Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato

Non siamo riuscite a risalire all’autrice del testo originariamente in inglese, scritto prima del 2006 e ritrovato nei nostri vecchi archivi dove era raccolto tutto il possibile sugli Studi Matriarcali moderni. Se qualcuna riconosce il suo saggio o se ci arriveranno indicazioni in merito, saremo felici di indicare il nome dell’autrice a caratteri cubitali.

Traduzione e commento di Mara Curetti

L’autrice, perché presumibilmente di una donna si tratta, delinea un’ipotesi affascinante circa la nascita del paradigma patriarcale, ricollegandolo alla nascita dell’allevamento. Nella storia dell’umanità, in seguito a rivolgimenti catastrofici di origine climatica che si verificarono in epoca tardo preistorica (tesi della Saharasia), le società furono costrette a una forma di nomadismo che rese difficile la rinascita delle antiche civiltà agricole e decretò la fine della cultura naturalmente matriarcale e pacifica dei popoli. In passaggi brillanti, veniamo guidate a considerare come la cultura si formi attraverso il tacito consenso di forme emozionali sottostanti, che variano da paradigma a paradigma. Il matriarcato e il patriarcato vengono messi a confronto proprio da questa prospettiva. 

Come nasce un paradigma
Questo saggio è un invito a riflettere sul mondo moderno attraverso lo studio delle basi emozionali che creano le caratteristiche di una cultura e che, in un movimento di ritorno, vengono formati dalle culture stesse. Penso che la vita umana, nel suo aspetto animale, rientri in una fluida dinamica emozionale e che questo costruisca lo scenario di base del momento in cui ogni nostra azione prende inizio.
Ritengo inoltre che tutte le azioni umane siano determinate non dalla razionalità ma dalle emozioni (desideri, preferenze, paure, ambizioni). Nel sostenere di essere razionali, noi nascondiamo – a noi stessi e agli altri – le fonti emotive su cui si basano i nostri argomenti logici.
Allo stesso tempo, penso che il modo di vivere, agire o muoversi all’interno di una data cultura sia determinato da diverse configurazioni di emozioni che stabiliscono ciò che possono concepire gli esseri umani che ne fanno parte. Queste configurazioni, o schemi di emozioni, fondano i significati delle loro azioni, stabiliscono i contenuti simbolici e il corso dei loro pensieri in un modo che, di fatto, fissa l’identità di quella cultura.
Infine, credo che la nostra comprensione di ciò che facciamo o smettiamo di fare migliorerà se studiamo le basi emozionali della nostra cultura. E forse, diventando consapevoli di questo substrato culturale, potremo cambiare il nostro modo di agire.
Cos’è una cultura?
Storicamente, abbiamo iniziato a esistere come esseri umani in famiglie di primati bipedi quando è comparso il linguaggio come forma di interconnessione delle azioni sulla base del consenso.
Questo ha definito la nostra linea. La lingua funziona solo con l’accordo di tutti (consenso), perché altrimenti non c’è comprensione reciproca. La nostra traccia è emersa quando questo consenso linguistico è stato tramandato di generazione in generazione, ed è diventato uno standard tra un certo gruppo di primati.
Mentre ciò accadeva, si avviava il processo storico dell’impronta emozionale, perché ogni nuova generazione che ha imparato la lingua, l’ha trasformata in azione per consenso, come sancito dalla cultura. In realtà l’umanità ha iniziato a esistere quando i nostri antenati hanno cominciato a vivere nella parola, intrecciando insieme l’impronta emotiva con le azioni del linguaggio. Il complesso termine “conversazione” include anche scambio di pensieri, idee e opinioni, le interazioni dialogiche, le discussioni, ecc.
I cambiamenti interculturali
Se consideriamo una cultura come uno stile di vita fatto di una rete chiusa di comportamenti (discorsi), allora una cultura sorge non appena una società inizia a preservare questo stile di vita. E viceversa scompare o cambia se la rete dei comportamenti non si conserva più.
