Fermare il matricidio

di Mariam Irene Tazi-Preve

Saggio contenuto in Mothering, Gift and Revolution: Honoring Genevieve Vaughan’s Life’s Work, a cura di Kaarina Kailo in collaborazione con Erella Shadmi. Prossima pubblicazione a cura di VandA edizioni

La tesi di questo saggio è che la creazione del patriarcato si fonda sull’esclusione e lo sfruttamento delle madri perché sono all’origine della vita e della società. Nei secoli l’apparato istituzionale ha usato diversi sistemi per indebolire e silenziare le madri. Ha avuto successo in quanto oggi le donne stanno cedendo la loro funzione riproduttiva, creando la possibilità della propria sostituzione attraverso la tecnologia (madri surrogate, ecc.).
Il modo in cui ci appare la maternità oggi si basa su una lunga storia. A partire dalla fine del Medioevo la violenza della caccia alle streghe ha silenziato le donne per secoli fino a incutergli il terrore di parlare apertamente. La scomparsa della madre è stata ulteriormente sostenuta dall’astrazione scientifica; per esempio con la scienza ginecologica che ha stravolto, ponendo sotto la supervisione del maschio, il processo della nascita mentre il seme ha assunto un significato maggiore della gravidanza e del parto, ma anche tramite la legge che ha tolto ogni diritto alle madri e ha inventato la certezza della paternità.
Il contrario, e cioè che sono esistite delle culture orientate verso la madre e che ce ne sono alcune che ancora oggi sopravvivono, verrà esposto nella seconda parte della mia dissertazione.
Inizio da uno specifico punto di vista, ed esattamente dalla Teoria critica del patriarcato (Kritische Patriarchatstheorie – KTP) della Scuola di Innsbruck, che ha continuato la ricerca sui primi sviluppi della teoria femminista della fine degli anni ’70 (ad esempio su femminismo radicale ed ecofemminismo) per svilupparli e sistematizzarli. L’obiettivo del nostro gruppo (Werlhof 2015, Projektgruppe, Tazi-Preve 2021) era di creare una metateoria sistemica che facilitasse lo studio delle società sotto ogni aspetto. L’uso di questi strumenti di analisi ha rivelato che la politica e l’economia si impegnano costantemente nella distruzione della natura e dell’umanità stessa a favore di una nuova creazione artificiale che si pensa possa essere migliore.
Il termine patriarcato è composto dal latino pater e dal greco arché, che ha tre significati diversi (Gemoll 1947). Può essere tradotto con “dominio”, ma anche come “inizio” o “origine”. Il padre ha voluto competere con la madre per la sua posizione, perché lei è l’inizio, l’origine da cui deriva tutto il resto. È successo all’inizio della storia in una forma legale e costituente, e anche attraverso simboli e miti – come quello di Zeus, il dio-padre dalla cui testa è nata Atena. Quello che è stato tralasciato nelle versioni più recenti dell’epopea greca – che comunque ha subito vari cambiamenti nel corso dei secoli (Graves 1992) – è proprio il fatto che il dio-padre ha ingoiato la dea Meti incinta di sua figlia presumibilmente subito prima che partorisse (Mulack 1990). Ergo: l’eliminazione della madre nella realtà non funziona. La presupposta “creazione della vita” patriarcale dipende dall’assorbimento della materia e della potenza creativa materne.
Apprezziamo moltissimo Genevieve Vaughan che analizza in profondità i presupposti dell’economia al fine di recuperarne il totale radicamento nella figura della madre e mostrarla nella sua valenza di un paradigma senza il quale la vita sociale ed economica sarebbe inimmaginabile. Il suo impegno costituisce un enorme contributo al “ritorno” della madre come principio di umanità.

