Chi sono i veri cavernicoli?

di Luisa Vicinelli, pubblicato il 17 maggio 2015 (sito non più disponibile)

Riporto di seguito una libera traduzione dell’articolo pubblicato nell’ottobre del 2014 sul Daily News a proposito delle recenti scoperte archeologiche a Çatalhöyük. Il titolo altisonante del pezzo dell’Anadolu Agency di Instanbul è 

Gli scavi di Çatalhöyük rivelano che esisteva uguaglianza di genere nelle prime società stanziali

Çatalhöyük, sito neolitico entrato a far parte dei beni dell’UNESCO nel 2013, ha già attratto migliaia di studiosi da 22 paesi per gli scavi archeologici che dovrebbe terminare nel 2018. L’ultima scoperta a far notizia è che Çatalhöyük era un sito in cui esisteva una relative uguaglianza di genere, secondo il professor Ian Hodder dell’Università di Stanford, direttore degli scavi. “Grazie alle moderne tecniche scientifiche, abbiamo scoperto che donne e uomini mangiavano le stesse cose, vivevano vite simili e ricoprivano le medesime posizioni lavorative. Godevano entrambi della stessa importanza sociale. In definitiva abbiamo scoperto che uomini e donne erano trattati nello stesso modo” così afferma Hodder. “La gente viveva nel principio dell’uguaglianza a Çatalhöyük, soprattutto se si considera l’organizzazione gerarchica che trapela negli altri siti in Medio Oriente. È questo che rende diversa Çatalhöyük. Non c’erano capi, né governo o edifici istituzionali; gli uomini e le donne erano uguali”, ha aggiunto. Çatalhöyük fu scoperta nel 1958 da James Mellaart, e i primi scavi furono effettuati in quattro periodi tra il 1961 e il 1965. Nel 1993, ci furono nuove scoperte. Seguendo la planimetria suggerita dalla superficie, gli scavi a nord e a sud del sito sono continuati fino al 1995, e, anche se con interruzioni, i lavori non si sono fermati fino ad oggi. Attualmente a Çatalhöyük opera un team di 160 persone, di cui una su quattro è di nazionalità turca. Hodder afferma che i 9.000 anni di storia di Çatalhöyük e la vasta superficie dell’area la rendono di particolare importanza per le ricerche in questo campo, dato che si tratta del primo esempio di vita stanziale al di fuori del Medio oriente. “Si è sempre pensato che solo in Medio Oriente, in Iraq, in Mesopotamia e in Siria esistessero degli insediamenti stabili. Ma questi scavi hanno rivelato che un’agricoltura e un’organizzazione stanziale esistevano anche nell’Anatolia centrale”, ha affermato, aggiungendo che gli archeologi sono riusciti, grazie a nuove tecniche scientifiche, a trarre nuove informazioni sulla nutrizione, sui rapporti sociali e commerciali di Çatalhöyük.

Scoperte sulla struttura sociale Il team ha fatto importanti scoperte sulla struttura sociale attraverso l’analisi delle sepolture. “Abbiamo scoperto che la gente che veniva sepolta sotto le case non aveva legami biologici di parentela. Vivevano insieme come una famiglia ma non con i genitori naturali. Chi viveva a Çatalhöyük non viveva coi genitori biologici, ma con altre persone”, ha detto Hodder. I ricercatori hanno anche preso in esame le connessioni tra le pitture murali, le sculture e le tombe, il che ha consentito di sviluppare una migliore comprensione di come si svolgeva la vita nell’insediamento. “Pensiamo che le opere d’arte servissero per rimanere in contatto con i morti o per proteggerli” ha affermato Hodder, sottolineando come l’arte di Çatalhöyük, come le tante pitture scoperte sui muri delle case, sia intrisa di un profondo simbolismo. “Un altro motivo per cui Çatalhöyük è molto importante è che sia le pitture che i manufatti sono conservati molto bene. Quando si visita Çatalhöyük e si va nelle case si possono vedere sia le persone che le cose che possedevano. L’impressione è che i tuoi antenati stiano vivendo ancora insieme a te”, ha aggiunto. Grazie all’autorizzazione del Ministero della cultura e del turismo, il team attuale potrà continuare gli scavi per sei mesi tra il 2015-2016 e i lavori termineranno con la stagione 2017-2018. Hodder ha anche detto che uno degli obiettivi ancora rimasti per il team è quello di stabilire quando l’insediamento ha avuto origine. “Non abbiamo nessuna idea riguardo le prime abitazioni che sono state ritrovate negli strati più bassi. Vogliamo capire perché la gente si è messa a vivere insieme e ha fatto nascere Çatalhöyük”. Hodder ha anche notato come Çatalhöyük sia diventata più popolare tra i turisti dopo il suo inserimento nella lista dei beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Scavare nel sito è un processo arduo dovuto alla necessità di proteggere le costruzioni in mattoni; inoltre il direttore dei lavori ha spiegato che è anche molto difficile per i siti archeologici ottenere finanziamenti in modo continuativo. L’archeologia richiede procedure molto lente e una grande pazienza. “La Yapı Kredi [sigla di una banca turca che dal 1997 sponsorizza gli scavi] si sta prendendo un bel rischio, ma il rischio si è già trasformato in un successo con l’entrata di Çatalhöyük nella lista dei beni patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.”

