Stalking, come eravamo…

di Luisa Vicinelli. Evergreen scritto il 16 giugno 2015…

Piange il telefono, qualche legge sulle note

È il titolo della canzone con cui nel 1975 Domenico Modugno sdoganava a suon di italiche lacrime lo stalking, ancor prima che il fenomeno fosse riconosciuto e punito dalla legge. Se non ci credete, controllate il testo. Intanto vi faccio un riassunto: uomo innamorato cerca di contattare donna tramite la figlia (di cui pare sia il padre), colto da pentimento dopo averle abbandonate entrambe. La bambina non ci crede (ci vuoi bene? Ma io non t’ho mai visto). Lo stalking è rivelato sempre per bocca della figlia “Sei il signore dell’altra volta? Quando chiami tu [mamma] mi dice sempre ‘digli che non ci sono’”. L’uomo soffre da sei anni (praticamente da quando ha mollato la donna incinta, ma perché se n’è andato allora?), pare anche che le abbia seguite mentre andavano in vacanza. Dopo essersi reso conto che la madre non ha pietà e che il filtro al telefono tiene benissimo, lascia presagire un suicidio.

Un’analisi del 2015, quarant’anni dopo…

Lo stalking è stato riconosciuto reato nel 2009: dall’ultimo rapporto Istat ne sono state vittime 3 milioni e mezzo di donne, uno e mezzo ad opera dell’ex partner. Linda Laura Sabbadini, direttrice del Dipartimento statistiche sociali e ambientali, afferma che solo il 15% di queste si è rivolta alla polizia. L’Istat specifica anche che il 60% dei casi risale a prima del 2009, il 38,7% agli ultimi cinque anni e nel 2014 la percentuale è del 14,8%.

Ultimamente l’attribuzione di paternità è stata consentita nel 1975, con la nuova legislazione che equiparava i figli naturali a quelli legittimi. Ma nella pratica aboliva solo il divieto del genitore sposato (sia maschio che femmina, chissà quante donne pur avendo una famiglia mettevano al mondo figli di qualcuno altro e a lui li abbandonavano!) di riconoscere una prole al di fuori della sacra famiglia culla della legalità. La donna della canzone di Modugno quindi avrebbe dovuto aspettare il 1975, procurarsi i testimoni necessari a convincere il Tribunale a dar luogo a procedere (dal 2006 si può procedere senza questo passaggio) all’attribuzione di paternità (chiesta chiaramente a tutela dei diritti della figlia) e a lei sarebbe andata bene visto che dopo sei anni dal concepimento il padre sembrava pronto a essere tale. Comunque avrebbe dovuto cambiare il cognome della figlia, perché è solo dopo una storica sentenza del 2006 che il minore di riconoscimento tardivo può conservare il cognome del primo genitore – nella stragrande maggioranza dei casi una donna – che se ne è assunto la responsabilità legale.

La donna in questione invece non avrebbe potuto accedere all’IVG (la legge che lo consente è del 1978, anche se oggi è sotto attacco) e sarebbe stato davvero un peccato, perché non avremmo avuto una canzone così commovente! Forse potrà anche aver usufruito della legge ex OMNI (in vigore dal 1967) per ottenere qualche aiuto, ma come tante affronta la situazione da sola, testuale nelle parole della bambina: “… ma dato che la mia mamma lavora è una vicina che mi accompagna a scuola però ho solo una firma sul mio diario, gli altri hanno quella del loro papà io no”. Oggi come allora la donna non avrebbe potuto rifiutarsi di far riconoscere la figlia – oggi perché Un’ampia legislazione tutela l’interesse del minore, che prevede l’accettazione del rifiuto solo per casi davvero limite come delinquenza grave, insanità mentale ecc., e allora perché era ancora in vigore il matrimonio riparatore (abolito solo nel 1981): al piagnucolone sarebbe bastato dire che voleva riparare a un momento di libidine incontrollata e avrebbe avuto quella donna e madre che non gli vuole nemmeno rispondere al telefono tutta per sé. L’epilogo della storia è un “suicidio” quindi che poteva tranquillamente evitare se si fosse attenuto alle leggi ma che dopotutto gli fa onore: oggi quando succede per motivi “sentimentali”, ci sono stati prima omicidi di mogli e figli.