Agnès Echène, je t’adore !!

Dopo Il primo ricettacolo della violenza contro le donne: la coppia, ecco tradotto un altro saggio di questa autrice illuminata (originale in francese qui)

Quale alternativa al patriarcato?

Dare valore a un modello sociale non coniugale

di Agnès Echène, ricercatrice di antropologia culturale

Riguardo ai tanti problemi contemporanei, diverse riflessioni rievocano, tra le cause dei mali presi in esame, l’organizzazione patriarcale della società. Che si tratti di alienazione, di molestie psicologiche o sessuali, di discriminazione in base al sesso sul lavoro o nella politica, di violenza coniugale maschile, di sessismo, prostituzione, omofobia, pornografia, pedofilia, ecc., il patriarcato viene molto spesso indicato come responsabile. Sulla stampa, nel mondo associativo, nel femminismo, all’interno dei movimenti libertari e delle lotte sociali sono reperibili delle azioni “anti-patriarcali”. Ma dopo la lotta cosa propongono? Che cosa si farà in caso di vittoria? E poi, lottare contro il patriarcato, è lottare contro cosa? Gli uomini? Gli etero? Contro il matrimonio borghese? Contro la destra? Il capitalismo? Il fascismo? Contro la globalizzazione? E contro che cosa ancora?

Quando ci interroghiamo su un’eventuale scelta culturale diversa che farebbe comparire, a fianco del patriarcato, una o più forme di organizzazione famigliare e sociale, ci assale la perplessità. E sarebbe difficile fare qualsiasi elenco. Si arriva anche a farsi la domanda essenziale: c’è vita al di fuori del patriarcato?

C’è stato chi ha sostenuto che prima ne esisteva una: Johan Jacob Bachofen, un giurista svizzero del XIX secolo, ha studiato minuziosamente un immenso corpo di notizie antiche e antropologiche che rivelavano usi e costumi estremamente esotici agli occhi occidentali, e lo ha esposto in un’opera monumentale intitolata “il diritto materno”, diritto che egli considera primitivo e indecente, felice di averlo visto rimpiazzare dal diritto paterno in cui scorge un grande progresso dell’umanità. Il suo lavoro fu poi ripreso, per rievocare un matriarcato dell’antichità, da femministe/i meno puritane; furono prontamente contraddette/i da un drappello di storiche/i che provavano – facendo A+B – che una cosa simile non era mai esistita e venenro ridotte/i al silenzio. In ogni modo, per Ie refrattarie al potere in quanto tale, ogni “-arcato” (=dominio) suona odioso, che venga dai padri o dalle madri. Cosa che comunque non svuota d’interesse lo studio del giurista Bachofen.

Altri ricercatori portarono alla luce numerose organizzazioni sociali estranee al “diritto paterno”, come Morgan, ripreso da Marx ed Engels, Malinowski, Makarius, Maillassoux e altri. Tuttavia l’esotismo delle società studiate (Indiani, Melanesiani, ecc.) sembra far scartare i loro modelli. Una società che si ritiene evoluta ha qualcosa da imparare dai selvaggi? Succede così che l’inestimabile tesoro raccolto dagli etnologi da qualche secolo a questa parte sia buono solo per i musei, niente di ciò che è vivente pare costituire un buon esempio per una società arrogante che tuttavia spende una fortuna per studiare i costumi dell’intera terra; tutto sembra così vano – salvo che per farne spettacolo, belle immagini, programmi pittoreschi, filmati insoliti, bei libri. Si presta attenzione, nonostante la loro ricerca, a pochi frammenti di quello che Bachofen, Morgan, Malinowski, ecc., hanno esaminato. Ma cosa ce ne possiamo fare? Sembra che tutto ciò non sia ammissibile qui e ora.

Se il patriarcato è deprecabile, se il matriarcato non è né probabile né appetibile, e se tutto il resto non è ammissibile, quale speranza rimane a questo povero mondo?

