L’arcaico potere sciamanico della sessualità femminile

L’arcaico potere

sciamanico della sessualità femminile

Ass. Armonie via E.Levante 138 Bologna

Sabato 24 giugno h. 16


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Dalla notte dei tempi ci giungono segni, immagini e narrazioni che, seppur fortemente suggestive ed evocatorie, rimangono a tratti misteriose. Riguardano le nostre origini di donne quali creatrici di senso e civiltà, di connessioni con altre dimensioni e con tutto il vivente. L’immagine che accompagna il testo è di Ilaria B. Bohm, dottoressa in psicologia e filosofia, che a questa ricerca si è dedicata sin dall’adolescenza, sollecitata dalle sue esperienze di vita in società indigene e dai viaggi intrapresi in quei luoghi che più di altri lasciano trasparire le tracce di un passato spirituale femminile non ancora distorto dalla repressione patriarcale. Nel corso dell’incontro ci illustrerà i risultati fin qui raggiunti nelle sue ricerche e condividerà con noi le sue illuminanti intuizioni.

Dice di quest’immagine: È dipinta su ferro riciclato e rappresenta la mia percezione della sessualità femminile come mezzo di trascendenza verso altri mondi. Il viso capovolto, tema ricorrente e frainteso nei racconti sulle donne accusate di stregoneria, rivela il volto di un uccello notturno, totem della danzatrice. Le tube di falloppio confermano la connessione tra l’utero femminile, la Mucca/Toro – simbolo solare ermafrodita, sintesi delle energie polari cosmiche – e la Luna, ricettrice di luce nelle sue fasi calanti e crescenti. Le tre donne di diverse età rappresentano a loro volta i tre volti della luna e le età della donna nel corso della vita. Esse sono fluidamente in contatto in una danza estatica atta a varcare il confine tra i mondi e trasportano il fuoco alchemico, il fuoco perpetuo delle Donne, che ricorre di cultura in cultura in ogni parte del mondo, quel fuoco che non doveva mai estinguersi.
Il tre è il numero della Triade divina, della triplice Dea primeva, ma rappresenta anche il superamento del due patriarcale, del possesso, della divisione individualistica io-tu/io-mondo e del pensiero binario. Un superamento relativo, poiché il tre è senz’altro precedente al due.

Era quindi sacra e connessa ai concetti sopramenzionati la funzione della clitoride, unico organo nel corpo umano preposto al piacere e presente solo nella donna? E si può forse far risalire a questa sessualità proibita il motivo per cui in società di matrice matriarcale come quella Moso la relazione amorosa e sessuale tra donne è stata completamente rimossa?

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Comunicato delle donne riunite in occasione dell’incontro “La mistificazione di Minerva”, che si è tenuto all’Associazione Armonie di Bologna il 15 gennaio scorso.

Alle compagne di D.I.R.E, UDI, Io Decido, a proposito dell’organizzazione degli eventi che hanno portato alla manifestazione del 26 novembre e all’incontro del 4 e 5 febbraio a Bologna, indirizzato alla preparazione del piano femminista antiviolenza e dello sciopero delle donne dell’8 marzo.

Ci siamo incontrate per discutere del corpo pensante delle donne con Angela Giuffrida, autrice dei due libri Il Corpo pensaLa razionalità femminile: unico antidoto alla guerra.
Nel corso dell’incontro è emersa l’importanza della forma di pensiero determinata da un corpo generativo e rigenerativo che percepisce l’insieme delle relazioni che sostengono la vita e non scinde tra materia e pensiero, visione invece imperante nel patriarcato. È stato ribadito che il patriarcato si fa discorso proprio nella cancellazione del corpo, quello femminile in primis, che invece ha elaborato un pensiero assolutamente consapevole della realtà vivente così come la sperimenta su questo pianeta.
La somma delle parzialità che il maschile percepisce come scisse dà come risultato delle società costantemente in guerra, che devastano l’ambiente e dove impera l’irrazionalità.
Alla luce di questa premessa abbiamo analizzato il percorso di preparazione delle iniziative indirizzate alla costruzione di un piano femminista per contrastare la violenza maschile sulle donne.
Queste sono le conclusioni a cui siamo giunte e che mettiamo volentieri a vostra disposizione, proprio per quel rapporto privilegiato tra donne su cui si fonda sia il movimento delle donne sia l’azione che con grande impegno portano avanti i centri antiviolenza che fanno capo al D.I.R.E:

Siamo preoccupate che non sia stato previsto uno spazio separato per le donne, soprattutto per quanto concerne il tema della violenza che è maschile e che viene agita sulle donne in quanto espressione di un corpo e quindi di un pensiero che gli uomini cancellano da tempo immemorabile.
Le donne sono consapevoli di questo e la loro consapevolezza si esprime da sempre nei cerchi sacri delle donne per ribadire che il corpo della donna è sacro, e non solo il suo. Il corpo pensante delle donne concepisce la vita stessa in tutte le sue espressioni in un cerchio che comprende le differenze, ma non le isola né le estrapola scindendo il legame che le rende vive.
Cancellare questo spazio significa cancellare una consapevolezza fondamentale per tutte le forze che lottano contro il patriarcato. Riteniamo che l’abbandono della specificità donna, che si esprime nel suo corpo sessuato e che è l’obbiettivo stesso della violenza maschile, possa essere una strada molto pericolosa proprio perché legittima simbolicamente e alla base il dominio dell’uomo sulla donna e sulle varie categorie che a turno possono essere ad essa assimilabili.

 Auspichiamo l’applicazione del metodo del consenso, per tradizione appartenente alle società matriarcali che per millenni hanno garantito l’espressione di tutt* al loro interno e ripreso nella modernità dai gruppi più impegnati verso un cambiamento culturale necessario e urgente.
Il metodo del consenso è l’antidoto alla creazione di dinamiche di potere all’interno di tutti i percorsi democratici. Queste dinamiche non si traducono necessariamente nella messa in atto esplicita di rapporti di forza, ma si annidano nella non trasparenza, nella sottovalutazione di aspetti importanti a favore del raggiungimento di obiettivi numerici e nell’estromissione di istanze che andrebbero invece affrontate e valutate insieme.
Riteniamo che sia importante che tutti i temi abbiano voce e che vengano espressi proprio per non ricadere in quelle parzialità scisse care al patriarcato, che ha già consolidato il sistema di farle agire una contro l’altra perché si annullino a vicenda. Ne è esempio la posizione separatista che non solo è stata rigettata a priori, ma che non ha avuto nemmeno voce all’interno del dibattito per come era organizzato. A nostro parere dovremmo lottare insieme contro l’autoritarismo che esclude, ennesimo sistema di violenza maschile e patriarcale.

Siamo rimaste altresì stupite della scelta delle due date, il 25 novembre – giornata mondiale per contrastare la violenza maschile contro le donne – e l’8 marzo – giornata mondiale della donna – da sempre appartenenti al movimento femminista, che se pur con difficoltà e percorsi non sempre lineari, ne ha fatto i simboli della lotta delle donne. Un’appropriazione che stride con l’atteggiamento di chiusura alle nostre richieste, come a cancellare il valore dei nostri cerchi che hanno smascherato all’inizio e per tutti il patriarcato. Anche la percezione di un’appropriazione repentina non potrà che riportarci a quelle divisioni e contrapposizioni che per esperienza sappiamo che cancellano sul lungo periodo i successi così faticosamente ottenuti fin qui, anche se talvolta permettono di ottenere una certa visibilità mediatica.

Sebbene prevediamo delle difficoltà a determinare un’organizzazione di tavoli separati contestualmente alla loro apertura, stiamo organizzandoci comunque per esserci. Rimaniamo alleate anche quando solleviamo le criticità di questo percorso, perché siamo convinte che la cultura della violenza si alimenta delle modalità oppositive del patriarcato.