Concentriamoci ora su due questioni particolari. Una è il paradigma patriarcale europeo che comprende tutti gli individui dei paesi industrializzati. L’altra è la cultura che ha preceduto questo paradigma più tardo e che si chiama matriarcale. Entrambi si distinguono per i loro sistemi di comportamento e sono di conseguenza diversi nelle emozioni e nelle azioni che ne derivano.
Ci guidano i nostri desideri
Cos’è successo nella storia degli esseri umani? La storia dell’umanità segue la via degli umani desideri, preferenze e consensi. Questi desideri, preferenze e consensi, determinano in ogni momento ciò che facciamo. Le nostre azioni non sono influenzate dalla disponibilità di risorse naturali, dalle possibilità economiche o da qualsivoglia circostanza esterna.
È l’intreccio della nostra biologia con la nostra cultura a produrre in ogni momento dei desideri e delle preferenze e determina nello stesso identico momento le nostre azioni, quindi stabilisce ciò che ci appare come possibilità o opportunità.
Questo anche se ci sembra di agire sotto la spinta delle circostanze. Noi facciamo sempre quel che vogliamo, o direttamente, perché vogliamo farlo, o indirettamente, perché desideriamo il risultato di quel che facciamo, anche se non ci piace farlo.
Dobbiamo capire queste correlazioni; in caso contrario non possiamo essere consapevoli di ciò che facciamo come esseri culturali, perché non ci rendiamo conto che le nostre emozioni ci guidano e che sono la fonte delle nostre azioni all’interno di un paradigma culturale. Anche la storia dell’umanità rimane inspiegabile se non riconosciamo che il corso delle azioni umane segue il corso dei desideri umani.
Il paradigma patriarcale
Gli aspetti puramente patriarcali del nostro modo di vivere in tutti i paesi industriali sono caratterizzati da un sistema chiuso di norme comportamentali, che chiamiamo patriarcato. Quest’ordine del discorso patriarcale mette in scena un tipo di vita in cui la lotta, la competizione, la gerarchia, l’autorità, il potere, crescita, sviluppo, controllo delle risorse naturali, giustificazione razionale del controllo e del dominio sugli altri attraverso il possesso della verità, sono significativi.
Ad esempio, nei nostri paesi patriarcali parliamo di lotta alla povertà e allo sfruttamento quando vogliamo correggere la disuguaglianza sociale. Oppure chiamiamo lotta contro l’inquinamento ambientale l’intenzione di mantenere pulito ciò che ci circonda. O ancora, diciamo che sfidiamo una forza naturale quando affrontiamo un fenomeno della natura che per noi può essere una catastrofe.
Anche il possesso è fondamentale nel paradigma patriarcale. Viviamo di proprietà e da lì agiamo, come se fosse legittimo limitare la mobilità altrui in certi ambiti, pur mantenendo per noi i privilegi della libertà di azione. Lo facciamo rivendicando i diritti di proprietà su ciò che chiamiamo risorse naturali, idee o verità.
Nel patriarcato diffidiamo dell’autodeterminazione degli altri individui, specialmente dei bambini. Ma rivendichiamo costantemente per noi stessi il diritto di prendere decisioni su ciò che è giusto o sbagliato per gli altri. Si tratta di un continuo tentativo di controllare la vita del prossimo. Viviamo in modo gerarchico, chiediamo obbedienza gli uni agli altri e proclamiamo che non sarebbe possibile vivere insieme in modo ordinato senza autorità unita a subordinazione.
La cultura matriarcale
I membri delle culture matriarcali avevano – e in alcune regioni del mondo ancora hanno – un sistema comportamentale assolutamente unico. Le testimonianze e le scoperte di archeologia, antropologia, etnologia e i moderni studi sul matriarcato ci consentono oggi di studiare lo stile di vita di queste società e di averne un accesso diretto.
Possiamo ricostruire i principi del loro ordine di interazioni, in primo luogo, dalle scoperte in campo archeologico di antichi matriarcati, e in seconda istanza, dalla conoscenza di popoli che ancora vivono in tali culture. E per finire, dai modi non patriarcali che ancora esistono nelle maglie del nostro attuale insieme di costumi.