Hodder fa parte a una corrente archeologica che privilegia il quantificabile sul simbolico. Ora afferma lui stesso di trovarsi di fronte a una cultura, quella di Çatalhöyük, fortemente intrisa di rimandi metaforici, che andranno prima o poi interpretati. Nel 2003 Vicki Noble, femminista, guaritrice e studiosa della Dea, dopo aver elencato le preziose scoperte e intuizioni di Mellaart, l’archeologo di origine olandese che per primo ha scoperto l’insediamento, scriveva nel suo libro La dea doppia come fosse in atto un “inopportuno” voltafaccia rispetto alle prime conclusioni relative al sito. “Nella Turchia centrale, nel centro turistico recentemente aperto nel sito, Hodder, insieme a Ruth Tringham della California University di Berkeley, e ad altri studiosi della cosiddetta “Nuova archeologia”, sta creando una realtà virtuale (con CD-ROM e altre rappresentazioni  visive) nello sforzo di sostituire la precedente interpretazione accademica di Çatalhöyük che lo vuole primo sito intatto della Dea nel mondo antico”. Sempre Noble ci dice che particolarmente controversa è stata la scultura di un corpo femminile seduto su un trono tra le cui gambe si intravede qualcosa che potrebbe sembrare la testa di un bambino che sta per nascere. Gli archeologi si sono affrettati a chiamarla “la partoriente”, tralasciando i segni di regalità (il trono) e di dominio sugli animali (i braccioli del trono sono costituiti da due leopardi), oltre al fatto che aveva le caratteristiche fisiche di opulenza e abbondanza che caratterizzano le dee del Neolitico. Inoltre la scultura era stata ritrovata nel granaio comune di Çatalhöyük, cosa che, dice Noble, “fa pensare che indichi la proprietà collettiva femminile del ‘surplus’ della produzione agricola, espressione dell’abbondanza della Madre Terra che rese possibile agli esseri umani stanziarsi in un posto, coltivare cibo e dare vita alla civiltà”. Praticamente un fattore che va nella stessa direzione di quanto Hodder afferma nell’articolo del Daily News, quando parla di una società egualitaria e senza strutture di potere.

Chissà se ora che l’evidenza delle recenti scoperte archeologiche fatte dal suo stesso team lo hanno portato ad ammettere che la cultura di Çatalhöyük era una cultura egualitaria, senza gerarchie, con un forte culto degli antenati e che non si basava sul modello di famiglia patriarcale, cambierà idea rispetto alla cultura della Grande Dea e si avvicinerà alle conclusioni a cui Mellaart, nonostante il suo fare eccentrico, era già arrivato negli ’60? Quello che ha scoperto potrebbe correggere la miopia e l’avversione con cui sono stati accolti (e lo sono tuttora) gli studi archeo-mitologici di Marija Gimbutas. In aggiunta, nelle ricerche di Heide Goettner Abendroth sulle società matriarcali ritroviamo le stesse caratteristiche di organizzazione sociale descritte da Hodder in riferimento a Çatalhöyük.

Ci auguriamo che gli scavi programmati e finanziati nei prossimi anni possano darci ulteriori informazioni su questa civiltà del passato; ci potrebbero aiutare a capire perché non abbiamo più una vera uguaglianza tra i sessi. Ironia della sorte, il sito si trova proprio in Turchia, dove un nuovo oscurantismo nei confronti delle donne stride fortemente con le origini della sua stessa civiltà.

Bibliografia disponibile in italiano:
Vicki Noble, La dea doppia, Venexia, 2005.
Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea, Venexia, 2008.
Id., Le dee viventi, Medusa, 2005.
Id., La civiltà della dea, vol. I e II, Stampa alternativa, 2012-2013.
Heide Goettner Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, 2013.