L’economia senza la cura

Il linguaggio usato per descriverle nei testi di economia riflette il modo in cui le donne sono trattate nella maggior parte degli ambiti della vita pubblica. Per quando orrende, queste zone morte sono ancora sostenute dai canoni della scienza economica. Alla riunione annuale della Royal Economic Society di Brighton, in Inghilterra, l’economista Victoria Bateman entrò nella sala completamente nuda. “Stavo interpretando letteralmente il ruolo dell’elefante che ingombra il salotto”, disse la Bateman, assistente di economia e membro consociato dell’Università di Cambridge, facendo riferimento all’assenza delle donne nella tradizione della teoria economica, nonché alla conferenza stessa. (“In Her Words)
Il fondatore della macroeconomia classica, Adam Smith, ha svalutato il potere riproduttivo delle donne: “Una donna delle Highlands (Scozia) mezza morta di fame di solito partorisce più di 20 bambini, mentre una signora in carne spesso non riesce nemmeno a mettere al mondo un bambino e di solito dopo due o tre parti ha esaurito la sua forza. (…) Una vedova ancora giovane della classe media o bassa con prospettive di matrimonio quasi nulle in Europa, è considerata appetibile qui (in Nord America) Il valore dei figli è il più forte l’incentivo al matrimonio” (Adam Smith citato in Michalitsch 2006, p. 105).
Il tono condiscendente con cui le donne vengono denigrate mira a nascondere il fatto che il numero dei figli forma la base di qualsiasi economia e società. La pretesa che si tratti di un processo naturale permette di evitare di riferirsi alla gestazione e alla crescita di un figlio come a un lavoro. Nonostante tutte le critiche sollevate al lavoro di Smith, il paradigma è rimasto determinante fino a oggi.
L’economia gioca un grosso ruolo nella terribile narrazione che viene fatta della maternità. La figura della madre è pesantemente influenzata dalla nuova interpretazione che è stata data a ciò che un tempo era chiamato “economia” – oikos nomos, dall’originale greco. Voleva dire fornire alle persone i beni di cui hanno bisogno. Durante i secoli è stata drasticamente trasformata. L’accelerazione neoliberista al momento sta traendo vantaggio da tutte le “merci” che sono considerate gratuite: i doni delle madri e della natura. La deleteria concezione “secondo cui i governi nazionali europei sono al momento considerati null’altro che collettori di denaro per banche e multinazionali” (Werlhof 2009, p. 145) è accompagnata dalla “riduzione a macchina” degli esseri umani e dell’intero mondo animato (Genth 2002). Lo scopo quindi è di distruggere ogni energia orientata alla vita in favore di un mondo trasformato in “una macchina fabbrica soldi”.
“Una vita sbagliata non può essere correttamente vissuta” è il famoso detto del filosofo tedesco Theodor Adorno. Allo stesso modo la maternità non può prosperare perché il patriarcato si regge sullo sfruttamento dei doni delle madri e delle risorse naturali. Questo è il punto di partenza della teoria di Genevieve Vaughan (2015) che non solo mina la scienza convenzionale, ma ne capovolge qualsiasi concetto base. Secondo Vaughan (2015) l’economia del dono non persegue il profitto, non è una scelta raziocinante e nemmeno si rispecchia nel motto “ognun(a) per sé”. FOTO Mariam Tazi-Preve con Kaarina Kailo alla conferenza “Le radici materne dell’economia del dono”, Casa Internazionale delle donne, Roma, Italia, 2015. Foto di Kirre Koivunen.
Genevieve Vaughan (2017) mostra che è proprio l’opposto: il dono crea prossimità, comunità e produttività. Dare la vita e non prenderla assicura la sopravvivenza collettiva, esprimere generosità ed empatia contro i principi economici della “lotta per la sopravvivenza” e della presupposta ricorrenza naturale della scarsità. Nel 2020, la crisi del corona virus ci fornisce un esempio di come il dono della cura verso i bambini, gli anziani e le persone malate è il fattore che tiene in piedi la società.
