Una nuova iconografia di Max Dashu

Queste statuette non sono “Veneri”

di ©2020 Max Dashu

Una traduzione di Mara Curetti

La lingua che usiamo conta, e molto contano le immagini


Icona paleolitica in avorio di mammut di Laugerie-Basse, Francia (8 cm)

Ho passato cinquant’anni a studiare la documentazione culturale alla ricerca di società in cui le donne fossero libere, con il fine di decolonizzare la storia (e i miti sulla storia) che sono stati tramandati come “verità” nelle narrazioni della “cultura occidentale” (e di altri patriarcati). Passando in rassegna i resoconti archeologici, ho visto che più guardavo in là nel passato e più apparivano statuette femminili negli scavi. E in effetti, queste figurine antiche – in pietra, avorio, osso e ceramica – si sono rivelate le icone centrali del Paleolitico e del Neolitico. Sono le prime rappresentazioni umane e sono, in assoluta maggioranza, femminili. Nel 2008 ho creato il poster Icone femminili, Madri ancestrali riportato alla fine di questo saggio, per far vedere la portata globale di queste antiche icone femminili, dal Paleolitico sino ai tempi moderni. Ci sono voluti decenni di ricerche attraverso riviste specialistiche poco note per scoprire quanto questo fenomeno fosse globale. Concentrati su ricerche di sovrani, capitani e armi, gli scrittori e gli editori hanno ignorato questa iconografia femminile. Spesso hanno ritenuto che le culture in cui le icone femminili erano preminenti non fossero importanti. Di norma hanno liquidato le piccolo icone femminili catalogandole come giocattoli, “giovani danzatrici” e “concubine”, e, in modo più grossolano ancora, come “idoli di fertilità”. Perfino oggi archeologi e altri accademici persistono nel confinarle in questo stereotipo riduttivo, che appiattisce una più ricca disamina del loro significato culturale e spirituale, ed è inquinato dalle discriminazioni anti “idolatria” delle religioni patriarcali. Il termine “statuetta di Venere” viene anche usato diffusamente per imporre una cornice d’interpretazione aliena, e non soltanto per via del suo eurocentrismo ma perché proietta una riduttiva pretesa di “oggetto sessuale” su un’iconografia che ha una ben più vasta varietà di significati e usi cerimoniali.  Qualcuno dirà: “Ma Venere era una dea – cosa c’è di sbagliato in questo?” Poche persone sono peraltro consapevoli che l’etichetta in se stessa è nata dal Marchese di Vibraye e dalla sua sardonica descrizione di una piccola statuina paleolitica ritrovata nel 1864 nella sua proprietà di Laugerie-Basse in Dordogna.  In quanto aristocratico educato alla cultura classica, il Marchese la chiamò “Venere impudica”, giudicandola “immodesta” in contrasto con l’archetipo romano della Venere Pudica. Avrete visto alcune delle molte statue di Venere che si copre i genitali con una mano e i seni con l’altra in un gesto di vergogna. Infatti, pudica si traduce sia come “vergogna” sia come “modestia”, e in ultima analisi l’etimologia riporta a “farsi indietro”, come fa visibilmente la Venere delle statue.

Due sculture romane di Venere Pudica che incarnano vergogna e timore.

La parola pudendum deriva dalla stessa radice latina pudenda  (“cosa di cui ci si dovrebbe vergognare”) che storicamente è stata usata molto più spesso per la vulva piuttosto che per i genitali maschili. Queste icone di un’era molto più antica rappresentano l’opposto della mentalità di uno sguardo maschile patriarcale. Sono autonome e potenti, essendo nate in una realtà culturale completamente differente. Le classificazioni moderne impediscono di prendere in considerazione il vero significato di queste icone femminili. Non riescono ad accettare la possibilità che siano rappresentazioni di antenate femminili, come suggerirebbe il paragono con esempi più recenti. Non riescono a considerare il contesto cerimoniale di queste statuine, o la loro valenza connettiva e collettiva, perché alle antipodi delle gerarchie sociali che così tanti antropologi sono andati cercando.