Dee paleolitiche e neolitiche

Ad esempio, gli esseri umani che vissero in Europa, Africa o Asia Minore prima del 5000 a.C. sono stati raccoglitori e agricoltori, e naturalmente, conoscevano tutti i tipi di artigianato. Non fortificavano le loro città e non conoscevano differenze gerarchiche tra uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne, o tra vecchi e giovani. Le antiche città matriarcali avevano una dimensione che raggiungeva all’incirca i 10.000 abitanti, non di più, al fine di rimanere autarchiche. L’economia matriarcale è sempre economia di sussistenza.
Come vivevano le genti matriarcali?
Descrivere le società matriarcali è difficile per diversi motivi.
In primo luogo, perché il nostro linguaggio, il nostro sistema di scrittura è lineare e può estendersi solo verticalmente o orizzontalmente. La nostra scrittura non è in grado di raffigurare il mondo delle idee degli antichi, rappresentato dalla forma del cerchio che implica la dimensione magica (esempio: la Ruota della medicina degli Indiani d’America).
Secondariamente, a prima vista non tutte le società matriarcali – antiche o attuali – sembrano assomigliarsi, sebbene abbiano tutte un identico ordine dialettico. Quindi prenderò degli esempi da una società ancora in vita, molto ben documentata grazie a Makilam, che ne fa parte: sono i Cabili, che appartengono alla popolazione berbera e vivono nel nord dell’Algeria.
La coltivazione della terra
Tipicamente, una società matriarcale chiusa produce il sostentamento quotidiano solo per i propri abitanti, sul terreno interno e circondariale del villaggio. Ci furono matriarcati tardi e supercivilizzati (Antico Egitto, Creta, gli antichi Sumeri, ecc.) che commerciavano anche con il resto del mondo. Sono sconosciute le preoccupazioni circa la produttività, la rendita o la concorrenza.
All’interno dei gruppi parentali sparsi nel villaggio, le persone si scambiano beni e servizi. Quindi il villaggio è luogo di produzione, consumo e riproduzione ed è completamente indipendente.
Nelle tribù matriarcali la proprietà privata è sconosciuta. Le abitazioni e la terra appartengono a tutti i membri, perché la terra rappresenta un bene sacro, ereditato dagli antenati, che deve essere trasmesso alla generazione successiva. Inoltre, coltivare è un atto rituale in armonia con il ciclo delle stagioni, e si deve svolgere senza accelerare i raccolti per non disturbare lo sviluppo naturale.
Tutte le attività delle società tradizionali sono determinate da riti in equilibrio con la natura. Con gesti rituali antichi, tramandati di generazione in generazione, di madre in figlia, le donne modellano la ceramica, creano tessuti o trasformano i prodotti della terra in cibo.
Non esiste la divisione del lavoro, ma un insieme di passaggi che si succedono nel tempo e che dipendono dal ciclo del sole e della luna.
I popoli matriarcali vivono in una simbiosi quotidiana con la natura, e il rapporto degli esseri umani con la natura è determinato da una visione che include il tutto.
Il culto della famiglia e degli antenati
Le società matriarcali rimangono molto spesso non riconosciute come tali, perché uno dei compiti degli uomini è rappresentare il clan all’esterno.
Dal momento che gli stranieri negoziano solo con gli uomini e vedono le donne unicamente al lavoro, quando le vedono, non sono e non possono essere consapevoli della diversa struttura sociale di un popolo matriarcale.
Le politiche si fanno nelle case, sul principio del consenso, dove ogni singola persona ha voce. Se sono richieste decisioni più ampie, i gruppi più piccoli, come le famiglie, arrivano a un consenso e inviano un rappresentante al raduno del clan. Fanno lo stesso per conto del clan e ne inviano uno al raduno della tribù, e così via. I rappresentanti vanno avanti e indietro finché tutti non sono d’accordo. In questa struttura politica non esistono giudici, poliziotti o carceri.
Non si sa di qualcuno appartenente a un gruppo parentale matriarcale che abbia cercato di assoggettare un vicino. Gli affari personali sono gestiti verbalmente, perché non esistono uffici anagrafici, amministrativi o fondiari.
Una persona vive la propria identità sociale come parte del gruppo e contemporaneamente l’individualità non solo è rispettata, ma anche supportata. La responsabilità degli atti di ognuno è indirizzata verso la famiglia e tutti sanno che c’è il clan di appartenenza quando si tratta di dover essere difesi.
Come risultato di questa coscienza collettiva, nessuno si sente mai isolato, ma piuttosto protetto.