Mentre l’idea patriarcale di economia vede solo quello che può essere trasformato in merce, noi ci ritroviamo in un “mare di doni che non riconosciamo come tali” (Genevieve Vaughan 2015, p. 64). Da manuale, il riferimento corre ai decenni di attenzioni che servono per allevare un bambino. Si riferisce anche alla foresta che ci consente ad esempio di ritemprarci. Fuggire dalla società verso la natura “incontaminata” è necessario solo perché dalla prima abbiamo ormai levato tutta la vita. Lo si può ben vedere nella struttura edilizia spietatamente funzionale delle città americane, che fa sì che la gente scappi in paesi come l’Italia, che hanno un’architettura tanto bella da spingere le persone a starci vicino. L’abbondanza (insieme alla bellezza) è una legge della natura, in opposizione al “classico” concetto economico di scarsità e funzionalità.
Di recente – basandosi sulle idee di intellettuali come Jeremy Rifkin (2019) – la democratica americana Alexandra Ocasio-Cortez e la neoeletta presidente dell’Unione Europea Ursula van der Leyen hanno dichiarato che il Green Deal o l’Economia verde è il loro obiettivo più importante. Questa tendenza segue la retorica dei nuovi movimenti politici sull’economia responsabile e sostenibile. Ma a cosa mira per davvero l’agenda politica europea? Sembra che ci sia l’intenzione di sussumere lo spirito combattivo e le ingenue convinzioni dei giovani per presentare l’illusione di un cambiamento e una nuova etichettatura, ma non una svolta profonda, anzi tutto il contrario.
Che il Green Deal sia il tentativo di far confluire la nascita di un fronte ecologico per la giustizia sociale  all’interno del progetto neoliberista è stato dimostrato da Geraldine Perry (2019). Lo definisce “accaparrarsi il verde”. I Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992 hanno prodotto una serie d’incontri in tutto il mondo sullo sviluppo sostenibile, sponsorizzati dalle Nazioni Unite, che adesso si chiamano Rio + 20. A quanto rileva Perry, “ci si è basati sulla Green Economy con lo scopo specifico di entrare nella crescita dell’economia globalizzata, spostando le valute di mercato sui servizi per l’ambiente e sulla produzione e il consumo sostenibili. È stato questo piano che ha fatto nascere il termine “accaparrarsi il verde” che si riferisce all’appropriazione di terra e risorse – apparentemente a scopi ambientali. (…) Wall Street è più che intenzionata a finanziare il Nuovo Green Deal “ (Perry 2019, senza indicazione della pagina).
Il processo di Rio in se stesso è stato stabilmente privatizzato sotto il peso di vent’anni di globalizzazione neoliberista. Poiché in tutto il mondo le contraddizioni tra economia e ambiente si sono irrigidite, la natura stessa è diventata una fonte di profitto. Vendendo le risorse naturali, quello che un tempo si trovava all’intero di una struttura di regolamenti a guida statale si è trasformato in un’iniziativa aziendale basata sul mercato. La tendenza delle multinazionali a privatizzare e commercializzare servizi e risorse dell’ecosistema in nome della protezione ambientale può causare la perdita del diritto alle risorse delle comunità locali. È l’approccio preferito di grandi organizzazioni a tutela come il World Wildlife Fund (WWF) che in questo modo hanno il posto garantito alla tavola dei negoziati di Rio + 20 insieme ai governi neoliberisti e agli interessi di potenti multinazionali.[1]
Dovendo affrontare critiche sempre più massicce, gli ideatori dell’“economia senza la cura” concentrano tutti gli sforzi nel reindirizzare e far ritornare tutto dentro il sistema, mentre dicono che stanno apportando cambiamenti fondamentali. Così venduta, la natura dovrebbe essere preservata in modo che tutti noi possiamo farne uso; nello stesso modo la maternità può essere migliorata e resa più tollerabile appaltando la gravidanza e aiutando le donne senza figli ad avere un bambino. Con una torsione del linguaggio, si parla di diritti, del diritto a un figlio.  Ma come scrive Renate Klein, questa retorica è neoliberalismo fatto passare per progressismo. Si parla di “diritti” e “opportunità”; usando un linguaggio riproduttivo liberale si è sgombrato il cammino per trasformare le donne in “officine di corpi”.