La Lei di Willendorf, in assoluto la più famosa di queste antiche icone.

Le ipotesi patriarcali nelle analisi archeologiche “procedurali” hanno gettato un’ombra lunga sull’interpretazione delle antiche icone. Non cercano mai di considerare l’esistenza di culture matriarcali indigene, ancor meno considerano l’importanza delle antenate matrilineari di quelle società, nelle cerimonie così come nell’iconografia. Al contrario, la nomenclatura prevalente impone una lente che è sia patriarcalizzante che eurocentrica. Ci consegnano non solo la “Venere di Willendorf”, ma anche la “Venere di Curayacu’” (Perù), la “Venere di Kondon” (Manciuria), la “Venere Jomon” (Giappone) e innumerevoli altre. (pur rifiutando questa moderna interpretatio romana, devo dare merito agli studiosi italiani che, come molti europei dell’Est, sono stati di gran lunga più disponibili a recepire la sacralità delle icone femminili antiche dei loro colleghi accademici anglofoni (di USA, Regno Unito, Australia, ecc.). Se è necessario analizzare le ipotesi incorporate nella trattazione delle icone antiche, di primaria importanza è portare alla conoscenza del pubblico l’intero quadro archeologico e renderlo visibile. È nostro compito riportare le donne dentro la memoria culturale, studiare e rivelare quello che è stato tenuto nascosto. Non si tratta di chissà quali importanti e astruse teorie o terminologia. Questo studio sulle icone femminili ignorate ci conduce lungo una serie di toponimi rivelatori e orizzonti culturali: i siti con tumuli di Badari, Naqada, Halaf, Chassey, Yarmouk, Saladero, Barranco; Harappa, Mohenjo-Daro, Kulli e Mehgarh; Niuheliang, Jomon, al-Ubaid, Samarra e Hassuna, Be’er Sheva; Chalcatzingo, Las Bocas, Tlalica, Chupícuaro; Nicoya-Guanacaste; Valdivia, Marajó e Tapajós, Condorhuasi; Anau, Kültepe e tutte gli altri di Iran e Turkmenistan, quelli in Iraq e in Oriente.

Andando ancora più indietro nel tempo, troviamo Hohle-Fels, Dolni-Vestonice, Laussel, Brassempouy, Balzi Rossi, Chiozza, Savignano. E poi naturalmente c’è Willendorf, e anche Kostenki, Gagarino e Malta. Ancor prima abbiamo le figure di pietra di Tan-tan in Marocco e Berekhat Ram in Israele/Palestina. I rinomati reperti di Çatal Höyuk e Hacilar sono integrati da siti archeologici dell’Anatolia meno conosciuti come Kösk Höyuk e Bademagaci. Possiamo passare in rassegna i meglio conosciuti orizzonti dell’Antica Europa – Konakovo, Sesklo, Cucuteni-Tripillya, Vinča – e della Mesopotamia dell’Età del bronzo, e del Sudan dal basso Neolitico fino ai primi secoli dell’Era cristiana.

Da sinistra: 1-Una ricerca sul web mostra che questa statuina è spesso descritta come la “Venere Jomon”. 2Harappa, Pakistan, terzo millennio a.C. 3-Sudan, 3000 a.C. dal cosiddetto “Gruppo A”. 4-Ohio meridionale, il cosiddetto “Turner Mounds”, 500 circa.

Icona anatolica proveniente da Hacilar, Turchia, di oltre 7000 anni fa.