Çatalhöyük

La vita matriarcale non potrebbe e non può mai essere incentrata su azioni che si fondano sulla proprietà esclusiva della verità. Tutto è ovvio e visibile per coloro che vivono in modo permanente in un ciclo di nascita, morte e rinascita che ritorna costantemente.
La Terra nutre tutti e tutto in questo modo. La morte, tra l’altro, determina sempre il passaggio da una fase a quella successiva. Ad esempio il fuoco chiude il cerchio della produzione della ceramica e trasforma anche il cibo, che sarà cucinato prima di essere consumato.
La cultura è conservatrice
Le culture sono conservatrici perché sono i mezzi che sostengono i loro membri durante le fasi di crescita e questi membri consolidano la cultura attraverso il loro procedere nella vita. È ovvio che l’ordine del discorso nelle culture matriarcali non si basa su guerra, lotta, rifiuto reciproco nella competizione, esclusione, proprietà, cattura, autorità e obbedienza, potere e controllo, bene e male, tolleranza e intolleranza, violenza, aggressione e sfruttamento.
È piuttosto l’opposto: il focus verte su partecipazione, solidarietà, collaborazione, condivisione, comprensione, accordo, rispetto e ispirazione comune.
Il fatto che queste parole esistano ancora nelle nostre moderne lingue patriarcali indica che le azioni corrispondenti fanno parte anch’esse della vita di oggi. Ma sono riservate alle occasioni speciali e comunque non sono usate per descrivere il nostro modo di vivere generale. Se adoperate, evocano scenari utopici, visionari e sono appropriate più per la gioventù inesperta che per la vita adulta “reale”.
Viviamo in competizione, cioè portiamo avanti una lotta che ha come obiettivo la disattivazione reciproca. In questo modo stabiliamo gerarchie di privilegi e affermiamo che così si garantisce il progresso sociale, dove i migliori emergono per selezione naturale. Il paradigma patriarcale ci insegna che opinioni differenti significano lotta o litigio, e come argomenti abbiamo le armi.
Soprattutto, descriviamo le relazioni armoniose come pacifiche, cioè l’opposto della guerra, come se la guerra fosse l’attività umana essenziale!
L’impronta emotiva
Nella loro prima infanzia matriarcale, ragazze e ragazzi crescono in un contatto fisico profondo con le loro madri, incorporati nel processo biologico di diventare esseri umani integrati, con una coscienza di sé funzionale e la consapevolezza del proprio corpo.
Così i bambini sperimenteranno i successivi incontri fisici in totale fiducia e accettazione, emozioni basilari per la futura vita sociale dell’individuo. Cooperazione e non competizione, rispetto e non rifiuto, condivisione e non possesso, costituiscono le loro basi emozionali.
Il patriarcato, con i nostri figli, è diverso: le aspettative materne e paterne producono delle richieste che si presuppone debbano preparare i bambini alla vita “reale” – la vita adulta. Tali richieste negano le emozioni dei bambini, ma vengono giustificate in quanto verità religiose o valori tradizionali. Sono richieste che si pongono come legittime o che saranno “provate” con argomenti razionali basati su quelle stesse emozioni che andranno poi a giustificare.
I bambini devono imparare a difendere i loro beni, ad accettare limiti alla loro libertà di azione, cose che non nascono in armonia con la vita, ma dall’attuazione forzosa dei diritti di proprietà.
Inoltre, all’inizio della vita, i bambini sperimentano i loro corpi come piacevoli e belli nelle carezze della madre e pieni di gioia ludica negli incontri fisici con i fratelli e le sorelle. Ma ben presto la madre rifiuta le carezze dei bambini, non solo perché d’intralcio, ma come attività oscene di cui ci si deve vergognare.
I bambini non capiscono quel che accade, ma non hanno alcuna possibilità di opporsi, senza sentirsi rifiutati o essere puniti come testardi, stupidi o ribelli. E obbedientemente fanno propria l’impronta culturale insieme a quello che viene loro richiesto.
Imparano sempre più a competere, prendere possesso, governare e controllare altre persone come espressione di potere e autonomia. Cominciano ad attribuire più valore alla tolleranza anziché al rispetto, all’apparenza più che all’integrità, a gerarchia e autorità più che a onestà e fiducia, a crescita e ricchezza più che ad armonia ed equilibrio.
E infine considerano la riproduzione come un valore che trascende la donna e che le permette di realizzare se stessa.
Biologicamente, diventare un essere umano si fonda sullo sviluppo del linguaggio e delle emozioni, laddove la convivenza sociale sarà basata sull’amore, altrimenti il processo di socializzazione risulterà fortemente disturbato.
Secondo il rapporto del monaco Salimbene di Parma, il re di Prussia, Federico il Grande, si chiese quale fosse la lingua primordiale. In un esperimento, a dei bambini venne fornito solo il necessario e furono allevati senza amore e senza parlare in loro presenza. Il risultato fu che tutti i bambini dopo un po’ morirono.
Per quanto folle fosse quell’esperimento, ci mostra che diventiamo esseri sociali all’interno della relazione intima con le nostre madri, nella nostra infanzia. I bambini che fin dalla tenera età non crescono all’interno di una totale fiducia e accettazione da parte della madre, non si sviluppano in esseri sociali ben integrati.
“Quando tutta la protezione e gli stimoli dell’esperienza di essere tenuti in braccio sono stati elargiti nella giusta misura, il bambino può guardare avanti, fuori, verso il mondo oltre la madre, sicuro di sé e abituato a un benessere che per sua natura tenderà a mantenere. È in attesa della prossima serie di esperienze appropriate.” (Liedloff)