Buon lavoro a tutte noi

Collettivo Le Matriarcali

 

IL LAVORO CHE SI HA E QUELLO CHE SI FA di Nicoletta Cocchi*

Proviamoci: cominciamo a guardare il lavoro con occhi diversi, chiediamoci come nella nostra vita creiamo relazioni sociali, dove nelle pieghe della precarietà si nascondono forme di resistenza creativa, e ancora cosa potrebbe cambiare con il reddito di cittadinanza, quale relazione lega patriarcato e capitalismo. E, soprattutto, non smettiamo di cercare intorno a noi e nella storia non scritta, tra gli scarti e i rimossi, “contronarrazioni”, altri modi di fare società. Non accontentiamoci della storia e delle ricette di quelli che vincono. “La storia è piena di culture alternative e ribelli a forte presenza femminile”, scrive Nicoletta Cocchi. Si tratta di allenare ogni giorno il nostro sguardo “all’indietro e di lato, per muovere un passo in avanti”

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Verso la fine del secolo scorso André Gorz scriveva a proposito dei cambiamenti in atto nelle nostre società che bisogna aver voglia di afferrare ciò che cambia, e imparare a discernere le possibilità non realizzate che sonnecchiano nelle pieghe del presente. Esortava poi a distinguere i contorni di questa società altra dietro le resistenze, le disfunzioni, i vicoli ciechi di cui il presente è fatto.

“Occorre che il lavoro perda la centralità nella coscienza, nel pensiero, nell’immaginazione di tutti: bisogna imparare a guardarlo con occhi diversi, non pensarlo più come qualcosa che si ha o che non si ha; ma come ciò che facciamo. Bisogna osar volere riappropriarci del lavoro”. (André Gorz, Miserie del Presente Ricchezza del possibile, Manifesolibri, 1998).

Seguendo una pratica di pensiero cara alle donne, vorrei allora partire da me, dal lavoro che non ho e dal lavoro che faccio. Sono le 9 del mattino e sto tentando di dar forma a pensieri che ruotano intorno al senso del lavoro: una scrittura interrotta, ripresa e trattenuta che non si è data alcun obbiettivo di raggiungere un risultato. Nessuno me lo ha ordinato, non ho in mente un’opera, non c’è nessuno che prema per avere un prodotto finito. La si potrebbe più definire una tenacia quotidiana che passa nell’affermare un movimento di vita volto a suscitare attenzione, pensiero, riflessione, conoscenza, soggettività. Più tardi preparerò una proposta di traduzione di un testo per un editore, quindi mi occuperò di varie attività di riproduzione di vita quotidiana, spesa, burocrazie, pranzo. Gran parte del pomeriggio lo dedicherò a mio padre anziano: visita medica, ritiro di documenti, lavori di cura di vario genere. Al ritorno, risponderò ad alcune mail per un’iniziativa da svolgere con l’associazione di donne di cui faccio parte, dopodiché finirò il testo di un progetto a cui sto collaborando. Poi, di nuovo, varie attività connesse alla cura. Questo è il lavoro che faccio e non il lavoro che ho. Non è una differenza da poco, vedremo perché.

Se paragoniamo il mio lavoro a quello “regolare”, balza subito agli occhi che il mio non corrisponde a una funzione identificabile socialmente, non ho competenze definite e non seguo procedure determinate. Il mio non è cioè un mestiere o una professione, non è controllato e non soggiace a norme, né a orari e a scadenze – per quanto debba comunque rispettarli – non si colloca nella sfera pubblica pur rientrandovi a tutti gli effetti. È un lavoro flessibile, autonomo, molto precario, fatto di economie informali, che si potrebbe collocare da un lato nella categoria “lavoro della conoscenza”, dall’altro in una più generica e meno altisonante “lavoro domestico”. Dunque, per tutti questi motivi non è regolarmente remunerato, e non è fonte di diritti di cittadinanza sociale ed economica. Come dire, i vantaggi di cui godono le persone normalmente occupate – sussidi, cassa integrazione, prestiti, diritto alla protezione sociale, diritto di rappresentanza – sono negati a chi svolge attività di questo tipo. È un lavoro che vale di meno in sostanza. Per molti versi è più desiderabile di un impiego, il quale spesso vale unicamente per i diritti e i poteri a cui dà accesso e non per il senso, l’utilità o la soddisfazione che procura. Diritti sociali, politici, economici, i cosiddetti diritti di cittadinanza, restano ancora oggi legati ai soli impieghi, diventati una merce sempre più rara e per la quale bisogna essere pronti a fare sacrifici e concessioni di tutti i tipi, della propria dignità in primis. Se a questo aggiungiamo che la cittadinanza femminile resta ancora oggi un ossimoro, e che nelle sue forme più o meno compiute resta legata a una visione familista – e io sono single – il cerchio si chiude.

