Il primo ricettacolo della violenza contro le donne: la coppia

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Articolo di Agnès Echène (articolo originale qui)

Marie Trintignant è morta sotto i colpi dell’uomo che l’amava, e se ne parla: la stessa morte colpisce altre donne, più di una volta alla settimana e non se ne parla. La coppia uccide più del cancro, più della strada, secondo il rapporto del Consiglio d’Europa. E non si fa niente? Nella moderna società occidentale, la sessualità fa danni considerevoli, i crimini sessuali sono devastanti, le vittime non si contano. Che si tratti di stupro o violenza, pornografia, prostituzione o matrimonio, dobbiamo ammettere che niente sembra fermare questi atti. Come si può spiegare, tenendo conto che disponiamo di un’istituzione che ha il compito di “ridurre l’aggressività tra i maschi di uno stesso gruppo? Da qui il controllo sociale. Da qui la condivisione delle femmine a cui si è interessato Lévi-Strauss. Da qui, a partire da un certo stadio dell’evoluzione umana, il matrimonio”.[1] Lo scacco madornale di questa strategia, basata sull’istituzione del matrimonio e pensata per garantire la pace sessuale, solleva evidentemente delle questioni. Oltretutto si sa che la violenza sessuale pertiene ai divieti che fanno parte dell’ordine giuridico (condanna dell’omicidio, dello stupro, divieto di picchiare e ferire, condanna della filiazione incestuosa non riconosciuta…) e che si trovano presso altri tipi di società sotto forma di tabù (proibizione generali degli atti dannosi per il gruppo). Diventa importante a questo punto dividere tra le società del diritto e quelle del tabù. Le società a legame coniugale non appartengono all’universo del tabù, ma a quello del diritto: infatti, visto che è un contratto, il matrimonio (o i Patti coniugali, etero o omosessuali) non può esistere senza un apparato giuridico che lo contempli e lo regoli. Fondate sul matrimonio, le nostre società sono perciò necessariamente organizzate secondo le leggi e non i tabù, e poiché siamo obbligati ad ammettere che le società basate sul legame coniugale mantengono la violenza sessuale invece che debellarla possiamo dire che stiamo parlando tanto di società primitive quanto di società moderne. Organizzate secondo il tabù e a condizione di non essere state acculturate, le società che non praticano il matrimonio tengono sotto controllo la violenza sessuale. Il tabù antropologico – a differenza di quello mondano che è legato al politicamente corretto – crea un interdetto maggiore: quello della sessualità tra famigliari. Gli etnologi l’hanno chiamato “tabù dell’incesto” o obbligo dell’“esogamia”, ma è qualcosa di leggermente diverso: il tabù antropologico è soprattutto un deterrente per la violenza sessuale. Agente fermentatore dell’aggressività a causa della concupiscenza, del possesso e della gelosia, la sessualità non è permessa se non a persone non conviventi. Dice il proverbio: “Chi condivide il pasto, non condivida il letto.” Si tratta di vietare una sessualità promiscua, un ambiente sessuale in seno alla casa. Un simile tabù esclude di fatto la vita di coppia perché questa mescola necessariamente convivenza e sessualità: “bere e mangiare, dormire insieme, questo è il matrimonio, mi sembra”, cioè si condivide pasto e letto. Le società “del tabù” non sono, almeno in origine, coniugali: che lo siano diventate per un meccanismo di acculturazione è un fenomeno semplicemente diffuso, ma da quel punto in poi si confondono con le società del diritto, perché il matrimonio è un contratto che necessita per forza di leggi.