Molte di queste eredità ci arrivano etichettate con esonimi coloniali; il “Gruppo A” del Sudan neolitico, la cultura “Basketmaker” degli antichi Pueblo, o la cosiddetta “cultura Fremont” dello Utah. Dall’Illinois all’Ohio, le statuette e i siti delle culture del Mississipi ebbero tutte nomi dati dai coloni europei che occuparono queste terre. “Hopewell”, “Turner Mound”, “Mann site”. Ci deve senz’altro essere a livello culturale un titolo più evocativo per le piccole statuine di “Poverty Point” (Luogo della Povertà), “Louisiana” o per quelle grandi ritrovate in Mali nell’entroterra del Delta del Niger. È difficile trovare i nomi della cultura Nok della Nigeria per quei siti o per quelli che li hanno preceduti, o per le millenarie statuette dello Zimbabwe. Ma esistono. Recentemente, uno dei miei studenti mi ha chiesto: “E dunque, come dovremmo chiamarle?” La mia risposta secca fu “icone femminili”, termine che conserva la sacralità e allo stesso tempo preserva il più ampio spettro possibile di significati. Questo è stato il nome più semplice, chiaro e scevro di significanti che sono stata in grado di produrre. Ma sarebbe necessaria una molteplicità di nomi possibili, motivo per cui io uso anche “madri ancestrali” o “donne ancestrali” o “nonne paleolitiche”.

Bambola di nonna Odas della tribù Lenape, al Museo Indiano Americano.

Qualche volta le chiamo anche “statuette antiche” o “statuette femminili” per amor di massima chiarezza sui  manufatti a cui mi sto riferendo. L’appellativo “dee” è stato molto criticato ma lo spettro che va da “Grande Madre” ad “antenate del clan” non è da scartare, specialmente da quando alcune di queste immagini sono state ritrovate all’interno di santuari. Ci vorrà un po’ per costruire un linguaggio comune dove i riferimenti possano essere compresi da tutti. In Giappone le icone sono chiamate dogu, alcuni le traducono con “bambole” ma letteralmente significano “statuette di argilla”. Poiché il nome inglese “doll” (bambola) è stato usato in senso sprezzante per tantissimo tempo nei testi archeologici, mi si drizzano i capelli. Ma gli archeologi giapponesi ne riconoscono la portata sacra e hanno notato che erano posizionate in quelle parti delle case dove c’era l’altare. Dopo averci riflettuto per un po’, ho compreso che “bambole sacre” è una dicitura descrittiva che emerge nei vissuti dei contesti indigeni, sia che si tratti delle rappresentazioni intagliate di antenate chiamate Mwana Hiti in Tanzania, sia per le statuine di nonne Odas dei Lenape del Nord America, dove le donne mantengono viva la tradizione di creazione delle bambole. Queste icone in legno o argilla, avvolte in foglie d’erba e perline rappresentano le antenate femminili nelle iniziazioni delle donne anche in alcune parti del Sud Africa. Figurano nelle preghiere e nelle cerimonie per la fertilità presso gli Ashanti e varie altre popolazioni africane. L’uso cerimoniale delle piccole icone è anche indicato in un gran numero di antichi contesti archeologici che ci offrono uno scorcio sulla pittura e sugli emblemi rituali. Nominare è molto difficile. Sono decenni che mi batto contro le ipotesi codificate di “bambole della fertilità” e “statuette di Veneri”.