Se mi piace pensare, riflettere, scrivere, dedicarmi ad attività sociali e cooperative non è per un semplice gioco o un lusso da intellettuale, è un modo per stare connessa, comunicare, condividere, esserci, ed è anche il mio modo di creare relazioni sociali. “Non lavorare” può anche isolare o “umiliare”, in fondo è ancora il modo in cui la maggior parte delle persone organizza la propria vita e le proprie relazioni. E svolgere attività di cura e di riproduzione della vita è una necessità a cui difficilmente posso sottrarmi.

In questa cosiddetta fase ultima del capitalismo, che ultima poi non è mai, le attività scelte, e con esse il tempo scelto sono sempre più frequenti da quando si è reso evidente l’imbroglio che non vi sarà mai più abbastanza lavoro remunerato, stabile, a tempo pieno per tutti. Il vincolo sociale è ormai sempre meno determinato dal lavoro e, come affermano i sociologi, la figura che viene profilandosi è quella di un lavoratore disperso, frammentato, incerto nelle aspettative, aleatorio nelle esperienze. Diversa è la figura della “lavoratrice”, che per quanto soggetta agli stessi disagi è pur sempre entrata nella scena del mercato del lavoro con un portato storico-esistenziale differente, data la sua ambivalenza di riproduttrice della specie e delle condizioni di vita ma anche di produttrice di beni/mezzi di sussistenza. Un’annosa questione, che nelle analisi critiche femministe ha preso il nome di “doppia presenza” o “doppio lavoro”, alias acrobazie spazio-temporali per convenire alla sua “naturale” ambivalenza di produttrice e riproduttrice della forza lavoro. Alla base resta insomma il groviglio rimosso di un antico contratto sessuale, poi diventato sociale, “un diritto sessuale maschile privato e subordinante prima di ogni libertà civile ed egualitaria” (Carole Pateman, Il contratto sessuale, Moretti&Vitali Editori, 2015). Non voglio qui ripercorrere la diversa storia del rapporto delle donne con il lavoro né tantomeno avventurarmi nel difficile e contraddittorio rapporto che le donne intrattengono con la cittadinanza, ma solo rimarcare come produzione di relazionalità, soggettività, linguaggio, senso, cura, simbolico – il tempo ‘altro’ entro il quale si manifesta una soggettività produttrice di cooperazione sociale indispensabile al capitale per riprodursi – siano da sempre il pane quotidiano delle donne. È solo oggi che lo vediamo, perché quegli elementi sono diventati essenziali nelle modalità di produzione postfordista. Non a caso in questi ultimi tempi si è parlato tanto di femminilizzazione del lavoro e di riproduzione produttiva. Questo, per dire che la storia del rapporto delle donne con il lavoro multifunzionale, ma più propriamente con il lavoro del fare società – che è anche lavoro di civiltà – è in qualche modo paradigmatica, perché da sempre è la storia del “lavoro che si fa e non di quello che si ha”. Una sapienza millenaria che non ha ancora ricevuto riconoscimento sociale o diritti di cittadinanza consoni, e che mai potrà riceverli fin quando non si tramuterà (quella sapienza) in enunciati che aprono nello spessore del discorso lo spazio di un soggetto con la sua azione, la sua realtà, il suo sapere. Sia il paradigma economico neoclassico sia quello marxista ripropongono nelle analisi la subordinazione della categoria di riproduzione a quella di produzione, dando cioè priorità alla produzione di merci su qualsiasi altra attività, senza minimamente mettere in discussione l’idea di individuo che vi sta dietro, che rimane neutro, alias maschile, indipendente, proprietario.