Il modo in cui si cresce nella prima infanzia fa si che ci siano due modelli di comportamento diversi: la vita in una cultura matriarcale non può essere vissuta come una lotta e una guerra infinita per il dominio e il potere, perché il controllo e la presa di possesso non esistono.
Se guardiamo al culto degli antichi matriarcati, vedremo statuette o pitture rupestri che parlano il linguaggio dell’armonia dinamica dell’esistenza.
Potere, autorità e dominio semplicemente non c’entrano. La vita umana in un matriarcato fa sempre parte di una rete di processi e relazioni, e non dipende mai da una singola caratteristica. Tutto ciò che esiste non è nulla in sé e per sé, né viene da solo; è quello che è, solo perché è in relazione a tutto il resto.
Il bambino cresce in un processo di vita in cui il mondo diviene sempre più complesso, con nuove attività e responsabilità che lo espandono, ma sempre con gioiosa partecipazione a ogni singolo aspetto di un mondo unitario.
Le persone matriarcali vivono la loro vita nella più piena responsabilità. Agire in modo responsabile significa essere completamente consapevoli delle proprie azioni e delle loro conseguenze e agire a partire dall’accettazione di queste conseguenze.
Il pensiero patriarcale è lineare per sua natura. Avviene su uno sfondo di presa di possesso e controllo e si sposta principalmente verso un determinato risultato o esito ed è cieco di fronte all’interdipendenza di tutto ciò che è. Quindi il modo di pensare patriarcale è sistematicamente irresponsabile. È escludente.
Vivere in piena relazionalità e responsabilità richiede l’apertura emozionale alla pluridimensionalità della vita, cosa che proviene solo dalla biologia dell’amore.
L’inizio di un nuovo paradigma
Prima ho menzionato i sistemi dialettici, che sono conservati dalla comunità come stile di vita. Per capire come può avvenire il cambiamento di paradigma, dobbiamo guardare alle circostanze che avviano e determinano l’alterazione di questi sistemi.
Anche il cambiamento non può avvenire senza una mutazione dell’impronta emotiva. Cerchiamo quindi di ricostruire cosa è successo nella storia.
L’archeologia ci dice che le culture europee pre-patriarcali furono conquistate e distrutte brutalmente 6500 anni fa, da nomadi Indoeuropei provenienti dall’est. In quel periodo o in seguito, in diversi luoghi in tutto il mondo emersero delle società patriarcali. Come esempio userò l’impressionante studio di James DeMeo, la tesi della Saharasia.
“Un enorme cambiamento climatico scosse il mondo antico quando, all’incirca 6000 anni fa, vaste aree di prati e foreste rigogliose del Vecchio Mondo iniziarono a prosciugarsi rapidamente e a trasformarsi in inospitali deserti. Il gran deserto del Sahara, quello Arabico e i giganteschi deserti del Medio Oriente e dell’Asia centrale prima del 4000 a. C. semplicemente non esistevano.’’ (DeMeo).
Il riscaldamento globale dopo l’Era glaciale affrettò il prosciugamento di questa vasta regione desertica – che in seguito agli studi di DeMeo fu definita Saharasia – e le condizioni più aride crearono il caos sociale ed emotivo tra le società agricole umane in via di sviluppo di queste stesse regioni.
Sono giunti a conclusioni simili altri ricercatori, come Heide Göttner-Abendroth, Wilhelm Reich, Riane Eisler e Humberto Maturana.

