talmente importante! In quel momento inizia un altro periodo della vita, sarai chiamata ogni 29 giorni a raccogliere le tue energie, a canalizzare le intuizioni spirituali in maniera diversa da come facevi prima. Anche le donne che non ce le hanno più o non ce le hanno ancora dovrebbero festeggiare, connettersi con le altre, stare insieme. In questo modo le mestruazioni ritornerebbero a essere molto di più che un accadimento mensile. Ecco, credo proprio che Judy Grahn abbia intravisto uno degli inizi possibili per ripristinare il giusto ordine delle cose.

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Per finire, io posso dire di avercela avuta una specie di cerimonia, e solo adesso capisco appieno la sua preziosità.

Avevamo 12 anni, io e mia cugina, quella che frequentavo più spesso, la figlia della figlia di quelli dell’edicola dei giornali. A un certo punto abbiamo avuto il menarca a distanza di pochissimo tempo l’una dall’altra. Un giorno di quelli, le nostre Mamme, d’accordo tra loro e in un’atmosfera di festa, ci hanno consegnato le pezze con l’asola e la fettuccia di cotone.

Una consegna simbolica a detta loro, “Non sono da usare” visto che già esistevano gli assorbenti di ovatta. Le avevano avute dalle rispettive Mamme. Che momento! Ce le ho ancora, le tengo come una reliquia nel cassetto. Che tenerezza e che valore!

Erano i magnifici anni ‘70, e a Savona qualcuna girava e diceva cose buone alle Mamme.

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