Mariam Tazi-Preve con Kaarina Kailo alla conferenza “Le radici materne dell’economia del dono”, Casa Internazionale delle donne, Roma, Italia, 2015.
Foto di Kirre Koivunen.

Come si definisce l’ego

Potrebbe essere utile una rilettura delle riflessioni elaborate durante il femminismo della seconda ondata. L’ideale dell’ego matricida indipendente è stato raramente interrogato dal pensiero femminista. Così il concetto è rimasto fedele alla tradizione dell’idealismo tedesco e alle teorie di Sigmund Freud e Simone de Beauvoir. La loro idea psicanalitica ed esistenzialista della costruzione dell’identità attraverso la soggettività specifica insieme all’ideale illuminista del “cogito ego sum” è rimasta valida. Difficilmente troviamo delle critiche sul fatto che quando le donne chiedono dei diritti, devono sottostare a un ideale di soggettività orientata esclusivamente allo sviluppo della mascolinità.
Secondo le psicologhe Carol Gilligan, Lyond e Hammer, le ragazze costruiscono la loro identità all’interno di relazioni, il che significa che trovano se stesse attraverso lo stretto legame con un’altra persona. Per i ragazzi la strada alla mascolinità passa attraverso il conflitto e lo scontro con gli altri. Lo sviluppo dell’autostima femminile può essere distrutto se la società svaluta la relazione. Per tutta la durata della vita delle donne il messaggio che passa è che i legami sono un intralcio, e che indipendenza e autonomia sono migliori e valgono di più. Nello stesso tempo le donne esperiscono il legame come una priorità,e la cosa che causa conflitti con l’ambiente circostante. Viene loro detto che i problemi psicologici che vivono come risultato di questa situazione sorgono a causa di una mancanza di autonomia, un deficit dello sviluppo che deve essere risolto.
Raggiungere l’“uguaglianza” nella vita pubblica è l’obiettivo per cui lottare, assimilando alla lettera i dettami patriarcali orientati all’ideale maschile di persona. La speciale “competenza nelle relazioni”, la “cura materna” (Chodorow), la loro disponibilità a sacrificarsi e a nutrire sono diventate un bersaglio della critica delle donne. La strategia relazionale ha poco valore in un freddo mondo di spietata autoaffermazione. Il secondo movimento delle donne ha iniziato la sua protesta contro l’oppressione criticando senza sosta il comportamento “materno” per compiacere i valori imposti a un mondo dominato dal maschio, dove perfino nella realtà raggiungono il successo le donne senza madre.
I concetti di corpo e stato hanno la loro radice nella dicotomia soggetto/oggetto. Il concetto di “maturità dell’io” viene perciò equiparato alla capacità di percepire la realtà dell’oggetto come se questa fosse radicalmente separata dal soggetto. Tutto ciò è in linea con le tesi che sottendono la mascolinizzazione, come sottolinea anche Genevieve Vaughan: “Per il bambino la legge della madre viene rimpiazzata o cancellata dalla legge del padre(o da altri modelli di maschio maschilizzato)” (Vaughan 2007, p. 200). La relazione tra la madre e i figli è sostituita dall’assenza della relazione con la madre e con tutti quei legami sociali simboleggiati dall’ideale del sé.
Negli anni ’80 Keller propose il concetto di “autonomia dinamica” che si produce più per dipendenza che per isolamento, una percezione del sé che distingue dagli altri ma che rimane in relazione con loro, e che fa percepire gli altri come soggetti con cui si ha abbastanza in comune per consentire il riconoscimento di interessi ed emozioni diverse – in altri termini, riconoscerli come soggetti altri.
Per Luce Irigaray l’espressione “economia della placenta” è un esempio di come la maternità possa essere intesa come qualcosa che sta nel mezzo della dicotomia. Pone l’accento sull’etichettare la gravidanza come se la madre e l’embrione fossero collegati ma distinti. Ciò rende chiaro che la dicotomia per cui gli interessi della madre e del bambino si mettono in gioco l’uno contro l’altro – vedi ad esempio il dibattito sull’aborto – crea un conflitto assolutamente artificiale. Tutti i concetti intesi a creare la formazione dell’individuo in maniera non disgiunta non hanno avuto successo, il loro opposto infatti, l’io contro gli altri, resta l’assunto che definisce l’interazione sociale.

