Le donne, e non gli uomini, scelgono chi sposare su queste isole africane

Le donne, e non gli uomini, scelgono chi sposare su queste isole africane

di RUKMINI CALLIMACHI (articolo originale in inglese qui)

ORANGO ISLAND, Guinea-Bissau

Lui aveva 14 anni quando la ragazza entrò nella sua capanna ricoperta di foglie e gli mise di fronte un piatto che conteneva un’antica ricetta. Come tutti gli uomini di quest’isola africana, Carvadju Jose Nananghe sapeva esattamente cosa voleva dire. Tra le possibili opzioni, il rifiuto non c’era.

Con il cuore che gli martellava, sollevò il pesce bollito e se lo portò alle labbra, accettando con un boccone di sposare la ragazza.“Non provavo niente per lei”, ha detto Nananghe, che adesso ha 65 anni. “Poi, finito il pasto, il colpo di fulmine: volevo solo lei.” In questo arcipelago di 50 isole sparse nell’azzurro al largo della costa occidentale dell’Africa, sono le donne, non gli uomini, a scegliere. Rendono note le loro proposte offrendo ai futuri sposi un piatto di pesce preparato in modo inconfondibile, marinato nell’olio di palma rosso. È l’equivalente di un uomo che si piega su un ginocchio e offre alla donna un anello di diamanti, solo che in una delle culture matriarcali del mondo è la donna che fa la proposta, e una volta fatta, gli uomini non possono dire di no. Se avesse rifiutato, spiega l’uomo quasi mezzo secolo dopo, avrebbe disonorato la famiglia. E in ogni caso perché mai avrebbe dovuto voler scegliersi la moglie? “L’amore si presenta prima nel cuore di una donna”, ha spiegato Nananghe. “Quando è nella donna, solo da lì può saltare nell’uomo.” Ma le maree insidiose e gli angusti canali che hanno tenuto lontano per tanto tempo chi veniva da fuori, non hanno resistito al mondo moderno. I ragazzi lasciano sempre più spesso Orango, situata a 38 miglia (60 chilometri) dal litorale della Guinea-Bissau, repubblica dell’Africa occidentale. Trovano lavoro come portabagagli negli hotel turistici delle isole più sviluppate dell’arcipelago; altri prendono l’olio delle abbondanti palme dell’isola e lo vendono sulla terraferma africana. Ritornano portandosi appresso una nuova forma di corteggiamento, una forma che i loro anziani ritengono estremamente destabilizzante. “Il mondo oggi va alla rovescia”, si lamenta Cesar Okrane, nonagenario dagli occhi offuscati da una nuvola di cataratte. “Gli uomini corrono dietro alle donne, invece di aspettare che le donne vengano da loro.” Sotto l’ombra di un tetto di foglie, sta in piedi con l’aiuto di una lunga lancia e spiega che quand’era giovane passava molto tempo a mantenersi in forma, a imparare a danzare e scrivere poesie – tutti modi in cui un uomo può attrarre la donna senza dover uscire allo scoperto e fare la prima mossa. Negli ultimi anni, gli uomini sono diventati sempre più audaci, fino ad arrivare al punto di fare la proposta di matrimonio, apertamente – una svolta pericolosa, dicono i tradizionalisti. “La scelta di una donna è molto più stabile”, spiega Okrane. “Prima era raro che ci fossero dei divorzi. Da quando sono gli uomini a scegliere, divorziare è diventato frequente.” Senza niente di scritto a disposizione, non è chiaro quanti fossero prima, ma gli isolani concordano che ci sono molti più divorzi adesso che negli anni in cui gli uomini aspettavano pazientemente la proposta servita su un piatto. Un tempo, l’attesa era un po’ più lunga, quando le future spose si recavano sulle spiagge bianche di conchiglie che circondano l’isola per cercare materiale grezzo con cui costruire la loro nuova casa. Le donne qui hanno fatto tutte le capanne ricoperte da tetti di foglie, trasportando e usando per i pali il legname restituito dall’oceano, tagliando coltri di paglia da intrecciare per i tetti e trasformando il fango rosa del suolo in mattoni. Solo quando la casa era finita, processo che richiedeva come minimo quattro mesi, la coppia poteva entrarci e allora il matrimonio venivan ufficialmente riconosciuto. Ci sono molte culture matrilineari imbucate in angoli di mondo, comprese altre zone dell’Africa, come quella della provincia di Yunnan in Cina e della Tailandia nordorientale, afferma l’antropologa Christine Henry, ricercatrice presso il National Center for Scientific Research francese (CNRS). Ma l’indiscussa autorità che viene data alle donne di quest’isola nelle faccende di cuore è unica. “Non so se succede da altre parti”, dice Henry, che ha scritto un libro sulle usanze dell’arcipelago. Che le cose stiano cambiando si evince nel materiale scelto per la costruzione delle case più nuove dell’isola: il cemento. Vengono edificate da lavoratori stipendiati, e non più dalle donne del posto. Sebbene le sacerdotesse controllino ancora l’isola grazie al mondo degli spiriti, il loro prestigio sta svanendo, adesso che le chiese disseminate ovunque dai missionari stanno mettendo le radici. “Quando mi sposerò io, lo farò in chiesa con l’abito bianco”, dice Marisa de Pina, una ragazza di 19 anni con addosso aderenti pantaloni elastici e sandali glitterati, mettendosi in mostra in una posa moderna che stride sotto il tetto di erba gialla della famiglia. Racconta che nella chiesa protestante che frequenta, le hanno insegnato che sono gli uomini, e non le donne, che devono fare il primo passo e così pensa di aspettare un uomo che l’avvicini. Per rendere l’idea la teenager entra nella capanna e ne esce tenendo in mano una copia del Nuovo Testamento con le pagine piene e zeppe di postit, lettere e biglietti da visita. La decisione ha causato conflitti tra le mura della capanna della sua famiglia.