Come spesso è accaduto lungo questi innumerevoli secoli di patriarcato, le donne hanno per prime avvertito le urgenze di vita che premevano da tutti i lati, dando corso a contronarrazioni, visioni alternative, spinte sovversive e radicali, salvo poi in molti casi essere cooptate per costrizione o per lusinghe ora della chiesa, ora dello stato, ora del mercato. Ma altrettanto spesso esse sono rimaste altrove. Negli spazi asimmetrici di un’altra economia del senso, della relazione, del tempo, fuori dai rapporti di potere costituiti. È anche così che si spiega il nomadismo che spesso caratterizza il rapporto delle donne con il lavoro, nomadismo che oggi si impone più come una condanna che come una libera scelta: entrate e uscite dal mercato, mobilità, dimissioni al vertice della carriera, oscillazione tra rifiuto ed esclusiva dedizione al lavoro, estraneità a rivendicazioni di tipo economico a favore della qualità delle attività, abbandono del lavoro per la ricerca di altre esperienze. Ed è anche per questo che le donne, differentemente dagli uomini, non vivono in modo così tragico la perdita di identità legata al lavoro. Sanno quanto sia restrittivo muoversi sul filo di quella logica. Lo spiegano bene le riflessioni e le pratiche prodotte dai movimenti delle donne negli anni Settanta, quando propongono un modello politico di vita che valorizza “un altro tempo” – diverso dal tempo-merce del lavoro retribuito – il solo tempo socialmente e giuridicamente riconosciuto. Non è un caso che la richiesta di un salario domestico attraverso cui riconoscere il valore della “risorsa sociale del femminile” sia stata ripetutamente avanzata poi ritirata dalle donne, non rientrando a pieno titolo nella loro agenda. Chi avrebbe dovuto pagare quel salario? Lo stato sarebbe diventato il nuovo datore di lavoro? Alla base rimane la consapevolezza che si tratta di remunerare un lavoro difficilmente misurabile con i parametri dell’economia tout court. Ciò che sostanzialmente rimane in gioco è una diversa articolazione del tempo, un tempo che non può essere valorizzato unicamente in quanto unità di misura del lavoro. Lì entrano in campo relazioni, affetti, saperi, intelligenze, esperienze altre. Serve dunque altro. Un altro modo di fare società, in cui relazione, reciprocità dipendenza costruiscano altri orizzonti di vita. La proposta oggi di un reddito di cittadinanza, di esistenza, di base, alias reddito minimo garantito, reddito incondizionato, di inserimento, o quant’altro, sono i tanti nomi, i diversi pesi e misure per dire la necessità di mettere in comune la ricchezza della produzione della riproduzione legata alle trasformazioni del sistema produttivo di cui siamo parte. E, contemporaneamente, la risposta per ridisegnare lo statuto delle garanzie non solo del lavoro ma anche della cittadinanza.

Ma reddito di cittadinanza incondizionato o salario domestico non possono, da soli, risolvere la dimensione politica della vita, e in particolare, la dimensione politica dell’agio femminile del vivere, che è un’altra mappa di ordine e di senso da quella che si configura nella polis patriarcale. È di un altro patto sociale che abbiamo bisogno. Un patto che ci sottragga agli antichi assetti e che non tamponi soltanto le falle attraverso la trasformazione e l’assunzione della qualità della differenze, femminili in primis, mettendole al lavoro.