Negli anni ’70 e ’80 femministe e pagani le chiamavano “dee” perché ne riconoscevano la sacralità e la potenza. Lottavamo contro i puristi che sostenevano che le statuette erano storicamente e culturalmente irrilevanti e trattavano qualsiasi concetto di dea come una specie di eresia non tollerabile in ambito accademico. La nostra definizione di dea differiva notevolmente dalla loro. Noi la concepivamo come immanente, diversa dal dio patriarcale distante, trascendente e disincarnato e la vedevamo portatrice di una gamma di significati: dell’Essere, di varie entità, di coscienza in ogni cosa e attraverso i cicli della vita e della morte. La riconoscevamo come verbo, come trasformativa e trasformante e non una cosa oggettiva che stava separata e appartata. La riconoscevamo come antenata, come sconfinato potenziale femminile. Anche tutto questo però è diventato complicato per ragioni diverse da quelle espresse dalla vecchia guardia accademica. Molte donne indigene hanno sollevato obiezioni riguardo la nomenclatura della dea. Alcune preferiscono parlare di spiriti, di esseri primordiali o spiriti della natura o degli antenati. I Navajo li chiamano “la gente santa” piuttosto che “dei e dee”. Spesso poi questi esseri sono descritti da termini di parentela come Nostra Madre, la Vecchia che Non Muore Mai, presso i Mandan. Gli Shawnee onorano Nostra Nonna la Creatrice, Kokomthena, che è chiaramente una divinità. Ci sono una varietà di approcci culturali all’interno dei vari gruppi etnici. Nella tradizione pueblo, Nonna Ragno agisce come creatrice (vedi gli scritti di Leslie Marmon Silko e Paula Gunn Allen). Barbara Mann ha tracciato le storie di una co-creazione da parte di esseri multipli (e questo è vero non solo nella  tradizione irochese). Tra l’altro vede la fusione nel XX secolo del discorso narrativo sul “Creatore” come il prodotto dell’influenza cristianizzante. Ho letto e sentito di tradizioni nordamericane che parlano di creatore in termini maschili, ma negli ultimi decenni ho notato un cambiamento nelle preghiere, che prima erano indirizzate a un “nonno” (Grande Padre) e che ora vengono rivolte a una “nonna” (Grande Madre), o viceversa. La stessa cosa l’ho vista accadere nelle preghiere dei Mapuche alle Grandi Madri e ai Grandi Padri dell’est, del sud, dell’ovest e del nord. Questo ci rivela i diversi percorsi del linguaggio che costituisce il centro della cultura e le sue fondamenta filosofiche. Deità, divinità, diosa, déesse, dea, dia, diva, devona, devi, diwiya tutte derivano da una radice proto-indoeuropea che vuol dire “splendere”. Dea aggiunge un finale al femminile da romanzo rosa a una radice germanica che originariamente non aveva genere, ma che poi è stata trasformata in “dio”.

Il significato del protogermanico ghu∂án e la sua etimologia sono incerti. È credenza condivisa che derivi dal participio perfetto neutro di origine proto-indoeuropea di *??u-tó-m. Assomiglia molto alla parola persiana che significa dio, Khudan. Questa versione di un (tardo) proto-indoeuropeo è essa stessa ambigua, e si pensa derivi dalla radice *??eu?, “versare, libare” (l’idea sopravvive nella parola olandese ‘Giet’, che significa versare, in sanscrito huta, forse “hot” in inglese?) o dalla radice *??au? (*??eu?h2-) “chiamare, invocare” (in sanscrito h?ta) [tratto da “God” (dio) in Wikipedia]

Quello che trovo interessante del termie ghu∂án è che comprende sia le divinità che gli antenati. Così quando risaliamo alla radice dei significati europei per la parola dea, troviamo “animacy”, “lo stato di essere vivo e animato”. (Questa precisazione proviene da Robin Wall Kimmerer, botanica potawatomi, ed è molto utile, poiché i pregiudizi colonialisti applicati all’“animismo” costituiscono già da un pezzo un problema). Ci sono anche “splendere” o “fare offerte, invocare, richiamare”; entrambi questi significati si possono applicare a una varietà di esseri, dalle divinità agli antenati, agli spiriti incarnati della terra. Ci sono inoltre molti esempi nelle culture europee dello stesso uso di termini apparentati nell’indicare il divino, dalle pietre matronae e matres a Y Mamau del Galles, un nome fatato che significa “le Madri”. Non dobbiamo dimenticare nemmeno le quattro dozzine di tipi di mate adorate in Lettonia, da Žemyna  (Madre Terra) alle mate del mare, della foresta, della sabbia e del fuoco.

