La Boqala, arte divinatoria delle donne del Maghreb

Dal passato ci giunge una pratica di donne che segnala l’antica arte della divinazione oracolare, un tempo prerogativa femminile. Negli esigui spazi di libertà concessi dal dominio dei maschi, queste “poete” hanno preservato le loro case come luoghi di libertà e incontro tra donne, e ci hanno fatto arrivare le loro voci che le contaminazioni religiose non hanno del tutto coperto. È con immensa gratitudine che pubblichiamo questa testimonianza della loro pratica poetica e magica, tratta da Simon-Khédis Setty G. Boqala jeu-poésie à usage divinatoire. In: Horizons Maghrébins – Le droit à la mémoire, N°49, 2003. Conte, conteurs et néo-conteurs. Usages et pratiques du conte et de l’oralité entre les deux rives de la Méditerranée. pp. 125-129. DOI https://doi.org/10.3406/horma.2003.2163 www.persee.fr/doc/horma_0984-2616_2003_num_49_1_2163. Libera traduzione dal francese di Daniela Valdisserra e Luisa Vicinelli.

La Boqala[1]

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Pratica tra le più antiche esistenti, la boqala ha sia le caratteristiche di un rituale indispensabile per rafforzare una convinzione, sia quelle di un gioco il cui scopo è conoscere il futuro e – perché no? –, influenzarlo.

In ogni epoca e presso tutti i popoli, la conoscenza del futuro era, è stata – e rimane – una preoccupazione costante. La divinazione è un modo semplice di scoprirlo: a un gesto fortuito, a una parola sentita per caso (ma esiste il caso?) viene dato un significato e immediatamente ne viene dedotta un’indicazione. Alcune tradizioni asseriscono che il profeta Maometto dava credito ai presagi, consigliando di prendere in considerazione il  buon auspicio e anche di provocarlo intenzionalmente.

Nel mondo islamico è altresì consuetudine consultare il Corano per ricevere illuminazioni sull’atteggiamento da tenere o sugli eventi a venire.

Per lo stesso scopo, inoltre, venivano utilizzati in Persia e nelle regioni limitrofe sia il Kitab al-Aghanî [poemi e canti del X secolo, N.d.T.], sia altre raccolte di poesie. Così si incontrano espressioni come ahl al-kitâb (gente del libro) o ftah al kitab (egli aprì il libro) e qaraa fil al-kitâb (leggere nel libro), gesto diverso dall’istikhara [chiedere la guida di Allah, N.d.T.], preghiera speciale pronunciata per prendere una decisione importante o comunque quando c’è da fare una scelta.

È a questo insieme di credenze che si collega la boqala, breve poesia di quattro o cinque versi, recitata o improvvisata in alcune circostanze. E, “poiché che i primi versi di una poesia presi come capita in una raccolta svelano i segreti del futuro,  un poema ripescato dalla memoria – prodigiosa biblioteca dei popoli senza libri – può svolgere la stessa funzione,  e una poesia composta sul posto sembra essere una rivelatrice dell’ignoto ancora migliore”.[2]

Questa poesia-gioco è di solito accompagnata da un rituale magico-religioso sulle coste meridionali del Mediterraneo, specialmente in alcune città delle coste algerine e nel loro entroterra. Algeri, Blida, Candela, Dellys, Collo, Cherchell, Medea, Miliana… vedono da molto tempo le donne della città ritrovarsi in determinati giorni per interrogare il futuro e conoscere il loro “fâl” (predizione, buon auspicio). In queste sessioni, dove tradizionalmente ci sono solo donne, succede di andare in deroga alle regole e ammettere, alle riunioni di famiglia, un maschio. In genere, le sessioni si svolgono di notte e, in particolare,  la sera prima di determinati giorni: il mercoledì, il venerdì e la domenica. Possono anche svolgersi durante alcuni pomeriggi improntati all’ozio.

Svolgimento

Fâl yafalfâl djiblî khbâr man koul blâd
Oh Presagio! Oh presagio, portami notizie da tutti i paesi.

bqla8Ed ecco, nei giorni concordati della settimana, madri, vicine e amiche, chiacchierando intorno a un tè o un caffè, sentenziare in una seduta. È allora che si porta un contenitore, un vaso “boqala” di terra cotta pieno d’acqua proveniente, se possibile, da sette sorgenti o fontane. Ognuna delle partecipanti vi lancia un anello o un piccolo oggetto personale  (spilla, orecchino) o in alternativa un fagiolo secco con una tacca. Sui tizzoni contenuti in un braciere (majtnar o mijmar) l’officiante sparge l’incenso; il vaso capovolto è quindi affumicato; durante la fumigazione, ha luogo  la richiesta {du’ a ou farch}:

“Ti abbiamo immerso nel fumo del benzoino [usato in Etiopia per la cerimonia del caffè, N.d.T.], portaci notizie dai caffè; ti abbiamo esposto al fumo dell’henné, portaci le novità di Algeri, ecc.”, formula che varia in base agli ingredienti contenuti nella fumigazione.