Dall’armonia al trauma
Affrontare un paio di scarsi raccolti è una cosa, vedere la tua familia affamata, il tuo villaggio o le tue città scomparire è un’altra.
“Resoconti recenti di testimonianze oculari sul cambio di cultura che avviene durante i periodi di fame e carestia, indicano come risultato la rottura dei legami sociali e familiari. Nelle condizioni più gravi di penuria, i mariti spesso lasciano mogli e figli per andare in cerca di cibo; possono tornare come no.
Bambini affamati e membri anziani della famiglia vengono infine abbandonati a lottare con le proprie forze o soccombere. I bambini possono formare bande itineranti per rubare il cibo e quel che rimane del tessuto sociale può andare completamente distrutto. Il legame madre-bambino sembra durare più a lungo di tutti, ma alla fine anche le madri affamate abbandoneranno i loro piccoli”. (DeMeo)
Le origini patriarcali
Popolazioni che prima vivevano in una situazione armoniosa in una “terra generosa” dovettero improvvisamente affrontare il rapido prosciugamento del suolo e della foresta. Per un certo periodo e per diverse generazioni migrarono verso regioni ancora fertili e cominciarono a formarsi nuovi insediamenti. Ma poi sopraggiungeva l’aridità. Dovettero continuare a muoversi, a ricominciare ancora e ancora finché non poterono più né piantare né raccogliere un solo chicco di grano.
La società non poteva ritornare alla fase dei raccoglitori-cacciatori, perché non c’era niente da raccogliere e niente da cacciare sulla terra arida. Così divennero nomadi che seguivano la migrazione annuale di mandrie di animali selvatici per avere cibo, come hanno fatto fino a oggi i Lapponi prendendo in gestione le mandrie di renne.
Nel 4000 e anche dopo, la siccità e la conseguente migrazione rurale diventarono evidenti. In Asia centrale gli insediamenti si spostarono nelle pianure e nei letti dei fiumi, il che indica il declino delle grandi società.
Questi popoli non erano allevatori, poiché non possedevano gli animali che seguivano, pur vivendo grazie a loro. Non limitando la mobilità delle mandrie, queste erano alla mercé anche di altri animali, come lupi e altri predatori. In altre parole, in quel momento i nostri antenati matriarcali non erano allevatori, perché non limitavano l’accesso alle mandrie su cui si basava la loro sussistenza, e non lo facevano perché l’impronta emotiva del possesso non faceva parte del loro modo di vivere.
Dalla caccia all’omicidio
L’allevamento di animali domestici richiede un modo di vivere diverso, come l’accudire e l’allevare, e queste sono le caratteristiche principali dell’impronta emotiva che determina l’allevamento di animali domestici, ma non il loro possesso.
Perciò la cultura degli allevatori – il sistema di pensiero dell’allevamento – nasce quando i membri di una società umana iniziano a vietare l’accesso consuetudinario alle risorse alimentari (le mandrie che venivano pascolate) ad altri co-mangiatori abituali, come i predatori.
Diventando un comportamento quotidiano regolare, divenne un’abitudine che attraverso l’educazione dei bambini fu trasmessa da una generazione all’altra.
Lo stile di vita degli allevatori non poteva emergere senza i cambiamenti emotivi fondamentali che lo hanno reso possibile, e questi cambiamenti emotivi devono essere avvenuti nel processo di accettazione della forma stessa della pastorizia.