Ma torniamo al termine “Venere” e ai modi in cui è stato usato in tempi moderni. Si conosce molto poco sulla Venere arcaica presso i Latini. Nessuna immagine di lei sopravvive oltre la polarità sessuale-ma-con- riserbo che i Romani (e anche gli Etruschi) avevano assorbito dagli Elleni. Qui però le distinzioni etniche erano maggiori di quanto generalmente si pensi. (Quante persone pensano a Saturno come a un dio dell’agricoltura, per esempio? Lo era per i Romani – molto diverso dal Kronos dei Greci. E chi ha mai sentito parlare di sua moglie Opi che un tempo fu un’importante dea Latina?) Dietro a Venere c’è Afrodite e dietro di lei c’è la dea semitica Astarte/Ishtar. A ogni cambiamento culturale anche lei si trasforma – in direzione sempre più patriarcale. Il punto qui è capire come Venere fu fatta diventare uno stereotipo per lo sguardo maschile e come questo non coincida con l’effettiva sessualità femminile – nonostante la pesante insistenza che lo sia; di reale qui ci sono solo le proiezioni patriarcali. Lo stereotipo fortemente sessualizzato non cessò con i Romani ma fu portato avanti attraverso tutte l’arte europea, con le pitture e le sculture medievali e rinascimentali, barocche e romantiche, come un modo assoluto di guardare al corpo femminile, di definire come fossero le donne.

“La nascita di Venere” del Botticelli. O, come dice Joan Baez, “la ragazza nella conchiglia”.

Gli artisti maschi mantennero entusiasticamente in vita la Venere Pudica, con le mani appoggiate senza risultato su seno e genitali, o mollemente sdraiata en déshabillé, la testa reclinata, generalmente con lo guardo rivolto in basso o verso un punto indefinito. Solo di rado ci guarda negli occhi, come invece fanno moltissime statuette arcaiche, nelle loro audaci posizioni, con i corpi ampi e grassi che si prendono lo spazio senza contrarsi o scusarsi. Una cosa che colpisce, a proposito della maggioranza di queste immagini, che si tratti di Botticelli o di Rubens o di Goya, è come le ginocchia di Venere siano disegnate strette e unite, specialmente quando è ritratta in piedi. È la stessa posa femminile che la moda ha insegnato ad assumere. Qui ci sono gli esempi della posizione difensiva e, nascosta, la paura dello stupro. Molte di noi sono state rimproverate perché non tenevano le ginocchia chiuse e le gonne abbassate, in contrasto con il sedersi a gambe divaricate degli uomini. Queste codifiche negative sono delle malie culturali – e molte donne sono totalmente inconsapevoli della loro origine –  profondamente incorporate nel modo in cui ci hanno insegnato ad apparire, muoverci e sentirci nel corpo. E se non lo facciamo, ci sono delle conseguenze. Se lo facciamo, ce ne sono altre. Questi diktat sono duri a morire. Continuano a essere diffusi perfino oggi. Sono la tappezzeria culturale della società dominante. Dovrebbe essere una “posa sexy”, ma appartiene nello specifico a una cultura, quindi ben lontana dall’essere universale, e definisce la norma in una maniera che la maggioranza delle persone deve ancora capire. Tutte queste ipotesi e proiezioni vengono evocate quando si parla delle “statuette di Venere”, anche se non ce n’è la consapevolezza.