La decana dell’assemblea chiede quindi alle donne presenti di pensare (n’nwiw) a una persona o a qualcos’altro (situazione o domanda). Recita poi una poesia, quella che le viene in mente: imparata un giorno, trasmessa da secoli, venuta da molto lontano o da non si sa dove oppure solo improvvisata. Dopodiché si chiede alla ragazza più giovane, una vergine (‘atek) preferibilmente, di tirare fuori uno degli oggetti dal contenitore. Inizia quindi l’interpretazione della poesia che si applica alla persona a cui aveva pensato la proprietaria dell’oggetto. Matrimonio, partenza, viaggio, amore, malattia o altri eventi. Così sarà il futuro della persona a cui si è pensato.

Esistono molte varianti sul metodo: ad esempio, durante la du‘a o farch, è sufficiente che una ragazza vergine si faccia un nodo alla cintura o al fazzoletto, pensando a una delle donne presenti o a una persona assente, annullando poi il nodo e rivelando il nome scelto dopo la recita della poesia.

Alla fine i poemi-presagio vengono commentati. Quando l’interpretazione è ambigua e poco chiara, è d’obbligo una verifica. Il vaso è preso per le anse da entrambe le mani dell’officiante oppure di due donne. Si fanno altre mosse, e questo corrisponde a un nuovo passaggio, quello della verifica; per questo si fa ruotare il vaso, e, secondo la direzione che prende, si ha il capovolgimento o la conferma del responso. A volte si rende necessario un contro-test quando, prendendo sul serio questo il gioco, ci si preoccupa, e le donne vogliono ottenere delle certezze; di solito si aspetta la notte, si sale sulla terrazza e, con una formula accompagnata dal lancio dell’acqua che è ha servita per la divinazione, si interroga il silenzio che si apre a un segno, a rumore, a una voce… a tutto ciò che può veicolare un suggerimento e un riscontro.

Spettacolo? Arte divinatoria? Questa pratica di origine sconosciuta ha sicuramente integrato, secondo l’andamento della storia, i componenti dell’uno e dell’altra, avendo usufruito di altri mezzi messi a sua disposizione dai diversi ausili culturali, come testimoniano i programmi radiofonici o e televisivi realizzati in questi ultimi decenni. Nello specifico, questa pratica socio-culturale, sempre in auge sotto diverse forme, presenta una serie di caratteristiche.

La prima è che questa poesia è una produzione femminile, nonostante alcune cose prese in prestito. Questo lavoro anonimo e collettivo viene raccontato a un pubblico femminile. La sua interpretazione implica la conoscenza di codici e simboli, che dipendono dall’interprete, dalle sue domande e dalle sue preoccupazioni.

La Boqala nella società

Questa tradizione orale ha anche altre caratteristiche: i luoghi di produzione, ovvero gli ambienti, i cittadini; la lingua dei bwaquel, che è l’arabo dialettale con parole mutuate dal turco, dallo spagnolo e dal francese, che sono le lingue dei “contatti”. La struttura delle poesie si avvicina a quella della scrittura, mostrando una certa purezza di linguaggio, ritmi, suoni che ne vanno a costituire la bellezza e di cui la traduzione non sempre tiene conto. La profonda somiglianza con la poesia andalusa, la vicinanza delle sue forme allo “hawzi” e ai canti tipici di Fèz o Tlemcen e dintorni, insieme alle “copie” in spagnolo, tutto ci invita a scoprire un’eredità: andalusa? turca? o ancor più universale?