Che cos’è dunque il patriarcato? Nell’infinita diversità di usanze e organizzazioni sociali descritte dall’etnologia, si riesce a malapena a discernere quello che caratterizza precisamente e concretamente il “patriarcato”. Infatti, non appare mai come un tipo di società in cui gli elementi fissi emergono con chiarezza. E lo stesso si può dire del problematico “matriarcato” rilevato da alcuni osservatori. Se il patriarcato si definisce come “un tipo di organizzazione sociale in cui l’autorità domestica e politica è esercitata dagli uomini, i capifamiglia”, non viene mai precisato quali sono gli elementi materiali, strutturali o organizzativi che permettono, addirittura favoriscono, questo esercizio d’autorità. Raramente si dice nello specifico su che cosa poggia nel concreto il potere maschile. Tali imprecisioni producono ogni tipo di confusione, per questo si parla del “matriarcato” come di qualche donna che esercita un potere che fino a poco prima era maschile, o come se la famiglia, sempre più disertata dagli uomini, vedesse le donne mettere in atto un’autorità, o una “potenza”, un tempo paterna. Si considera un cambiamento essenziale quello che altro non è che una variante di superficie. La nozione stessa di “matriarcato” viene a soffrire così delle medesime imprecisioni. Sembra inoltre che il concetto sia innanzitutto nelle mani dei polemici più che degli studiosi. Allora cosa definisce nel concreto il patriarcato? Che cosa permette di identificarlo quando si prende in considerazione una società?

Al di là delle mille varianti che influenzano la famiglia nello spazio e nel tempo, c’è una realtà che ritroviamo sempre e ovunque: il gruppo domestico (o casa in senso lato). Non la famiglia? Se s’intende per “famiglia” quella che conosciamo, basata su una coppia di genitori, che si costituisce più o meno all’interno di una rete di grandezza variabile, allora ovviamente no. La nostra famiglia occidentale moderna, che sia nucleare o allargata non costituisce l’unanimità dell’umanità. Al contrario, il gruppo domestico è universale – beh, a parte qui e… domani: infatti, da noi, il futuro non è del gruppo ma del singolo (che sia amante, o papà, o mamma…), che sia per scelta (ognuno sotto il suo tetto) o per calamità (vedovanza, separazione): le famiglie monogenitoriali sono passate da una su quattro degli anni ’80 a una su tre nel censimento del 1999. Si tratta evidentemente di una situazione propria dei paesi ricchi – anche se riguarda anche i poveri dei paesi ricchi: solo le società burocratiche possono permettersi un tale lusso; è solo là dove circola il denaro, dove i bisogni individuali sono presi in carico dalla società e i mezzi di comunicazione sono così altamente sviluppati che ci si può permettere il lusso di restare da soli. Ma se ci venisse tolta la Sicurezza Sociale, la garanzia di un alloggio, la sicurezza della pensione, del telefono, dei supermercati, dell’auto e della televisione… come potremmo pensare di vivere soli? D’altra parte la maggioranza dei single (in Francia) abita in città, anzi in centro città. Vivere da soli in campagna o nelle periferie è una scommessa – e senza dubbio una disgrazia. È per questo che in tutte le società non industrializzate, di oggi come di ieri, si vive in gruppo.

La maggior parte delle società antiche e moderne dunque sa cos’è il “gruppo domestico” e qui la cosa si fa interessante: infatti questo gruppo è composto in modi molto vari, più o meno sofisticati. E ci sarà da divertirsi nello stabilire all’interno delle nostre riviste i “grafici della felicità” delle società umane: quali combinazioni di gruppo domestico rendono più felici le persone, scegliendo i criteri prediletti dei sociologi, cioè la discendenza, la solidarietà o la sessualità?

Per quel che riguarda la posterità Si spara a zero da ogni parte sugli ostacoli alla felicità. Che il gruppo domestico sia una tribù oppure costituito da un individuo, la lamentela è continua: da un lato le donne hanno troppi bambini, dall’altro li vorrebbero ma non possono farli perché non riescono a trovare il partner ideale; da un lato non hanno sui figli nessun diritto, dall’altro si devono far carico di tutto; i padri si accaparrano i bambini o, al contrario, non li vogliono riconoscere; le donne fanno figli “se li vogliono e quando li vogliono”, ma obbligano poi i padri ad assumersi una paternità non desiderata; oppure gli uomini ingravidano le donne e poi rifiutano di farsi carico della propria progenie… Tutti i casi enumerati si manifestano solo nelle società coniugalizzate: le società senza matrimonio non possono sapere nulla di queste complicazioni e delle loro nefaste conseguenze poiché i genitori, che lo vogliano o meno, non sono imparentati con la loro progenie, ma sono comunque responsabili di tutti i bambini della propria famiglia.