La psicanalisi classica e la Madre

In un primo lavoro (Tazi-Preve 1992) ho abbozzato un’altra radice del matricidio – partendo dalle mie ricerche mitologiche e filosofiche – all’origine della psicanalisi dove viene teorizzato come parte normale dello sviluppo del bambino (maschio).
Mi riferisco nello specifico a Jung perché il suo studio degli archetipi è diventato sapere comune. Nella sua opera “L’archetipo della madre” il tema dell’eroe perennemente errante[2] alla ricerca della madre fa la parte del leone. Secondo Jung, il suo atavico desiderio di regressione sembra avere come oggetto lei, ma in realtà la madre è la “porta” sull’“inconscio”, l’entrata per il “regno delle madri”. Colui che vi entra sottomette la sua personalità cosciente all’“influenza condizionante dell’inconscio”.
Secondo Jung le persone passano l’intera esistenza a combattere l’attrazione esercitata dalla subcosciente tentazione di “regredire”. Per tutta la vita, gli uomini pagano con la paura la separazione dalle madri. Più è forte il legame al momento del distacco e più la madre viene ritenuta “pericolosa” per il figlio. L’archetipo della “madre terribile” della psicologia analitica è onnipresente. Letteratura, teatro e film sono pieni di madri distruttive, figure che impersonano il male. E le donne non riescono a essere all’altezza dell’immagine della “buona madre”. La donna asessuata che si sacrifica di continuo, che dà sempre, è una proiezione. Neumann (1981) descrive una “madre buona” che pare assomigliare all’eterna saggezza del subconscio.
Poiché la definizione della maschilità nella psicanalisi classica può essere tradotta con “non essere femmina”, la madre è vista come una continua minaccia all’identità del maschio. Ma la fonte dell’amore resta legata alla madre, scrive Luce Irigaray, nonostante il fatto che, sempre secondo la teoria psicanalitica tradizionale, amore e desiderio debbano poi indirizzarsi verso il padre.
Sia i ragazzi che le ragazze all’inizio sono del tutto “immersi nella femminilità della madre”. L’amore per la madre così importante per i ragazzi, nella nostra cultura è un “amore bloccante” (Oliver 1988), ed essi si trovano costretti a lasciare il regno materno solo attraverso un comportamento aggressivo, ma anche con l’aiuto del linguaggio, della freddezza e della logica. La mancanza di emozioni è, secondo Oliver, la legge edipica del linguaggio maschile. Nella costellazione delle famiglie nucleari, i figli possono sperimentare la madre solo come opprimente e le portano rancore. Un’“eccedenza di madre” dovuta al fatto che è lei l’unica presente, porta alla mascolinità matricida.
Per questa ragione la regressione dei ragazzi verso queste forme di relazione (le emozioni in genere) sono assolutamente minacciose per il loro io. Per la precisione, dato che i giovani maschi raggiungono l’indipendenza e l’identità maschile isolandosi e respingendo il femminile, qualsiasi possibile ritorno a essa è visto come una minaccia. Così l’identità maschile si forma in linea al concetto dell’ego, e così i ragazzi entrano nella vita con la percezione di un’identità artificiosa che richiede costantemente sostegno e conferma da un’esagerata autostima che non è basata su nessuna particolare capacità se non quella di essere maschio, con un occultato sentimento d’invidia che trapela nell’ideologia di un superiore valore dei maschi e in una “distorsione percettiva” (Mulack 1990, p. 70).
rattando con i concetti base delle teorie psicanalitiche classiche vediamo come nella realtà dei rapporti di abuso sessuale incestuoso sono quasi sempre i padri, i patrigni e altre figure paterne ad abusare sia di bambine che di bambini. Queste relazioni di violenza sono state capovolte e celate “dalla necessità di porre una barriera all’incesto” tra madre e figlio. La continua separazione della coppia serve allo scopo di indebolire la madre per reclutare il figlio sotto l’ordine patriarcale. I veri atti incestuosi non furono riconosciuti fino a 1970, quanto le sociologhe femministe e le attiviste non rivelarono questi crimini a lungo nascosti.

Cittadinanza e politica

Nell’ottica di una critica al patriarcato, i concetti femministi non devono essere valutati solo per come disapprovano il sistema predominante, ma anche nella misura in cui evidenziano la necessità di dominio che permea le loro ricerche sulla politica, la società, ecc. Erna Appelt è un’analista politica austriaca che sta studiando la costituzione del paese. Nella sua ricerca sull’attuale concetto di cittadino dimostra che la sua esistenza è definita all’esterno in opposizione ai non-cittadini e all’interno in opposizione allo spazio connotato come privato delle femmine. Vengono garantiti così non solo i diritti civili, ma anche la partecipazione politica. Appelt critica il fatto che i diritti civili sono stati formulati come neutri fin dall’inizio e che le specifiche problematiche di genere sono state semplicemente “dimenticate”. La creazione del concetto di cittadinanza dimostra che gli uomini che possedevano proprietà hanno protetto i propri privilegi legali ed economici dalle donne, e dagli uomini senza proprietà che poi con l’andar del tempo hanno contribuito a far sì che l’attuale rapporto tra donne e uomini diventasse universale in quanto relazione di diritto maschile. Al pari di molti politologi, non è riuscita a comprendere che la maschilità è stata costruita al momento della fondazione del nucleo della struttura politica, vale a dire lo stato, e perciò da’ vita intrinsecamente a ulteriori azioni che discriminano le donne, come la produzione di norme penali o del diritto di famiglia.
Gli studi condotti dalle analiste politiche del femminismo tradizionale – quelle che aderiscono ai canoni dati – partono dal presupposto che la politica sia l’esercizio del potere all’interno dello stato nazione. Nancy Hartsock vede la consistente mascolinità che caratterizza la politica come un’ideologia che rende più difficile alle donne la partecipazione al suo esercizio. E come altri politologi anche lei ne conferma la composizione profondamente radicata nel patriarcato ma non arriva a concludere quanto sia necessario un diverso concetto di politica.