La violenza coniugale

Bisogna per forza ammettere che a differenza del tabù sessuale antropologico, vero deterrente per la violenza sessuale, il diritto delle nostre società rimane del tutto impotente e senza alcun impatto sui numeri e sulle situazioni comunemente chiamate “ambiti non soggetti al diritto”, in particolare la famiglia coniugale moderna in seno alla quale il padre/sposo è spesso il primo a trasgredire la legge, sia che si tratti d’incesto, di percosse e ferite, o di stupro maritale. Purtroppo è ampiamente dimostrato che la famiglia coniugale è incompatibile con il tabù sessuale, come d’altro canto con il rispetto della legge dato che tutto nella sua organizzazione invita a trasgredire: spazio ristretto, assenza di testimoni, carenza di protezione dei più deboli, esasperazione della sessualità, invito a usare la forza. Difficilmente gli uomini se la prendono con le donne o i bambini per cattiva volontà, intenzione di nuocere, stupidità, irresponsabilità o cattiveria: non è per questo che li riempiono di sberle, li violentano o li uccidono. Spesso lo fanno loro malgrado, senza volerlo, nonostante la buona volontà, contravvenendo alle loro stesse decisioni: ce n’è abbastanza affinché dopo esprimano pubblicamente il dispiacere, la vergogna, la colpevolizzazione della loro stessa violenza. Ma come domarla? Come impedirla del tutto? Le favole e le leggende (Melusina, Barbablù, ad esempio) iscritte nel sistema patriarcale europeo ci riportano solo delle infrazioni. Non succede mai che l’eroe esca vincitore nel confronto con i suoi impulsi: sono più forti di lui e lo spingono sempre a trasgredire. E niente intorno a lui si oppone al reato: Melusina nella vasca o la moglie di Barbablù sono raggiungibili, senza alcuna difesa o protezione, sole con l’aggressore/trasgressore; nessun gruppo o famigliare a contrapporsi. E l’uomo più affascinante e carino del mondo può essere travolto da una pulsione e diventare un mostro di violenza e crudeltà. Si tratta perciò di “un effetto strutturale” tipico della famiglia coniugale, non c’è cattiva volontà, mancanza d’educazione, perdita di valori o altri movimenti regressivi, personali o sociali che dir si voglia. Questo effetto strutturale deriva dal tipo di organizzazione della famiglia. Quella coniugale non è adatta a proteggere la debolezza, la fragilità, la differenza quanto piuttosto a sfruttarla e distruggerla. Le ricerche etnologiche e sociologiche attestano e confermano l’incapacità della famiglia coniugale a far rispettare il tabù sessuale o la legge: al giorno d’oggi si vede come vengono trasgrediti entrambi su larga scala e, di conseguenza, le proibizioni sessuali spariscono dalle nostre società, per quanto ci sia la tendenza a rafforzarle. Sempre in vano comunque. Il sesso in famiglia, vale a dire la coppia (nel matrimonio, concubinato, Pacs, eterosessuale o omosessuale) è la trasgressione base; Bataille non si sbagliava quando rifletteva sul “matrimonio in quanto trasgressione”.[2] La convivenza dei coniugi appare quindi come il fenomeno più nocivo, ed è anche il più diffuso, della nostra organizzazione sociale. È, a tutti gli effetti, il detonatore per la violenza sessuale. Non si tratta di mettere in dubbio o bandire la ricchezza e la profondità del sentimento amoroso; anzi, al contrario bisogna proteggerlo. Per questo bisogna evitare il “nido”, che nemmeno le bestie usano per copulare e tanto meno per sbaciucchiarsi! Quindi è davvero strano che nelle priorità politiche e sociali, né la struttura coniugale né le modalità di residenza vengano mai messe in dubbio, quando è proprio lì che si trova la condizione principale che permette la trasgressione o si potrebbe garantire il rispetto dei divieti, e cioè nel punto cruciale della violenza sessuale. Si dovrebbero infatti separare totalmente sessualità e coabitazione, imporre quella distanza di protezione in grado di assicurare la sopravvivenza delle femmine e dei piccoli nel regno animale come tra gli umani. Il tabù non è che un pezzo del dispositivo; le altre componenti (distanza, protezione, abitazione, educazione…) sono altrettanto importanti se non di più, se venissero a mancare si correrebbe il rischio di far scomparire ogni divieto.