Il tema è essenzialmente quello di un’ode amorosa che abbonda nel descrivere la donna e a cui si aggiunge la poetica delle relazioni sociali, della vita di tutti i giorni; basandosi sull’assetto religioso, essa esprime anche alcuni giudizi – le scelte sono spesso condizionate dalla natura del pubblico. Prevalgono dunque amore, passione, erotismo, la descrizione di giardini, il viaggio, l’assenza, separazione, riunioni…

L’“io” che parla è spesso un “io” solitario o un “io” e un “tu” sotto forma di “me” o “noi”; monologo o dialogo, questo “io” può scomparire per far spazio a una descrizione impersonale che termina con una frase che può apparire negli ultimi due versi.

bqala 11Ripreso da auditori differenti, questo patrimonio rimane legato alle sue condizioni di utilizzo. Digressioni, “buchi”, varianti, successivi arricchimenti punteggiano la produzione dei testi. In un contesto, spesso di necessità, questo “conservare” la tradizione orale ha preservato una cultura “di mezzo”. La salvaguardia di questo patrimonio anonimo e collettivo – “la memoria del popolo è la nostra biblioteca nazionale”, ebbe ad affermare Mohammed Dib all’indomani dell’indipendenza dell’Algeria –  ha saputo resistere fino a oggi. Il vigore di questo tipo di letteratura orale ha effettivamente tenuto perché questa poesia è raccontata a un pubblico, trasmessa in un anonimato che gli fornisce così un consenso. Merita comunque la fissazione, anche temporanea, al fine di fornire parametri di riferimento nel tempo.

Infine, sebbene prodotto per soddisfare la richiesta di informazioni sul futuro o la ricerca di un aiuto per cambiare il corso del destino, la recitazione di questo tipo di letteratura orale algerina che va a costituire i Bwaquel, rimane principalmente un momento ludico e conviviale. Questa cornice di espressione degli impulsi e dell’immaginario, permette la metamorfosi del quotidiano, offre momenti di fuga, l’opportunità di prendere la via del mare o di volare verso i sogni e la speranza.

Alcuni esempi

Alto e bello m’ha fatto Dio, dice il gelsomino,
in cima vivo e delle donne son l’amante.
Alta e bella m’ha fatto Dio, dice la rosa,
nel giardino primeggio per tinta brillante. Sono la regina!

Il lentisco prende parola:
Alle genti dei campi e delle città, chiedete,
ai signori e agli amanti.
Chiedete quanto sono dolci nel vaso i miei
teneri germogli! Fiori e
germogli si avviluppano attorno ai miei rami.
E sono il re!

Ma il mirto…
“Zittite le vostre chiacchiere” dice
Quando sei vecchio e secco  ti aspetta il fuoco.
Mentre io ho origine nel Profeta!”

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Oh donna! Oh donna, sole splendente!

Oh! tu che vivi tra queste mura di gesso.
Il mio signore mi ha inviato a te come messaggero
Dovrei parlarti, ma preferisco il silenzio.
Il destino è scritto sulla fronte senza calamaio
e senza penna.
Questo destino che non si  può cancellare.
A casa, il mio signore ti aspetta per rallegrarti.
Signora Regina

Bibliografia (in ordine cronologico)

  Lacheraf Mustapha, Petits poèmes d'Alger, Islam et Occident,
Cahiers du Sud, 1947.
  Muhammad Behadji Serradj, Quelques usages féminins
populaires à Tlemcen et note sur quelques procédés divinatoires
traditionnels dans la région de Tlemcen, IBLA, T. XIV, 1951.
  Bencheneb Mohammed, Du moyen de tirer des présages au jeu de
la boqala, AIEO, T. XIV, 1956.
  Ould Aïssa Youssef, Le jeu de la boqala, poésie divinatoire,
Islam et occident, Cahiers du Sud, 1947.
  Grand'henry Jacques, Divination et poésie populaire arabe en
Algérie, Arabica, t. XX, fasc. 1, 1973.
  Geneviève Simon-Khedis, La boqala, poésie féminine a usage
divinatoire, “Actes de la Table ronde sur la littérature orale
maghrébine”, Alger, 1979.
  Bertrand Martine, Le jeu de la boqala, OPU, 1982.
  Lahbib Hachlaf, Jeu radiophonique, RTA, Alger, 1975.

[1] Boqala (bwâqel o boqalât) è un termine che definisce un piccolo recipiente di terracotta con due manici, una caraffa oppure   la strofa di quattro versi che serve per la divinazione.
[2] Mohammed Bencheneb.

Intervento di Necibe, del Centro Jineolojy di Bruxelles, alla Campeggia matriarcale 2019

Ringraziamo di cuore Barbara per aver sbobinato l’intervento di Necibe in tempo record… ma soprattutto per aver accolto l’incitazione di Necibe ad autorganizzarsi e passare all’azione!