Concepire una politica matriarcale

Conferenza matriarcale internazionale The time is ripe (I tempi sono maturi)
organizzata da Heide Goettner-Abendroth a S. Gallen – Svizzera dal 12 al 15 maggio 2011

Nell’ambito delle scienze sociali e umanistiche sono stati condotti molti studi al fine di analizzare il concetto di potere. Gli esperti della politica in genere lo intendono come “potere su qualcuno”, per questo il potere è concepito come una forma di proprietà, come qualcosa che si può vedere e misurare. La teoria femminista sul potere divide il dominio tra il concetto di “potestas” e quello di “potentia”, quest’ultimo inteso da Hanna Arendt come la capacità di “poter fare”.
Il “potere matriarcale” non è associato a potere e dominio sugli altri; è piuttosto l’insieme di un’autorità, una forza e una competenza naturali (Goettner-Abendroth 2008). Da un punto di vista etimologico, “potenza” (might) deriva dall’antico germanico maht e significa “possibilità, potenza e proprietà” (Der Duden 1989). Sotto questa luce il concetto si riferisce al potere delle disponibilità intrinseche di una persona. Al contrario, le caratteristiche del dominio patriarcale possono solo affermarsi attraverso la costrizione all’obbedienza.
A livello simbolico, la madre non è altro che un’intermediaria per il mondo. “Io affermo che saper amare la madre fa ordine simbolico”, dice Luisa Muraro, “ed è questa, secondo me, l’affermazione implicita, ma sempre meno implicita, del movimento delle donne” (Muraro 1992, p. 21). Quindi la maternità dovrebbe essere intesa come una categoria politica, nel senso che l’immediato ambiente circostante, che è affidato alla madre, è da lei strutturato in maniera responsabile. Ecco perché esercitare il “materno” è il principio più elevato delle società matrilineari.
La politica matriarcale non si percepisce staccata dalle altre relazioni e si esercita sempre con e attraverso la società e la famiglia; come afferma Heide Goettner-Abendroth, la più importante studiosa del matriarcato, “dal canto suo è incorporata in un  tessuto di spiritualità, arte e scienza, pur avendo delle sue proprie regole – fuori da questo tessuto non può esistere. È universale e pubblica perché, secondo la regola del consenso, è la politica di tutti i membri della società” (Goettner-Abendroth 2006, p. 253).
Dalla fondazione degli stati nazione, ogni comunità e regione è considerata secondaria. Questo rende ancor più degno di nota il fatto che i Moso, un grande gruppo indigeno all’interno dello stato cinese, per fare un esempio, siano stati in grado di preservare la loro integrità culturale, compresa la loro economia, nonostante vivano nel mezzo di uno stato centralizzato (Gatusa 2006).
Nelle democrazie occidentali, all’intervento della politica dall’alto viene data legittimità attraverso elezioni che si tengono a intervalli regolari. Creare un consenso che parta dalla base verso l’alto, impatta solo in percentuale minima, è orientato alle necessità e funziona per brevi intervalli di tempo. La struttura politica delle società matrilineari si allinea al principio di agire localmente per costruire il consenso. Il mandato è quello di ascoltare chiunque, l’agire è quello della democrazia dal basso. Non viene richiesta un’imposizione aggressiva, ma viene dimostrata considerazione anche verso coloro che hanno difficoltà a trovare le parole per esprimere le loro ragioni. Contrariamente a come viene concepita la politica patriarcale la conservazione e l’interazione con la natura fanno parte del processo decisionale. L’azione politica scaturisce dai piccoli gruppi che sono in contatto con tutti gli altri gruppi locali circostanti.