C’è un altro aspetto nell’usare l’appellativo Venere che ha un contenuto fortemente razziale. È stato usato come insulto razzista e dileggio sessuale per descrivere una donna khoekhoi, Sara Baartman, chiamata “la Venere Ottentotta”. I suoi rapitori la fecero sfilare in bizzarre scenografie in Inghilterra, Irlanda e Francia. (Non fu la sola donna khoekhoi a essere trattata in questo modo, solo la più famosa.) Morì a causa di questa cattività solitaria e alienante in mezzo a stranieri ostili. (Voglio ringraziare Sid Reger per aver attirato l’attenzione sull’uso sprezzante e spregevole di “Venere” per degradare Sara Baartman e tutte le donne africane vittime di quest’abuso.) Dalla fine del 1700 e per tutto l’800, gli Europei pubblicarono una serie di vignette orribili e offensive di donne sudafricane, mettendole in contrasto con gli standard bianchi di bellezza e femminilità e mostrandole come “selvagge” senza nessun diritto ai diritti, a barriere di protezione o di rispetto.  Ciò ha reso possibile che una donna khoekhoi fosse trafficata come “curiosità” esotica dopo averla allontanata dalla sua gente e dal suo paese, sottoposta ad abusi, presa in giro e ridotta in miseria. “Sara venne trattata esattamente come un animale. Ci sono tracce che suggeriscono come a un certo punto le fu messo un collare al collo.” Nel 1814 fu venduta a un domatore di animali francese: “Georges Cuvier, fondatore e professore di Anatomia comparata al Museo di Storia Naturale, esaminò la Baartman, per cercare la prova del cosiddetto anello di congiunzione tra animali ed esseri umani. [!] Dopo essergli stata venduta, fu violentata e messa incinta da S. Réaux per fare un esperimento. La bambina fu chiamata Okurra Réaux e morì a cinque anni di età di una malattia sconosciuta. “Dopo la sua morte, (Georges) Cuvier ne dissezionò il corpo e mise in mostra i suoi resti. Per più di un secolo e mezzo, i visitatori del Museo Man di Parigi hanno potuto vederne cervello, scheletro e genitali così come un calco in gesso del suo corpo… Cuvier interpretò i suoi resti, in linea con le sue teorie sull’evoluzione delle razze, evidenziandone i tratti da primate. Egli pensava che le sue piccole orecchie fossero simili a quelle di un orango tango e paragonava l’esuberanza di quando era ancora in vita alla rapidità di una scimmia.” “La Baartman visse in povertà e morì a Parigi di un’imprecisata infiammazione nel dicembre del 1815. I suoi resti furono restituiti nel 2002 al Sudafrica, dove fu sepolta a Eastern Cape nella giornata Nazionale delle Donne sudafricane.” (tratto da https://en.wikipedia.org/wiki/Sarah_Baartman)

Da Kkaminaljuyú, Guatemal. Lo stile seduto a ricordare un triangolo viene ripetuto  dal Costa Rica
             al Brasile, fino alle Isole caraibiche.

Le proiezioni razziste che paragonano gli Africani alle scimmie erano ancora in voga negli anni ‘30, quando il governo sudafricano chiuse in manicomio la profetessa !Xosa Nomtrtha Nkwekwe per anni, al fine di neutralizzare il suo ruolo a capo di un movimento di liberazione africano. Nel ricercare la sua storia, ho letto che i dottori di quell’“ospedale” psichiatrico facevano esperimenti sulle donne africane, cercando di trapiantare nei loro corpi uteri di babbuino. Questo fatto ci ricorda quello che il dottor Marion Simmons faceva alle schiave africane nel 1800: “chirurgia” sperimentale sui loro uteri, senza anestesia. Quest’uomo fu salutato come il padre della ginecologia per le torture e lo sfruttamento delle sfortunate che cadevano nelle sue mani. Lo sapevate? L’uso della locuzione “venere” per ridicolizzare, sfruttare e vessare le donne africane, è un altro motivo per smettere di  perpetrare la dicitura “statuette di Venere”. Queste parle sono troppo cariche di una storia di degradazione e oggettivazione misogina. Per questo e per tutte le ragioni che ho spiegato sopra, non è un modo appropriato di nominare uno dei più significativi modelli globali dell’iconografia femminile. Si porta dietro e diffonde idee sbagliate e dannose sulle donne e sulle antiche culture.

Si tratta di una ricca eredità culturale che ha bisogno di essere riconosciuta in tutta la sua diversità, e integrata nella nostra comprensione della storia e della cultura spirituale. La sua iconografia condivide molti aspetti ricorrenti: la posizione delle mani ai seni, alla pancia, i tatuaggi, la vulva numinosa, il significato dell’ocra rossa e la pittura di volto e corpo, e anche altri temi.

Per il Poster delle Icone femminili, più info qui.  Per la discussione in corso su questo articolo in originale, qui.  C’è ancora molto da dire sull’argomento, ma si dovrà aspettare ancora un po’. Ho intenzione di caricare nel corso del 2021 un video su Icone femminili, Donne ancestrali sul portale di Suppressed Histories.

©2020 Max Dashu

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