Nel corso di questi decenni il pensiero critico femminista ha prodotto una rilettura del lessico politico risignificandolo e mettendo in campo pratiche che hanno dimostrato che la politica non si riduce all’esercizio strumentale del potere. Sono pensieri e pratiche che pur nella differenza di posture sono accomunate dall’idea che la politica si fa spazio in noi coinvolgendoci soggettivamente attraverso le relazioni e non i rapporti di forza, pur agendo in molti modi il conflitto. Entrare nel mondo attraverso una forma di cittadinanza che integra la nostra differenza non può bastarci, bisogna entrarci con i nostri saperi materiali e spirituali, le nostre esperienze, intelligenze, abilità, libertà e limiti, aldilà delle rivendicazioni, tutele e restituzioni, che pure servono. Solo così potremo contendere significato agli istituti della tradizione maschile di governo e al loro esercizio del potere, delle tecniche del diritto e della rappresentanza.

Più in generale, il patriarcato è un sistema di relazioni di potere strettamente legato al capitalismo, un binomio che per sostenersi ha dovuto fondarsi su diverse categorie di colonie: le donne, gli altri popoli, la natura. I cambiamenti prodotti dal capitalismo nella sua fase ultima toccano i valori fondanti di ciò che sono state fin qui le società patriarcali. Obbligano a ridefinire in che cosa possa consistere il legame sociale tra umani, ma anche tra non-umani, riposizionando luoghi e modalità di come si produce società. Servono anche nuove narrazioni dalla trama diversa, complessa e non lineare, molteplice, una nuova storia per rimettere a fuoco la memoria collettiva. Per scompigliare gli archivi della storia lineare aldilà dell’universalismo della narrazione neutra – sempre fondata su una procedura del vero inseparabile dalla procedura che la definisce. Lì, tra discontinuità, tagli, scarti e rimossi possiamo trovare anche altri modi di fare società. La storia è piena di culture alternative e ribelli a forte presenza femminile, di spinte sovversive con cui il vincitore ha dovuto prima fare i conti, di contronarrazioni, rivolte, visioni antagoniste, e anche di forme sociali non patriarcali, se solo vogliamo allenare il nostro sguardo all’indietro e di lato, per muovere un passo in avanti.

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* Traduttrice, operatrice culturale, esperta in questioni di genere, libera ricercatrice

Anno nuovo, nuova prospettiva di Angela Giuffrida

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Anno nuovo, nuova prospettiva di Angela Giuffrida

Mi sono chiari da tempo i motivi reali che mettono le donne le une contro le altre, perciò  desidero fare a tutte noi l’augurio che il 2017 sia l’anno della presa  di coscienza femminile. Trascrivo come contributo a questa rinascita femminista un mio articolo – pubblicato online sul “Paese delle donne” nel 2011 con il titolo Abbandonare completamente la strada intrapresa dagli uomini e poi su “La nonviolenza in cammino” n. 396 con il titolo La protesi – scritto in seguito a un dibattito sul blog di Lorella Zanardo attorno all’incontro senese di Se non ora quando, il quale evidenziava secondo me