La politica in un contesto matrilineare prevede un processo decisionale in cooperazione con la famiglia, il clan e la tribù. Heide Goettner-Abendroth (2008) ha sviluppato uno schema che emerge paragonando tra loro le società matrilineari: nelle democrazie dal basso il processo politico decisionale inizia nel consiglio del clan con una riunione di tutti i membri guidati dalla madre del clan. Quando si raggiunge il consenso la matriarca stessa, o suo fratello in qualità di suo rappresentante, viene mandata al consiglio del villaggio. I negoziati a questo livello si svolgono solo in cooperazione con il clan. Nel livello successivo, la tribù, continua il medesimo processo fino a quando è stato raggiunto il consenso fra tutti i villaggi di un clan. Tutto questo si realizza tramite consultazioni ininterrotte con il villaggio e la famiglia per raggiungere il benestare sul compromesso. Solo quando un lungo processo per deliberare non approda a nessuna risoluzione che abbia il sostegno di tutti, la madre del clan prende una decisione. La politica matriarcale è la politica del consenso, non una politica in cui le decisioni vengono prese a maggioranza.
Secondo questo modo di pensare la politica e la famiglia sono connesse, lo spazio pubblico e quello privato non devono essere separati. Constatarlo è perfino la cosa più importante poiché l’azione patriarcale nello spazio sociale si basa precisamente sull’abisso in cui spariscono le madri nella loro funzione di forza strutturante. E questo è esattamente agli antipodi dell’autorità materna nel clan matriarcale e dell’accettazione del suo consiglio da parte dei membri del clan. L’enorme fiducia nella decisione finale della madre del clan costituisce una caratteristica chiave. La sua discendenza e i legami famigliari sono il prerequisito della responsabilità con cui agisce verso il clan. La posizione della donna più anziana si basa sulla sua esperienza di vita che, contrariamente a quanto avviene nella società occidentale, riveste un grande valore. Inoltre l’abilità nel risolvere i problemi e creare consenso tra la gente così come quella di integrare, richiede un allenato senso di giustizia che viene attribuito più comunemente alla donna più anziana del clan. Il potere matriarcale nasce dall’esperienza, dalla conoscenza e dalla competenza.
Uno storico modello di azione politica e legale non patriarcale si trova nell’America degli indigeni, soprattutto presso gli Irochesi a est del Mississippi (Mann 2009). I loro concetti politici sono molto più antichi di quanto piacerebbe credere al nord globalizzato. I diritti degli Irochesi furono formalmente redatti nel XXII secolo all’interno della “Costituzione degli Haudenosaunee” che precedette di molto quella americana o la nascita dei diritti umani. Di solito i modi di vivere in concertazione con la natura vengono etichettati come “primitivi” e perciò esclusi dai canoni delle pratiche e delle teorie accettate – anche perché la tradizione orale non è mai stata incorporata nel pensiero predominante. Barbara Alice Mann afferma che: “ La ‘Gantowisa’, o donna del lignaggio della sorellanza, ha guidato la sua nazione con coraggio nella vita politica, economica, sociale e spirituale” (Mann 2009, p. 57).
Nella tradizione di queste culture non c’è la nozione della legge come parte di un sistema politico. L’idea che solo degli specialisti possano interpretare i regolamenti è per loro del tutto aliena. Non usano la punizione come mezzo di controllo sociale, ma si preoccupano principalmente di porre riparo all’ingiustizia. Il legame tra la legge e la natura che caratterizza il matriarcato (Lauderdale 1996) si esprime nel presupposto concreto del benessere individuale e collettivo e non in un sistema di norme astratte.
La legge indigena del passato prevedeva un risarcimento alle vittime, mentre il codice penale “moderno” è interessato solo alla punizione, amministrata dallo stato. Analizzando i sistemi statali occidentali del XVII e XVIII secolo, Michel Foucault (1995) aveva capito che il cerimoniale della punizione è un atto di terrore. In realtà la punizione serve come dimostrazione dell’onnipervasivo dominio dello stato ed è simile alla pubblica umiliazione dei prigionieri nelle gogne dei tempi medievali. Le leggi dei popoli indigeni invece erano/sono basate su una visione diversa. Lauderdale afferma che: “La giurisprudenza delle popolazioni indigene conteneva idee e metodi per esprimere la diversità ed esercitare la responsabilità sociale. La pietra miliare della legge era la responsabilità sociale, non la moderna idea dei diritti individuali, che sono imposti dallo stato” (Lauderdale 1996, p. 136).