Per quel che riguarda la solidarietà Sembrerebbe che sotto questo aspetto la cosa si semplifichi. Le persone che vivono insieme si sostengono reciprocamente: fino alla morte? Mah! La questione si complica! Fino alla morte, se non c’è allontanamento o separazione. Ora le esclusioni e le separazioni non costituiscono delle eccezioni: gli individui che vanno in deroga alle leggi di alcuni gruppi vengono esclusi, come i figli ribelli e le figlie libere. Lo stesso vale per le spose sterili o con dote insufficiente, oppure per le figlie sposate che vengono costrette ad allontanarsi. Tutti questi esclusi, privati della solidarietà del gruppo, segnalano indirettamente il malessere di quelli che, pur inclusi, devono sottomettersi ai diktat, pena l’esclusione. Là dove la coppia ha rimpiazzato la tribù, la solidarietà è lo stesso precaria; il matrimonio (pacs o altro) fonda dei nuovi gruppi con l’intento di assicurare “protezione reciproca” ai congiunti e ai bambini; ma se la coppia non è indissolubile, basta una separazione perché la solidarietà svanisca, indipendentemente dalla devozione, dai doni o dai sacrifici a cui si è acconsentito finché la coppia ha tenuto. Certo, le società burocratiche garantiscono un sostegno minimo, ma chi è costretto a questo tipo di solidarietà la vive come una grande privazione. Si sa che in Francia i focolari domestici monoparentali (più di frequente con madri sole) sono sempre più svantaggiati, cioè più poveri rispetto alla precedente condizione bigenitoriale. Sono chiaramente situazioni di fatto proprie delle società coniugalizzate; dove la coppia e il matrimonio non esistono, non ci può essere né allontanamento forzato delle figlie sposate né il ripudio, la separazione o il divorzio. La stabilità è quindi indistruttibile, e lo stesso dicasi per la solidarietà.

E per quanto concerne la sessualità? Quand’è che le persone – nell’insieme – si sentono libere di poter rispondere con gioia al desiderio sessuale? Difficile ricevere delle risposte individuali plausibili a questo tipo di domanda. Ma le situazioni e i problemi sociali rispondono in un modo tutto loro. Se nelle società occidentalizzate il numero di separazioni e divorzi è un indicatore dell’insoddisfazione o dell’incapacità di adattamento, bisogna anche tener conto dell’ammontare della prostituzione e della pornografia, insieme alle violenze sessuali di ogni tipo, dei crimini legati alla sessualità, del lavoro che investe i consulenti di coppia e sessuali, del successo della letteratura di compensazione (stampa e letteratura pornografica, romanzi a sfondo sentimentale, polar porno, ecc.), dei programmi televisivi o radiofonici sul sesso e l’intimità, degli annunci sui giornali, dei club, ecc. L’immensità del campo d’interesse è inversamente proporzionale all’appagamento sessuale della gente. Non si può nemmeno dedurre che là dove il campo si restringe, la gioia sia immensa! L’assenza di sbocchi e di compensazioni sessuali si accompagna più spesso a una pericolosa coercizione. In molte società non occidentalizzate, la segregazione delle donne, i divieti che le colpiscono, la loro assenza dai luoghi pubblici, l’abbigliamento che le occulta, le mutilazioni sessuali su uomini e donne, sono lo stesso indicatori di un uguale disagio sessuale delle persone. Inoltre, queste misure dittatoriali non rendono superflua la prostituzione e la pornografia alle quali ricorrono comunemente e in abbondanza gli uomini di quelle società; né impediscono alle donne di “arrangiarsi” a loro rischio e pericolo, anche se circondate da leggi disumane. C’è dunque dappertutto, esibita o nascosta, una sessualità alternativa in concomitanza a quella legale. E la sessualità legale, in entrambi i tipi di società, è legata all’istituzione del matrimonio (monogamico o poligamico che sia) e alla proibizione al sesso che l’accompagna: “dolce” (in Occidente) e “dura (in Oriente), l’interdizione è quella forza che dissuade o impedisce alla gente di considerare l’eventualità di una relazione sessuale fuori dalla coppia o con persone che si mostrano “in coppia” – in un matrimonio rigido all’orientale, oppure blando, nelle pacs, nel concubinaggio o anche nel semplice mettersi insieme a volte per breve tempo (all’occidentale). Inutile precisare che là dove né la coppia né la forma coniugale hanno uno statuto, non c’è motivo perché avvenga quanto elencato sopra.