Marie Wawa e Mungau Dain in Tanna

Come la nipote anche Edelia Noro indossa abiti comprati al supermercato invece che gonne di paglia, come àncora preferiscono fare alcune donne più anziane. Benché frequenti la chiesa, dice di non capire perché questi simboli della vita moderna devono per forza alterare la modalità del corteggiamento. Più di due decadi fa, anche lei si è recata sulla spiaggia a cercare gli ingredienti con cui fare la proposta all’uomo che amava. Noro aveva aspettato che la marea si ritirasse per poi scavare nella sabbia bagnata alla ricerca di vongole da mettere in un cesto intrecciato. Era imbarazzata, ha detto, perché era troppo povera per permettersi un piatto di pesce più appropriato e riuscì a offrire al futuro sposo solo quello che aveva raccolto con le proprie mani. Quindi, dopo aver cucinato la pietanza, gliela mise davanti e corse a nascondersi dietro un albero, sbirciando per vedere la sua reazione. “Mangiò tutto senza esitazione. Potevo vedere l’amore brillare nei suoi occhi”, ha detto con il rossore che si diffondeva sulle sue gote.  Sebbene la straordinaria usanza dell’isola stia per essere cancellata, ci sono ancora delle sacche di resistenza. Spesso è la donna che adesca l’uomo nelle pieghe di antichi usi. Laurindo Carvalho, che adesso ha 23 anni, vide per la prima volta la ragazzi che ne aveva 13. Lavorava in un albero turistico, indossava i jeans e possedeva un cellulare: pensava di essere moderno, così decise di capovolgere la tradizione e chiedere alla giovane di sposarlo. Con un gesto della mano, lei lo rifiutò. Passati sei anni, quando entrambi ne avevano 19, il ragazzo sentì bussare alla porta. Fuori il suo amore teneva in mano un piatto di pesce appena pescato, con un timido sorriso che le attraversava il volto. Carvalho indossa àncora dei jeans scoloriti e infradito marcati col logo della Adidas, ma adesso si sente integrato nel tessuto matriarcale del villaggio. “Ho imparato nel modo più brusco che qui un uomo non corteggia mai una donna”, dice.