Il deterrente per la violenza sessuale

Al di là delle situazioni le più disparate, per epoca o per l’estrema varietà di usanze da cui scaturiscono gli obblighi e i divieti, si rimane lo stesso colpiti nel vedere che il tabù sessuale – anche chiamato “dell’incesto” – è esistito in ogni tempo e luogo. Dalla più semplice capanna di arbusti al più raffinato dei palazzi impone la sua indiscutibile autorità. Ma il tabù non è concepibile e neppure applicabile senza il totem; questi due concetti sono costantemente in rapporto reciproco e non possono essere divisi. La parola “totem” è comparsa nel 1791 durante lo studio di J. Long sugli indiani Ojibwa dell’America del Nord. È quindi dalla loro lingua che fu tirato fuori il termine “ototam” che in ojiobwa significa “legame di parentela uterino tra fratello e sorella (figli di una stessa madre)”, quindi stiamo parlando di parentela matrilineare. Questa sovrapposizione del nome generico dei gruppi e del legame genealogico con la madre si ritrova in Africa del Sud tra i Mashona e i Matabele: qui “mutupo” rinvia sia al totem che al sesso (proibito) con la sorella uterina.[3] Tra i primi, Van Gennep mette insieme totem e tabù nel suo libro “Tabou et Totémisme à Madacascar” uscito nel 1904, che ha preceduto “Totemisme et exogamie” di Frazer, data di uscita 1910, e Totem e tabù di Freud, pubblicato nel 1912. L’etnologia lo dice chiaramente: “Il totem è un accumulatore di tabù”, perché vede esattamente in questo modo l’“essenza del totemismo”.[4] Nonostante l’estrema complessità di unire i totemismi del periodo in cui ne sono state rilevate le tracce e quelli vivi e attivi – complessità nebulosa che spiega l’impressione che ebbe Lévi-Strauss d’un’“illusione totemica”[5] – ciò che esce chiaramente da ogni studio è l’indiscutibile sovrapposizione tra totem e matrilinearità. È perciò il gruppo “madre e sorelle” che forma l’anello centrale di questo concatenamento, è intorno a esso che si organizza la famiglia (il totem) e le proibizioni (i tabù) relative alla sessualità, al nutrimento e alla morte. Solo la persistenza di questo legame tra il concetto di proibito e quello di “madre e sorelle”, cioè la matrilinearità, può garantire l’efficacia del tabù. Negli studi etnografici il totem è prima di tutto un raggruppamento di persone legate da parentela uterina; ma non prende dappertutto il nome di totem. Si tratta quindi di gruppi matrilineari o famiglie di origine (natale), come ne esistevano ovunque secondo gli studi di Morgan[6] ripresi da Engels[7], poi dai Makarius[8], da Lucy Mair[9], da Ernest Borneman[10] o Claude Meillassoux[11], e che esistono ancora oggi in Cina, nello Yunnan[12]. Lì tutti abitano con le nonne e i loro fratelli, gli zii maggiori: madri e fratelli (gli zii), i bambini delle madri, figli e figlie, i bambini di queste ultime, tutti i cugini e le cugine: si tratta perciò di una famiglia senza patti, non coniugale e di conseguenza senza mariti e senza “padri” in senso genetico. I “padri” sono i fratelli germani (fratelli e cugini della madre) e non degli affini o degli alleati (parti “in relazione”); ci sono zii e prozii, e sono tutti responsabili dei bambini di sorelle, cugine e nipoti. In un contesto simile. il tabù sessuale è inalienabile e pienamente giustificato: nessun membro del gruppo è autorizzato a copulare con nessun altro membro appartenente al gruppo perché sono tutti “fratelli e sorelle” e, abitando insieme, sono “famiglie”: condividono i pasti ma mai il letto. D’altro canto, le relazioni sessuali sono libere con tutti i membri degli altri gruppi. La gente appartiene tutta allo stesso totem, e cioè alla famiglia d’origine, si riservano mutua assistenza, lavorano insieme, allevano insieme i bambini, insieme mangiano ma non devono raccogliere, cacciare e consumare il vegetale o l’animale totemico, né far scorrere il sangue gli uni degli altri né accoppiarsi nel gruppo. Lì sta l’esatto concetto di esogamia. Secondo le descrizioni fornite dall’etnologia, in queste società dove non vige la coppia coniugale le relazioni d’amore sono improntate alla più ampia libertà. Uomini e donne nel corso della pubertà si dichiarano e s’incontrano con trasporto e naturalezza. Sono gli uomini che si spostano dalle donne: le vanno a trovare di notte previo consenso delle stesse. Dato che le visite d’amore hanno luogo nella loro casa, le donne beneficiano della protezione di tutti quelli che ci abitano: alla minima allerta qualcuno si alza e soccorre la donna, s’interpone o manda via chi non è più desiderato. Ma qual è l’amante che, desiderando d’essere nuovamente ricevuto per molte notti, verrà a violentare l’amata? Si osserva anche che tra famigliari, in seno alla parentela, i riferimenti sessuali sono assolutamente proibiti: gli insulti o le minacce di questo tipo, i discorsi su due amanti o le azioni della sessualità sono del tutto esclusi nel parlare tra parenti di sesso opposto. La minima devianza crea un malessere generale che appare insopportabile. La discrezione in materia di sesso sembra preservare il tabù che proibisce la sessualità tra le persone di casa. È curioso vedere come questa pudicizia apparente si associa alla più totale permissività sessuale. La situazione in Occidente è esattamente all’opposto: alla più grande libertà di narrazione evocativa della sessualità, nei discorsi (in famiglia, alla radio, nella letteratura o altro) come nelle immagini (pubblicitarie, plastiche, cinematografiche o altro) sembra sia associata una proibizione dissimulata eppure lampante: infatti, se la libertà sessuale fosse una realtà dovrebbe esistere una “sanzione che punisce chi impedisce a qualcuno di avere rapporti di qualsiasi natura”[13] riguardo alla sessualità. Vedete bene che la proibizione sessuale (il tabù) può essere efficace e rispettata solo se la famiglia di origine (il totem) è la norma, e mantiene nella sua scia una libertà sessuale vera e protetta. In altre parole, i divieti legati al sesso e alla violenza non possono essere efficaci e rispettati se non nelle società senza la coppia coniugale, ma è molto difficile, quasi impossibile, che lo siano nelle società di coppia in quando lì la sessualità viene associata alla vita di tutti i giorni e le donne vengono private della protezione dei parenti. Ma se i divieti non sono osservati, allora le donne non sono protette, la violenza si manifesta, la libertà sparisce. Sembra perciò del tutto irreale, se non addirittura illusorio, voler liberare la sessualità –  e nello stesso tempo eliminare la violenza sessuale – senza eliminare la coppia.