Cosa è successo esattamente durante il processo di accettazione di diventare allevatori? Il primo passo è stato l’azione inconscia dell’occupazione, vale a dire fissare un limite per i co-mangiatori che impedisse loro l’accesso a un cibo abituale, la mandria.
L’azione pratica di stabilire un tale confine materiale deve aver portato a uccidere i predatori in gara. Togliere la vita a un animale non era una novità per i nostri antenati; i cacciatori lo facevano già per sfamare le loro famiglie. Ma uccidere un animale per avere qualcosa da mangiare o uccidere animali per tenerli sistematicamente lontani dalle loro risorse alimentari naturali, sono azioni con presupposti emotivi molto diversi.
Nel primo caso il cacciatore esegue un rito sacro, un atto che appartiene al contesto della vita: una vita sarà sacrificata, affinché un altro essere possa vivere.
Nel secondo caso l’assassino mira direttamente alla vita dell’animale che uccide e il motivo non è il sacrificio di una vita per sostenerne un’altra. In questo caso la vita viene distrutta per acquisire possesso; e il possesso è fissato proprio da questo atto. Le emozioni che costituiscono queste azioni completamente diverse sono diametralmente opposte. Nel primo caso il cacciatore che prende la vita di un animale è grato. Nel secondo caso l’animale ucciso è una minaccia all’ordine stabilito dall’uomo che diviene allevatore e la persona che uccide l’animale è orgogliosa. Quindi uso il termine caccia per il primo caso e omicidio per il secondo.
Si noti che in quel momento, quando diventano visibili anche le emozioni che definiscono quelle azioni (gratitudine, orgoglio), si vede che la prima azione rende l’animale un amico, la seconda un nemico.
Così il nemico è nato con la pastorizia, il nemico come colui a cui è tolta la vita per assicurare il nuovo ordine: combattere per entrare in possesso di qualcosa.
In più, si è verificata una perdita di fiducia dovuta al permanente mantenimento dell’attenzione necessaria a proteggere la mandria ed escludere altri commensali. Emerge l’emozione dell’insicurezza.