La coppia, la base del patriarcato Pare proprio che la coppia, spontanea o istituita, sia la base concreta del patriarcato. Ciò è reso evidente da come la definizione di patriarcato si è sviluppata nel tempo: si è trattato, infatti, di rendere fondamentale la trasmissione da parte maschile, fondamento del patriarcato, contro quella femminile. Non stiamo parlando quindi di “autorità” (-arcato) ma di lignaggio (-linearità). Pare proprio che il patriarcato si fondi sulla patrilinearità, e che, senza quella, non ci sia patriarcato. E la patrilinearità necessita del matrimonio, almeno all’origine; per quanto riguarda l’oggi esistono altri mezzi. Ma all’inizio, senza unirsi a una donna, era impossibile per un uomo avere una discendenza diretta riconosciuta. Il contratto, che sancisce che una tale donna darà i suoi figli a un uomo – leggi il matrimonio –, fu il mezzo utilizzato per assicurare agli uomini desiderosi di avere una posterità personale, una discendenza diretta. È arbitrario pensare che questa sia la volontà di “tutti gli uomini”, com’è arbitrario pensare che il patriarcato sia il potere esercitato da “tutti gli uomini”. Per desiderare una posterità personale bisogna avere dei beni e/o un potere da trasmettere, cosa che nella storia è sorte che capita a una minoranza sia di uomini che di donne.

Se oggi il matrimonio assomiglia così poco al contratto originale, è perché gli è stato associato l’amore. Si poteva semplicemente abolire il contratto – sulla cui legittimità ci si dovrebbe comunque interrogare, secondo l’art. 1128 del Codice civile francese che recita: “solamente quelle cose che hanno fini commerciali possono essere oggetto di contrattazione” – ma si è pensato invece di introdurre l’amore nel matrimonio, probabilmente per addolcirne il carattere coercitivo, cosa che ha determinato i risultati elencati sopra, e cioè un’estrema fragilità e, da quando è consentito divorziare, la scomparsa delle famiglie fondate sul matrimonio. Tuttavia l’obiezione generale nei confronti dell’abolizione del matrimonio è proprio questa scomparsa, poiché per abitudine si crede che solo il matrimonio fondi la famiglia: ci si dimentica che un individuo pronto a sposarsi e a “fondare una famiglia”, esce egli stesso da una famiglia e che di conseguenza la famiglia è pre-esistente all’individuo. Potrebbe essere un’affermazione lapalissiana, basata sul fatto che anche questa famiglia pre-esistente è fondata sul matrimonio, o almeno su una coppia, e così via di seguito fino ad arrivare ad Adamo ed Eva. Ma non è un ragionamento lapalissiano se permette di capire che è abbastanza inutile fondare nuove famiglie se già ne esistono tante. È dunque falso sostenere che il matrimonio è necessario alla famiglia.

Dobbiamo ringraziare l’etnologia, l’archeologia, la letteratura orale e scritta per averci aperto gli occhi sul ridicolo di questa convinzione, rivelandoci l’esistenza di altre realtà, di altri modi di vivere, di usi e costumi diversi. Queste scienze ci insegnano che in tantissime società che non praticano il matrimonio, si vive all’interno di famiglie che ne sono prive. Si scopre allora che le società si dividono nettamente in proposito: le società coniugalizzate e le società non coniugalizzate, quelle in cui ci si sposa e quelle in cui non lo si fa, quelle che istituzionalizzano la coppia e quelle che la mantengono nascosta. Ed emerge ovviamente che tutte le società patriarcali sono coniugalizzate: praticano tutte l’istituzione della coppia, sia che si chiami matrimonio, pacs, concubinaggio, amore libero, ecc.