Nell’isola di Orango l’attacco al corteggiamento femminile, reminiscenza del matriarcato che fu, arriva oggi dalla chiesa protestante. Quest’usanza però era già sopravvissuta all’attacco dell’Islam, come racconta la storia dei regni akan, che in tempi antichi influenzavano l’intera regione. (Da Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo di Heide Goettner Abendroth, ed. Venexia 2013, pp. 576-581).

Lo sviluppo delle tendenze patriarcali nei regni akan

Dopo questa fase di grande sviluppo la cultura matriarcale dei regni akan si avviò verso il declino. I principi matriarcali furono indeboliti dalle influenze patriarcali provenienti dall’Islam, che nel frattempo si erano estese a gran parte dell’Africa. Le popolazioni islamizzate occuparono potenti stati lungo il Niger, come i regni del Mali e di Songhai (secoli XII-XV), da cui partirono continue pressioni sulle popolazioni confinanti, per le quali migrare di nuovo non fu più solo un’opzione. La stessa pratica del culto del sole, insieme alla presenza di una propria corte e di un consiglio consultivo del re, rappresentarono un indebolimento del potere tradizionale della regina madre. L’affermarsi del riconoscimento del lignaggio maschile del re, indipendentemente da quanto limitata fosse questa pratica, rappresentò un’innovazione problematica che volse a favore dell’Islam e del suo culto del padre. Fu il re Obunumankoma (1363-1431) che introdusse il culto del sole. Per imparare l’arte di governare aveva trascorso qualche anno presso le corti dei vari re sudanesi, tutti mussulmani. Durante il suo governo del Bono Manso istituì il culto del sole che, con la sua enfasi sul lignaggio maschile del re, rafforzò il potere del sovrano. Le implicazioni politiche di questa innovazione divennero visibili solo con la successione al trono di suo fratello Takyi Akwamo (1431-1463) che incoraggiò anche le idee islamiche e rafforzò oltremodo il culto sudanese ntoro, spostando definitivamente la bilancia del potere a favore degli uomini e a detrimento delle donne. Il culto ntoro è un tipo di culto patriarcale del padre che fa del lignaggio maschile la regola generale. L’importanza del lignaggio femminile però non scomparve e tra le popolazioni akan esiste ancora oggi. Ciononostante, secondo questa nuova concezione tutti discendono in linea femminile dall’antenata originaria, ma provengono in linea maschile da un antenato soprannaturale, il dio del suo gruppo ntoro.