Maternità e umanità

Sherri Mitchell, un’avvocata e una leader spirituale[3] discendente dagli Abenachi, ci spiega il ruolo giocato dal linguaggio: “Come popolazione indigena ci viene insegnato a vivere in equilibrio con le frequenze armoniche che ci circondano. Ecco perché i nostri insegnamenti provengono da una tradizione orale. La nostra storia ci è stata tramandata oralmente e non perché non siamo stati capaci di tradurre le nostre parole in scrittura, ma perché abbiamo sempre saputo che esse possiedono un’alchimia in grado di creare la forma. Il nostro linguaggio è l’espressione vibrazionale che da’ forma all’universo animato. Quando parliamo, noi intessiamo strati di suono che si uniscono in armonia con l’intero creato. Questa sinfonia armoniosa da’ forma alla realtà che desideriamo” (2018, p. 5).
Molte donne hanno fame di statuine della dea, la più antica rappresentazione del genere umano mai trovata – per comprenderne il significato e per la storia che riguarda la sacralità della madre. La dea ci offre una moltitudine di immagini, come seni, fianchi, vulva, l’acconciatura dei capelli (Venere di Willendorf), il primo agglomerato dell’umanità, i gruppi di madri con i bambini che appaiono nelle caverne, sui vasi, in una grande varietà di forme espressive.
La figura della dea ci conforta e ci rende qualcosa di noi stesse, che abbiamo perso e a cui le nostre anime anelano. Quello che ci è stato dato in cambio è una mimica del materno, un’ideologia (la madre tedesca), un dogma (Maria Santissima). E questo è quello che le donne della seconda ondata del movimento volevano cancellare: le madri paralizzate nelle case, inchiodate all’infelicità del matrimonio. Non era questa la maternità che le donne volevano e hanno messo la madre al centro della loro lotta per conquistare la libertà. Uscendo di casa per entrare nel mondo del lavoro e del potere l’hanno negata e ridicolizzata.

Ristrutturare le relazioni tra donne è l’obiettivo della “politica dell’affidamento” in Italia. Luisa Muraro, la più importante teorica italiana della “differenza di genere”[4] e dell’“affidamento” (fiducia e sostegno tra donne ) nel 1993 sviluppò l’idea di un “ordine simbolico delle madri” come elemento centrale di ogni nuova pratica individuale e politica. Le promotrici di questo approccio si sono impegnate a ricreare la struttura simbolica mancante in cui le donne possano essere rappresentate, struttura che è stata gradualmente estirpata. Un primo passo in questa direzione è la relazione di fiducia tra le donne, specialmente quella tra madre e figlia. E cioè ricordarsi della nostra origine materna. L’“affidamento” in quanto principio di produzione simbolica si crea quando a un’altra donna con cui ci si rapporta viene riconosciuto un valore che le conferisce una voce unica e importante all’interno della relazione.

Traduzione in inglese a cura di Kally Herndon e in italiano a cura di Luisa Vicinelli

Mariam Irene Tazi-Preve Docente femminista, si occupa di politica e riproduzione, insegna all’Università negli Stati Uniti e in Austria. Ha pubblicato, fra gli altri, Motherhood in Patriarchy (2013); in Italia con VandA edizioni Contro la maternità (2020) e Contro la maternità patriarcale. Capitalismo, amore e stato (2021)


[1] Perry prosegue così: “Il concetto stesso di Green Economy è stato creato da un gruppo guidato da un ex dirigente di della Deutsche Bank e direttore della Green Economy Initiative di ell’UNEP (…). La dubbiosa giustificazione per portare la natura a Wall Street – dove crediti e quotazioni dei servizi per l’ecosistema, i derivati della biodiversità, la lotta alle emissioni tossiche e perfino la monetizzazione delle specie selvagge possono essere triturate, rimpacchettate e rivendute insieme a debito, mutui ipotecari, fondi d’investimento e così via – tanto il miglior modo di salvare la natura è venderla. Nel farlo, ci dicono, faremo crescere l’economia e alla fine ne beneficeranno anche gli indigenti, perché si metterà fine a povertà e fame (Perry 2019, senza indicazione della pagina).

[2] Esplicativi i viaggi di Ulisse del Marlboro man.

[3] Per la mediazione tra la legge federale statunitense e la legge indigena.

[4] La “teoria della differenza di genere” è nata in Italia e in Francia ed è stata molto importante in Europa negli anni ’90, mentre non è stata mai diffusamente recepita nel Nord America.

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