[1] Odent M., Il bebé è un mammifero. Il cucciolo umano e l’origine dell’intimità, del contatto, della relazione, 1992 [2] Bataille G., L’érotisme, 1957, p. 120 (L’erotismo, 2017) [3] Makarius L.& R., Les origines de l’exogamie et du totémisme, 1961, p. 250 [4] Makarius L.& R., op. cit., p. 294 [5] Lévi-Strauss C., Il totemismo oggi, 1964 [6] Morgan LH. La società antica, 1974 [7] Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, 1976 [8] Makarius L.& R., Les origines de l’exogamie et du totémisme, 1961 [9] Mair L., Il matrimonio, 1976 [10] Borneman E., Le patriarcat, 1975 [11] Meillassoux C., Mythes et limites de l’anthropologie, 2001 [12] Hua C., Une société sans père ni mari, les Na de Chine, 1997 [13] Iacub M., Le crime était presque sexuel, 2001, p. 39

Agnès ECHÈNE (1948-2014) è stata ricercatrice e antropologa culturale, saggista, drammaturga. Attrice e scenografa, è stata direttrice della compagnia La diva, consulente e formatrice in Gestione e comunicazione d’impresa, scrittrice e ricercatrice. Ha lavorato in stretto contatto con la natura, il teatro, la scrittura, l’orto, la cucina, le favole, le feste, le biblioteche, i bambini, i miti e le leggende. Dal 1975 ha frequentato l’Aveyron. Si è formata all’Università di Tolosa in filosofia, scienze politiche, antropologia culturale, e ha esplorato la letteratura arcaica scritta e orale, cogliendone i costumi più insoliti che ha riportato anche nella recitazione, mettendo insieme senza paura la maschera, l’implicito e riformattando. È stata cantastorie privilegiando racconti dove trionfa lo spirito, l’intelligenza, la rivolta, la scaltrezza, la lotta contro il potere. Nei suoi spettacoli ha rifiutato lo psicologismo e la complicità con la violenza, e ha esplorato vie diverse nell’ambito delle relazioni d’amore e famigliari. Per altre informazioni sull’autrice (qui)

Di lei scrive una memoria la nipote, un bell’esempio di genealogia uterina: https://valentineenchanted.wordpress.com/2016/07