“Ntoro” è associato al seme maschile ed è paragonato all’acqua che rende fertile la terra femminile. Gli spiriti ntoro vivono perciò nei corpi d’acqua, come laghi e fiumi. Si pensa che il seme maschile abbia una propria anima e che dopo la morte di un uomo rinasca in un bambino della sua famiglia. Così il padre è considerato una sorta di dio minore, che esige venerazione in virtù dello spirito generativo ntoro che dimora in lui; da lui i figli ereditano il loro kra, o anima. Questa nuova idea non avrebbe sortito grande effetto se al contempo non fossero state prese drastiche misure per rafforzare l’autorità paterna. Il fattore decisivo fu il passaggio dalla matrilocalità alla patrilocalità, che stabilì che donne e bambini andassero a vivere nel clan del marito. Di conseguenza, al padre fu permesso di educare i bambini e controllare che i membri della famiglia fossero sufficientemente rispettosi del suo dio ntoro. Fu inoltre deciso che i festival del ciclo vitale, come quelli del concepimento, della nascita, del matrimonio e della morte, da sempre appannaggio del clan della madre, diventassero eventi che riguardavano il padre e il suo dio ntoro. In più si aggiunse la discriminazione contro le donne mestruate, considerate impure, e le proscrizioni sull’impurità divennero legge. Il colore rosso, un tempo colore del sangue e della vita, si trasformarono nel colore della morte. L’assalto sistematico tramite una serie di innovazioni patriarcali, tutte radicate nella cultura islamica circostante, servirono essenzialmente a rafforzare il potere della sovranità maschile e il consiglio consultivo degli uomini. Grazie al commercio dell’oro, i re ereditarono una solida posizione finanziaria che servì loro da base per poter avanzare pretese di comando. Contemporaneamente queste innovazioni patriarcali divisero il regno matriarcale. Il tempo dell’unità era finito, perché né la madre regina regnante né le donne akan accettarono di buon grado il nuovo ordine, e molti clan si opposero al culto ntoro. Il clan asine della città-stato di Wenkyi oppose resistenza e non seguì il culto del sole del re, causando così una divisione interna al regno. Il popolo wenkyi, fedele alla tradizione, creò una propria città-stato con al centro la regina madre sul suo sgabello di perle, e ancora oggi non praticano il culto ntoro. In altri clan e in altre città ci fu una forte resistenza all’introduzione del matrimonio patrilocale, che spingeva le giovani spose a lasciare il proprio lignaggio per vivere con le famiglie dei mariti. Ancora oggi la gente ricorda come, sotto il regime di Takyi Akwamo, i mariti venissero spesso avvelenati dalle loro mogli e come fossero aumentate le “streghe”. L’innovazione più invisa fu l’obbligo per la donna di riconoscere il marito come capo famiglia e di rispettarlo e servirlo come un dio ntoro e, come se non bastasse, fu venne istituito l’obbligo alla segregazione durante il periodo mestruale. Molte donne trovarono la cosa così ignobile che lasciarono i mariti e preferirono sposare dei forestieri. Kyereme Mansa, a quel tempo regina madre del Bono Manso, non poté fermare quei rivolgimenti misogini; però riuscì a garantire che i clan delle madri e la matrilinea rimanessero fattori politici importanti. Allo stesso tempo il culto ntoro fu circoscritto ai singoli padri e alle loro famiglie. Riuscì a evitare gli effetti peggiori della patrilocalità decretando che i matrimoni tra cugini incrociati diventassero la regola per tutti, mentre in passato erano riservati solo alla nobiltà. Le figlie di una moglie che erano state costrette a vivere nel clan del marito potevano così tornare, una volta sposate, nel proprio clan. Dopo i cambiamenti patriarcali, le forme matrimoniali della tradizione matriarcale akan cambiarono di conseguenza, ma tra la gente la posizione delle donne rimase forte. Il fatto che le donne riuscirono facilmente a sciogliere le minuziose formalità dei loro primi matrimoni e a risposarsi con altrettanta facilità – il che ha fatto sì che la matrilocalità sia rimasta in uso come principale modo di vivere fino al XX secolo – non fu così importante quanto l’abilità che dimostrarono nel mantenere l’indipendenza economica.Lavoravano ancora nei campi e possedevano tutto ciò che veniva prodotto e, in più, controllavano i mercati locali, vantaggio di cui godono ancora oggi, come peraltro le donne di altre società particolarmente patriarcalizzate dell’Africa occidentale: quella degli Yoruba, degli Ibo, dei Dahomey, dei Nupe, dei Benin e degli Ewe della Nigeria. Il successore di Takyi Akwamo, re Gyaki I (1463-1475), continuò a seguire le tendenze patriarcali: rimaneggiò il culto ntoro in modo che la verginità premaritale fosse onorata con una festa di matrimonio speciale e l’adulterio punito. L’allora giovanissima regina madre Kuromo Kese si oppose con forza. Tentò anche di sbarazzarsi dell’odiato culto ntoro; non vi riuscì, ma rafforzò i culti della dea. Per tutta la vita Kuromo Kese fece resistenza contro la politica del nuovo potere dei re verso le donne, che le assegnarono il titolo di “ la grande” come riconoscimento della sua ostinata opposizione, mentre gli uomini la infamarono definendola “sfrenata, lunatica e balbuziente”. L’ordine tradizionale fu ristabilito solo con il re Yeboa (1595-1609), che ripristinò la regalità divina con il culto del sole e la reggenza della regina madre. Da uomo religioso quale era, al momento di prendere qualsiasi decisione consultava l’oracolo e chiedeva, prima e in dettaglio, il consiglio della regina madre con la quale condivideva il governo. Ma i disordini causati dall’influenza dell’Islam continuarono: all’interno, con la diffusione delle idee patriarcali e, all’esterno, con i ripetuti attacchi da parte delle aggressive popolazioni limitrofe, ormai islamizzate. Intorno al 1600, i re del Bono Manso dovettero darsi un’organizzazione militare propria e il culto ntoro giocò un ruolo fondamentale. Le compagnie militari erano organizzate sul modello di quel culto, diametralmente opposte alle strutture del clan matrilineare.