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È sulla coppia che si è costruito il patriarcato Si può altresì osservare che alcune società coniugalizzate sono matrilineari, ma è facile capire come una società di questo tipo, adattandosi alla modernità, subisca un passaggio che fa convivere il matrimonio e la matrilinearità. Questa transizione si ottiene di solito rendendo il matrimonio la regola, cancellando la matrilinearità e patriarcalizzando la società tutta: è in genere così che si entra nella modernità. Infine, certe società si mantengono contro i venti e le maree in una matrilinearità ostinata rifiutando categoricamente la coniugalizzazione: sono molto spesso svalutate, se non disprezzate dalla maggior parte degli analisti. Eppure si tratta di casi in cui i nostri valori fondamentali pare abbiano pratiche migliori di quelle delle nostre democrazie dove libertà, uguaglianza e fraternità non sono che parole; e sembra anche che le donne godano di più diritti delle femministe più progredite del mondo occidentale.

Nonostante ciò alcune antropologhe/i – essenzialmente francesi – sostengono che ciò non ha alcuna importanza perché in tutte le società di ogni era le donne sono sempre state subordinate agli uomini, dappertutto vittime della differenza di valore tra i sessi: se non sono assoggettate ai mariti, lo sono a padri e/o fratelli, anche là dove non ci sono “padri”! Queste contro-verità hanno come corollario l’occultazione delle società non conformi al modello ritenuto ingiustamente universale e come conseguenza un disinteresse – delle stesse femministe – per l’antropologia o lo studio di questi modelli alternativi.

Quindi il fatto che le società patriarcali siano tutte coniugalizzate non può che metterci in allerta, mentre il fatto che società più egualitarie e più giuste non lo siano ci deve per forza interessare

Sembra esserci una forte correlazione tra queste due realtà antropologiche: la coppia e il patriarcato sono connaturate. La storia su questo punto rende noto che il matrimonio non è stato istituito per rendere felici gli sposi ma per “dare” una discendenza a un uomo. Un “contratto” illecito dunque che, costringendo una donna e un uomo a copulare contro il loro piacere, si è evoluto nel corso del tempo. La necessità del consenso imposta dalla chiesa cattolica ha dato una sembianza più umana a un obbligo disumano, ma è stata anche la causa di numerosi “contratti simulati”, dove i consensi erano formali. Alla fine, i cambiamenti economici liberali hanno interessato anche il matrimonio che è passato dall’essere una sistemazione famigliare irreversibile a un’inclinazione sentimentale variabile. Ma è sufficiente fondare un contratto sul piacere per rimuovere la sua natura di contratto? Su questa domanda se ne innestano parecchie altre: che potere ha il contratto sulla sessualità? E che valore ha per la solidarietà se è revocabile? E lo stesso contratto quanto vale per l’educazione dei bambini se è sottomesso agli afflati dell’odio e dell’amore, alle incognite del ricatto, dell’espulsione, dell’illegittimità, dei rimpasti famigliari conseguenti al vagabondaggio amoroso?

Una profonda consapevolezza dei diversi problemi non può che gettare discredito sul sistema coniugale e mettere in dubbio la validità della coppia e della famiglia di matrimonio in quanto fondamento della posterità, della solidarietà, della sessualità umane. Ma rifiutare il matrimonio sembra negare l’umanità. Il discorso che lo dà come cultura contro natura, umano contro animale, viene costantemente riattualizzato e quelli, o piuttosto quelle, che hanno denunciato il matrimonio e lo hanno bandito dalla loro vita l’hanno pagata cara, molto cara. Le prime femministe nate tra il popolo, costrette a un basso salario di dipendenti pubbliche e alla loro orgogliosa solitudine di ragazze madri, si sono viste marginalizzare, allontanare, addirittura denunciare, e i loro figli derisi, perseguitati, emarginati a loro volta. Chi potrebbe desiderare una vita simile, soprattutto per i propri figli? Per coraggiosi che siano, da questi tipi di scelta non sortirebbero i cambiamenti desiderati perché sono individuali.