E ancora, con l’incertezza, uccidendo ed escludendo altri animali si manifestava un altro stato emotivo, la ricerca di sicurezza. Insieme a questo cambio di impronta emotiva e delle azioni a esso connesse, si verificò un’ulteriore alterazione: l’inimicizia come desiderio ricorrente di negare l’altro. Con l’inimicizia emerse il nemico e con il nemico gli strumenti di caccia divennero armi, perché ora venivano usati per uccidere chiunque volesse unirsi al pasto.
L’allevamento è nato impedendo agli altri di accedere alle risorse naturali. Nel corso del processo, quest’abitudine divenne una caratteristica della vita normale delle famiglie, tramandata di generazione in generazione. L’ordine del discorso fondato dalla vita pastorale patriarcale divenne il modo naturale di vivere nel nuovo paradigma, indipendentemente dal fatto che si stesse o meno praticando la pastorizia.
Le conseguenze sono presto dette: poiché le nuove abitudini avevano cambiato le emozioni e le azioni che ne derivano, cambiò di conseguenza l’ordine del discorso, che, se tramandato di generazione in generazione, e cioè mantenuto, determina un cambio di paradigma.
Amico o nemico?
Le azioni umane, e le emozioni in quanto tali, possono essere vissute in ambiti differenti, vale a dire, quel che si impara in una parte del vivere e dell’essere può essere facilmente trasferito in un’altra parte. Non appena furono appresi, l’inimicizia e il possesso potevano essere vissuti anche in relazione alla terra, alle idee o alle convinzioni, se le circostanze lo permettevano.
Se “l’altro” è il nemico, l’individualità è impossibile. La sicurezza e la fiducia nella naturale armonia della vita andarono perdute e furono sostituite dalle preoccupazioni sulla disponibilità dei mezzi di sussistenza.
Il desiderio di sicurezza fu soddisfatto ingrandendo le dimensioni delle mandrie. Nel corso del processo si verificarono altri tre cambiamenti nella dinamica delle emozioni: si manifestò un desiderio permanente di accumulare le cose che danno sicurezza; nacquero un’alta considerazione della crescita come modalità di ottenere sicurezza e uno sguardo timoroso verso la morte come fonte di dolore e perdita totale.
Crescita come valore, di fatto, si traduce in azioni che danno il via alla crescita esponenziale della popolazione: è vietato ogni tipo di controllo delle nascite – contrariamente alla visione matriarcale della fertilità come sistema ciclico di vita e morte.
Con il tempo anche le donne e i bambini persero la loro libertà, diventando beni per via del loro legame con la sessualità e la riproduzione, e divennero una fonte di ricchezza e dunque di sicurezza. E allo stesso tempo, essendo “l’altro”, sono anche “il nemico”.
Riassumendo: all’interno della cultura matriarcale, un altro paradigma poté emergere in seguito a vasti cambiamenti climatici. Le nutrici e le custodi, le donne, furono sostituite dagli uomini, che avevano più mobilità in condizioni di emergenza e avevano la capacità del pensiero lineare, proprio ciò che si rende necessario condizioni limite di vita o di morte.
Non ci fu più spazio per pensieri di integrazione o etici, e gli uomini svolsero il loro compito: sopravvivere. Diventando allevatori, i membri maschi dei gruppi parentali salvaguardarono la loro esistenza, né più né meno. Il prezzo fu di diventare assassini.

Nina Paley è una cartonista femminista, che ha sintetizzato in questo video THIS LAND IS MINE il comportamento da nemico che caratterizza il paradigma patriarcale. Le sue bellissime opere sono disponibili online secondo la politica della libera circolazione delle merci.

NINA PALEY è UNA CARTONISTA FEMMINISTA CHE HA SINTETIZZATO IN QUESTO VIDEO THIS LAND IS MINE IL COMPORTAMENTO DA NEMICO CHE CARATTERIZZA IL PARADIGMA PATRIARCALE. lE SUA BELLISSIME OPERE SONO DISPONIBILI ONLINE SECONDO LA POLITICA DELLA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

Per questo il “matriarcato” è un tabù. Il patriarcato non è una cultura e nemmeno uno stile di vita in sé; è basato e definito su elementi matriarcali – rigirati, piegati e stravolti nel loro opposto – ma comunque ricostruibili.
Il paradigma patriarcale non ha tradizione, né mitologia e culto che non porti a radici matriarcali. Viviamo in una pseudo-società che poggia sulla sua storia come un parassita su un albero.
Le attuali società matriarcali lo dimostrano: senza una massiccia pressione dall’esterno, nessun altro paradigma può emergere. La società resta un continuum naturale, che passa da una generazione all’altra nell’arco di migliaia di anni.

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