Nell’esercito, l’eredità delle armi e del titolo militare veniva trasmessa di padre in figlio. Le compagnie militari e il culto ntoro su cui si fondavano formavano ora un’associazione segreta di potere maschile. I re del Bono Manso sostituirono le alleanze claniche tra le città del regno con alleanze militari. I capi, che da quel momento in poi circondarono il re nel consiglio consultivo degli uomini, non erano più i capi maschi dei clan matrilineari, ma i generali delle compagnie dell’esercito patrilineare delle singole città, anche se la patrilinea rimase un’eccezione. Aumentarono i tributi riscossi per finanziare l’organizzazione bellica del re. Si spezzò l’equilibrio tra le sfere di potere interne al regno matriarcale e la sua sacralità fu indebolita dal nuovo esercito secolare. In generale il popolo del Bono Manso non si mostrò comunque granché interessato alla guerra. Continuarono a essere attivi commercianti all’interno del regno, che si mantenne relativamente stabile fino al XVIII secolo. Gli Ashanti, popolazione che confinava a sud con gli Akan, si rivelarono molto più scrupolosi nello sviluppare la nuova logica della guerra che avevano appreso dalle prime popolazioni militariste degli Akan meridionali, come i Denkyira e gli Akwamu. Nel 1740 riuscirono a conquistare con l’inganno il ricco regno di Bono Manso e a saccheggiarne i tesori. Dopodiché divisero il regno in piccoli stati vassalli, che depredarono ulteriormente con l’imposizione di tributi. La regione, un tempo ricca, cadde in povertà e molti clan del Bono Manso dovettero emigrare. Solo la città-stato di Bono Tekyiman mise in atto un tentativo insieme ad alcuni alleati di riconquistare la propria autonomia combattendo, ma non vi riuscì. Anche se Bono Tekyiman (Brong-Ahafo) rimase una provincia del regno ashanti, la sua popolazione è riuscita a conservare la propria identità culturale tradizionale fino ai giorni nostri. Nel XVI secolo gli esploratori europei della costa occidentale africana diedero vita a un vasto commercio di schiavi. Prima le compagnie commerciali portoghesi, poi quelle inglesi e olandesi fissarono lì i loro quartieri generali, da dove, con la collaborazione con i re ashanti e fanti, che vendettero i propri sudditi, o subordinati, trasportarono milioni di schiavi africani in America. Enormi territori furono così spopolati. Quando gli Inglesi, dopo la vittoria militare del 1874 sugli Ashanti occuparono la regione dell’antico regno di Bono Manso passando per il confine ashanti, trovarono una regione povera e scarsamente popolata, dove non vi era più alcuna traccia visibile della ricca cultura e dell’opulento stile di vita dei tempi passati.