Quando la società non è coniugale si tratta di un sistema collettivo, non di scelte individuali. Un tipo di famiglia particolarmente adatta a farsi carico dei bisogni fondamentali dell’individuo (posterità, solidarietà, sessualità) però esiste. L’assenza di questo tipo di famiglia nelle società coniugalizzate rende la scelta “del non  matrimonio” difficile se non patetica, con la gente costretta ad un dilemma: coppia o solitudine? Nella famiglia non coniugale la discendenza è, come dappertutto sulla terra, una questione di femmine. Sono le donne che fanno i bambini ma senza “unirsi” al genitore, che all’inizio e soprattutto è un amante, un uomo da amare per quello che è, senza motivi legati alla famiglia, al patrimonio o all’interesse: solo per l’amore che si prova per lui. L’assenza del matrimonio fa sì che lui non rientri nella famiglia dell’amante,  ma le fa semplicemente visita, perché tutte le donne di ogni paese amano ricevere visite, con il fascino infinito dell’amore sempre fresco, sempre desiderato. Ed è anche ciò che tutti gli uomini amano fare. Finisce il desiderio, smettono le visite, così come lo desiderano tutte le donne al mondo e anche tutti gli uomini. E se lei o lui rifiutano l’incontro, ci sarà qualcun’altra/o che accetta. Così ci si immagina e si vive la sessualità.

Quanto ai frutti dell’amore, vengono presi in carico dalla famiglia della mamma, formata dalla propria mamma, dai propri fratelli e sorelle, dalle sorelle e dai fratelli della mamma, dai cugini e le cugine, dai loro figli e figlie: cioè da quelle fratrie che appartengono solo al legame uterino (legame di nascita e di appartenenza) e non consanguineo (legame di sangue che presuppone due genitori). Nessun legame di alleanza (concubinaggio, pacs o matrimonio) si aggiunge al legame di nascita, il solo che fonda il gruppo domestico. E questo è assolutamente esogamico: tra i membri del gruppo domestico non è consentito nessun tipo di sessualità; se il tabù dell’incesto ha un senso, ce l’ha soprattutto per queste società non coniugalizzate dove tabù è sinonimo di “coito con qualsiasi membro della famiglia”. Si tratta della grande differenza con le società coniugalizzate dove è lecito il coito tra genitori e quindi ricorrente tra determinati membri del gruppo domestico, mentre è vietato tra e/o con gli altri: un’asimmetria all’interno della famiglia che è fonte di confusione e degli abusi che invece conoscono le società coniugalizzate.

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Quanto al papà, ha la fortuna di non venir mai separato dai suoi bambini poiché si occupa di quelli delle sue sorelle, e cugine, da cui non potrà mai divorziare. Una paternità germana quindi che può non essere coitale, ma che non è per questo meno “biologica” e “genetica”: uno zio non ha un patrimonio genetico simile a quello di una/un nipote? Questo tipo di paternità sembra rendere felici gli uomini: altri uomini della famiglia possono godersi il ruolo senza avere la responsabilità genitoriale esclusiva che inchioda i soli padri genitali a dover rispondere a varie e illimitate aspettative (materiali, ludiche, pedagogiche, simboliche, ecc.) dei piccoli occidentali paradossalmente privati – in un numero sempre crescente – di una presenza maschile quotidiana. Non corrono nemmeno il rischio di paternità forzate, di ritrovarsi “sul groppone” questi bambini che alcune donne imputano alla loro inconsapevolezza corporea o senza quelle interminabili discussioni su quando ci si ama ma lei vuole un bambino e lui no… Inoltre le donne non sarebbero più costrette ad aspettare l’arrivo dell’uomo dei loro sogni per mettere al mondo un bebé e se non ne volessero, non dovrebbero rendere conto a nessuno. La gravidanza riguarderebbe solo loro.

