L’invidia del sangue

di Luisa Vicinelli

Riporto qui uno dei miti raccolti dall’antropologa brasiliana Betty Mindlin perché grazie alla sua preservazione dei miti e della letteratura orale dei gruppi etnici del Brasile, possiamo scorgere, al di là della narrazione colorita e criptica che caratterizza le mitologie a cui siamo meno avvezze, alcuni aspetti della teoria della mente mestruale spiegata nel libro “Il sangue, il pane e le rose. Come le mestruazioni hanno creato il mondo” di Judy Grahn: nella fattispecie l’inversione narrativa a cui sono ricorsi gli uomini per confermare il posto al sole conquistato usurpando la saggezza e l’importanza delle donne. Qui si racconta di un’epoca delle origini, ma si evidenzia anche un tabù molto discusso attualmente, quello dell’incesto che, sia secondo Evelyin Reed (autrice dell’Evoluzione della donna) sia secondo Helen Diner (che nel suo Mothers and Amazons ci offre il sapere etnografico e antropologico a disposizione degli studiosi nella prima metà del XIX secolo), appare molto più tardo e legato a un sistema di parentela già pienamente patriarcale.

Tratto da “Mariti alla brace. Miti erotici dell’Amazzonia”, edizioni La Linea 2012.

Le mestruazioni, i fratelli amanti, la luna e il jenipapo

Narratrice:  Überika Sapé Macurap

Traduttrice:  Biweiniká Atiré Macurap

Anticamente erano gli uomini ad avere le mestruazioni. Dovevano restare reclusi in una capanna, seduti a terra, con il sangue che scorreva giù dal pinguelo. Le cose per loro stavano così, mentre le donne invece potevano andarsene in giro belle tranquille. Ma un giorno una donna sposata fece l’amore con il suo amante quando era mestruato, così lui versò il sangue nella sua fica. È da allora che le donne iniziarono ad avere le mestruazioni al posto degli uomini.
La storia delle mestruazioni viene raccontata anche in un altro modo.
C’era una ragazza non sposata, ancora molto giovane, che da un giorno all’altro cominciò a ricevere di notte nella sua amaca le visite di un innamorato. La prima volta lei era semiaddormentata e, aprendo gli occhi nel buio, sentì un corpo forte che l’abbracciava. Lo sconosciuto le disse di stare tranquilla, le sussurrò tante paroline dolci, rivelandole che gli piaceva da tanto tempo e che era pazzo d’amore per lei, e l’accarezzò con tanta delicatezza e perizia che, alla fine, lei si lasciò fare. Ma era impossibile vedere il volto dell’amante, non c’era nemmeno un lume acceso.
Passato un po’ di tempo, la ragazza cominciò a essere curiosa di sapere chi fosse il suo amante. Raccontò ai parenti e alla madre che era molto felice, ma non sapeva con chi. La madre le consigliò di tingere il viso del seduttore, durante la notte, per scoprire così la sua identità il giorno dopo.
La ragazza aveva molto urucum, che le serviva per tingere le sue cinture, e dopo l’amore pitturò il viso dell’amante. Il giorno dopo osservò il volto di tutti gli uomini: nessuno era dipinto. Si vede che il ragazzo si era svegliato presto e si era lavato la faccia nel fiume.
Pensando che il bagno potesse aver sbiadito la pittura, la ragazza decise di provare con un’altra tintura, quella di jenipapo, che non se ne va per molti giorni, neanche con l’acqua. Lasciò un vasetto con la tintura accanto all’amaca, e quando l’amante si addormentò lo pitturò con delicatezza, facendo in modo di non svegliarlo.
Il giorno dopo, all’alba, andò a riscaldarsi al fuoco con tutti gli abitanti della capanna. Guardava gli uomini, cercando la pittura, ma non vedeva nessun volto dipinto. Notò però che c’erano tutti, tranne suo fratello, e un brivido freddo le percorse la schiena.
Di lì a poco il fratello li raggiunse accanto al fuoco. Era stato a bagnarsi nel fiume gelato, e ora tornava insieme agli altri, senza accorgersi che il suo volto era rimasto dipinto.
“Allora è proprio mio fratello l’uomo di cui mi sono innamorata nel buio!” si lamentò la ragazza, scoppiando a piangere.
Il fratello si allontanò, morto dalla vergogna e dalla tristezza. Andò a nascondersi nella foresta, poi chiamò un amico per avvertirlo di quel che pensava di fare: “Me ne vado via in cielo, non mi resta che scomparire! Qui non c’è più posto per me, ho fatto quello che non dovevo con mia sorella. Sarò Uri, la Luna. Apparirò nel cielo tra qualche giorno, tu dirai ai nostri compagni di uscire dalla capanna per vedermi, e quando io comparirò nel cielo dovranno chiamarmi Uri, il mio nuovo nome”.
Fu così che il fratello se ne andò dalla terra. Per tre giorni le notti furono scurissime e nessuno lo vide. Il terzo giorno, di notte il cielo si illuminò.
L’amico chiamò tutti in cortile: “Venite a vedere Uri, la Luna!”
La sorella uscì fuori con gli altri. Sapeva già che si trattava del suo amante proibito.
Lo guardò solo per un po’, poi rientrò nella capanna. Ma restò lo stesso mestruata. E da allora sono le donne a essere mestruate.

E per non farci mancare niente, sempre nello stesso libro, alla fine del mito intitolato Le Amazzoni, le donne senza uomini, le Kaledjaa-ipeb, le donne-nere, un endorsement alla guida femminile della società e la nostalgia per l’eutopia perduta:

“Non gli restò che ritornare al suo villaggio, più triste che mai. Con un amaro sentimento di vendetta, raccontò alla madre che del Testardo non restavano altro che le ossa: niente di più giusto che la morte per colui che aveva messo fine alla sua felicità, divisa tra i due mondi.
Così, per l’intromissione del Testardo, gli uomini persero per sempre la possibilità di ricevere gli insegnamenti delle donne senza uomini, perché di certo, quando il marito si fosse ben ambientato tra di loro, quando avesse avuto i figli come compagni, quelle gli avrebbero rivelato i poteri delle foglie, e i segreti della caccia e della pesca abbondante.

Betty Mindlin è un’antropologa brasiliana di fama internazionale, conosciuta in particolare per il suo impegno a difesa della causa indigena e della preservazione dei miti e della letteratura orale dei gruoppi etnici originari del Brasile. I suoi libri sono diventati classici dell’antropologia contemporanea.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...