“la necessità che le donne ritrovino quel comune denominatore che ha consentito loro di assicurare alla specie la sopravvivenza e la sua peculiare evoluzione. Solo così il conflitto, inevitabile nei rapporti umani, può trasformarsi da animosa litigiosità e chiusura escludente in confronto aperto, capace di promuovere la crescita individuale e collettiva. A tale denominatore conduce la significativa affermazione di Audre Lorde ‘non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone’, più volte citata. L’attrezzo per eccellenza di cui il maschio umano si serve per vivere da ‘padrone’, reificando non solo il genere femminile, ma anche l’altro uomo e tutti i viventi, è il suo punto di vista sul mondo, contrabbandato per l’unico possibile e magnificato come la quintessenza della razionalità. Poiché, come asserisce Albert Einstein, ‘i problemi non possono essere risolti al medesimo livello di pensiero che li ha creati’, l’attrezzo da sostituire non può che essere il pensiero unico che governa – in malo modo e abusivamente – l’intero pianeta. Purtroppo millenni di cattività hanno prodotto un restringimento forzato della visione del mondo femminile. Oramai ognuna di noi possiede una specie di protesi che riduce drasticamente l’apertura della nostra mente e ci porta a utilizzare meccanismi di pensiero a noi estranei. Non c’è dubbio, infatti, che i rapporti tra donne ripetono spesso la frammentazione, la conflittualità, la chiusura, la proiezione sull’altra della propria parte rifiutata, tipiche del mondo maschile. Pur non determinando i medesimi stati parossistici che appiattiscono la vita pubblica e privata degli uomini sullo schema semplicistico amico-nemico, scaturigine permanente di guerra, gli aspetti prima menzionati impediscono alle donne di riconoscere ciò che le accomuna al di là delle differenze, cioè stare intere nel mondo usando tutti i sensi per conoscerlo nella sua interezza e ricchezza. La differenza femminile consiste proprio nell’ampiezza dello sguardo che conferisce alla mente larghezza e plasticità tali da ospitare un reale complesso, intimamente coeso e in divenire. Il problema nasce con l’imposizione alle donne delle categorie maschili, parziali e riduttive, che producono una deformazione della realtà, rendendola illeggibile, quindi ingestibile. Siccome la conoscenza è la caratteristica fondamentale del vivente perché gli permette di mantenersi in vita, confrontarsi con la realtà qual è, non con una sua fantastica interpretazione, è un imperativo categorico. Le donne, però, continuano a considerare valida la razionalità maschile, nonostante la sua palese insensatezza e inadeguatezza, pretendendo di far scaturire la realtà dalla finzione. Si battono strenuamente, infatti, per assicurare la soddisfazione delle loro reali esigenze a viventi singoli e concreti che non esistono nel sistema di pensiero dominante. Anzi, avendo interiorizzato il concetto maschile di organismo, diffidano anche loro della biologia, divenuta una parola impronunciabile. Il fatto è che, malgrado la cancellazione simbolica, noi continuiamo a essere organismi che proprio al fatto di essere viventi e senzienti devono la capacità di pensare e agire. L’ignoranza di ciò che realmente siamo è all’origine delle scelte distruttive che stanno mettendo in serio pericolo la nostra permanenza sulla terra. Possiamo uscire da questa tragica situazione abbandonando completamente la strada intrapresa dagli uomini. Non si tratta, infatti, di aiutarli nell’impresa disperata di modificare il reale per farlo rientrare nel collo di bottiglia di categorie mentali inadatte a contenerlo. Viceversa si possono e si devono modificare, allargandole, le categorie di riferimento. L’organismo, ad esempio, non è la rigida carcassa che gli uomini credono sia, né la biologia è il destino, come Freud pensava, perché gli organismi sono in continuo stato di formazione, trasformazione e rinnovamento. L’assetto concettuale può rispecchiare benissimo tale plasticità, ricchezza, mutevolezza, a condizione che l’esperienza sia in grado di nutrire in modo adeguato la mente. Gli uomini hanno costruito le loro società scartando proprio le esperienze vitali, per questo si sono defilati per la tangente dell’ideale-generale-astratto, approdando in un mondo nebuloso dove non c’è posto per la vita, basti pensare che le spese militari fagocitano la maggior parte delle risorse a livello planetario. Il nostro compito principale è, perciò, rimettere al centro il vivente e riassegnare alle attività di cura e di sostegno il valore cognitivo ed etico che di fatto hanno. Solo comunità che si organizzano per custodire la vita, non per inseguire il potere, possono difatti sperare di promuovere in tutti i membri lo sviluppo intelligente dell’affettività e quindi l’evoluzione razionale della mente. Ostacolano la realizzazione del superiore compito la lamentata rivalità, l’invidia – che non è ‘la peste delle donne’, come è stata definita, ma il tratto costitutivo della psiche maschile – e la molesta attribuzione all’altra donna di intenzioni che non le appartengono. Però la consapevolezza del fatto che questi e altri aspetti negativi derivano dall’acquisizione di modalità cognitive limitanti, dovrebbe portare al loro graduale abbandono e al recupero di quell’ampia visione nella quale ciascuna/o trova posto. A mio parere l’intelligente pratica femminista di partire da sé dovrebbe ora essere rivolta al superamento dei meccanismi mentali maschili, rintracciandoli nei propri pensieri e nelle proprie azioni prima ancora che all’esterno.”

 

Auguri ancora di cuore.