La presenza sotto lo stesso tetto di generazioni diverse aiuta a risolvere meglio le difficoltà della vita quotidiana, quelle educative e lavorative, dei turni, delle malattie e della morte. Assicura inoltre la solidarietà a chiunque ne abbia bisogno: bambini, malati, puerpere, anziani. tutti sono sotto la protezione del gruppo parentale. La violenza all’interno della famiglia pare che non esista, se fosse il contrario sarebbe troppo sconvolgente: a quale amante di passaggio verrebbe mai l’idea di violentare una donna che lo accoglie a braccia aperte e che lui desidera rivedere altre sere? E se tale stranezza si manifestasse, quale madre, fratello o zio non si affretterebbe ad aiutare sua figlia, sorella, nipote? Per finire una simile libertà sessuale non lascia posto a nessuna di quelle coercizioni esercitate dai genitori nelle famiglie coniugali; da padri e madri in Occidente, che non tollerano la libertà sessuale delle figlie e che si intromettono nella scelta degli “amichetti/e” dei loro bambini; dai fratelli e i padri islamici, impegnati a sorvegliare gelosamente la verginità delle ragazze. Queste intromissioni dei membri della famiglia nella sessualità delle donne sono assolutamente impensabili nelle società non coniugali: ci vedrebbero una sorta d’indiscrezione oscena, che farebbe loro orrore e le coprirebbe di vergogna.

Valorizzare il modello sociale non coniugale per disfarsi del patriarcato Le società non coniugali sembrano quindi soddisfare i principali bisogni umani, senza che sia necessario ricorrere a interventi pubblici. È senza dubbio questa la ragione per cui le fasce più basse delle società occidentali sembrano tornare in parte a questo modello. Tuttavia la norma sociale patriarcale/coniugale nella quale si iscrivono non consente loro di mettere insieme tutti quegli elementi che favoriscono il loro riequilibrio e una piena serenità. É soprattutto la defezione degli uomini di fronte alla paternità e i carichi famigliari che obbligano questi gruppi a stringersi intorno alle madri: si tratta quindi di gruppi sociali matricentrici, cioè matrilineari, anche se il modello resta la coniugalità. Se una figlia riesce a sposarsi la cosa è vista come un’opportunità, una bazza. Di conseguenza la sessualità rimane oggetto di trattativa, quindi di divieto e violenza: i fratelli sorvegliano le sorelle, le figlie si prostituiscono o perseguono dei matrimoni vantaggiosi; che siano innamorate o meno non è il punto. Tali modelli, che siano di adesso o del passato, alimentano la convinzione che la soggezione femminile agli uomini sia universale, che gli uomini gestiscano la sessualità femminile anche nelle società matricentriche – perché nessuno vede che al di là di tutto si tratta di società coniugali. Una società può disfarsi del patriarcato soltanto valorizzando il modello sociale non coniugale. È importante perciò promuovere una sessualità libera e varia, per quanto discreta e protetta, soprattutto davanti ai propri figli: Poco importa a quel punto che sia ardente o pacata, monotona o mutevole, omofila o eterofila, dal momento che rimane un affare personale con cui nulla interferisce. Con un cambiamento simile si rende necessaria la riconsiderazione del modello famigliare che deve tornare a fondarsi su legami di appartenenza uterini e non sulla consanguineità, in modo da rimettere sotto accusa la paternità genitale che deve lasciare il posto a quella germana. È necessario infatti che siano i fratelli, gli zii e i cugini a farsi carico dei bambini delle donne: ci sono parecchi segnali che loro sono pronti a farlo e che manca solo un click. Ma bisogna anche che le donne rinuncino a obbligare un genitore a essere padre, che abbandonino ogni velleità di ricerca della paternità, dal mantenimento all’affido condiviso, all’alternanza genitoriale, ecc., e piuttosto si rivolgano con convinzione, per “dare” un padre ai loro bambini, a fratelli, zii e cugini che non si comporteranno mai peggio dei padri. Non ci si sbarazzerà del patriarcato con degli anatemi: bisogna prima essere pronte al cambiamento, sia nei fatti che nella testa. I molteplici cambiamenti sociali degli ultimi decenni dimostrano che nei fatti la svolta è prossima, rimane però che le teste continuano a guardare indietro. Per guardare avanti forse basterebbe una nuova luce che facesse riapparire le forme alternative alla famiglia, molto reali oggi come ieri e come di sicuro, domani.

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