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Introduzione e ringraziamenti

L’inglese non è la mia lingua preferita con la quale parlare di queste tematiche… farò del mio meglio. Sono grata ..Really thank you… sento molte emozioni.
Tutto quello che dirò sulla Jineolojy non è frutto del mio  lavoro personale ma ovviamente ho imparato da donne coraggiose, molte delle quali sono martiri all’interno del movimento; ho imparato da mia madre e da tutte quelle donne che realmente hanno combattuto, combattono  per la loro libertà, precisamente la libertà che connette l’individuo alla società e la società all’individuo, in una maniera molto simbiotica. Andrò direttamente alla nostra prospettiva della Jineolojy  e di come ci rapportiamo ad essa. Abbiamo alcuni riferimenti precisi su cui costruiamo Jineolojy: il primo riferimento importante sono le società matriarcali del Neolitico che hanno costruito e influenzato le organizzazioni sociali fino a oggi. Questa noi la chiamiamo la storia non scritta.
Altri riferimenti importanti per costruire e mettere insieme Jineolojy sono una serie di testi che sono stati trovati e continuiamo ancora a ritrovare in Mesopotamia e sono certa che molte ricercatrici, e anche uomini, si sono espressi su questi testi, sia a favore che contro. Di conseguenza dobbiamo analizzare ciò che arriva dalla loro interpretazione. Non seguiamo semplicemente i fatti che vengono descritti ma seguiamo proprio un metodo interpretativo molto importante che ancora usiamo: ad esempio, c’è un fatto, un dato, lo prendiamo in esame e cercheremo di capire come ha dato forma alla nostra vita. Se mi chiedete qual è la misura che usiamo per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è rilevante e cosa no rispondo: è la Società naturale che è creata intorno alla madre e che è stata informata dalla cultura della dea, che le ha dato una forma.
Ci sono due nature, e noi cerchiamo di metterle insieme e di costruirne una terza. La prima natura è il nostro universo, la seconda è l’umanità e la società. Quando diciamo umanità e società non parliamo solo di donne e uomini perché nella nostra visione tutto è vivo. E penso che molte di voi condividano questo fatto. Quindi noi bilanciamo le due nature insieme cercando di equilibrarle, mettendo insieme l’umanità e la società con l’universo.
Ci basiamo su quattro pilastri per creare questa metodologia: la mitologia, la religione, la filosofia e le scienze sociali. Perché per capire la storia dell’umanità e perché le donne sono state le prime schiave della società, dobbiamo partire da come questa storia viene raccontata nei miti. E di come la mitologia è stata sistematizzata e fatta diventare religione, legittimata dalla filosofia e inserita come  sistema normante nella scienza. Se voi andate in qualunque università del mondo a chiedere perché non c’è una scienza delle donne, vi rispondono perché non c’è differenza tra uomo e donna, sono entrambi esseri umani… Appare evidente che la scienza ha legittimato  una forte distorsione di giudizio sull’intelligenza della donna, sul suo corpo, sulla sua realtà e la sua natura. Per questo useremo queste quattro “branche” per capire cosa è andato distrutto nella storia rispetto a ciò che è il corpo, la natura, l’intelligenza della donna. Per esempio… Öcalan dice: “Noi non partiremo dall’uomo per la nostra ricerca della verità, ma dalla donna perche è il soggetto che è stato più distorto dalla storia. Quando parliamo della metodologia per approcciare la storia dobbiamo tener presente due storie. Quella scritta, che non è la nostra, perché è quella scritta dai re, dal potere, ed è un storia intrisa di capitalismo, di classi e di stati. Quasi tutto ciò che abbiamo di scritto viene da questa storia fatta dal patriarcato: le gerarchie, le città stato, dagli stati, e poi il capitalismo, per cui quando parliamo di capitalismo moderno non parliamo degli ultimi 400 anni ma parliamo di qualcosa che è nato col patriarcato.
Ma c’è un altro fiume che scorre parallelo a questa storia: quest‘altro fiume è la modernità democratica, che si basa sulla cultura della madre, della dea e delle società matriarcali. Sono società che sono state sempre sotto attacco e costantemente indebolite ma non sono mai scomparse completamente. Quindi ogni volta che dirò la parola ‘democrazia’ sappiate che non ha nulla a che fare con lo stato, questi due elementi sono contrapposti. Da una parte la modernità democratica – che viene dalle società matriarcali – e dall’altra – quando uso la parola ‘stato’ – la modernità capitalista dove possiamo vedere una triangolazione tra stato,  patriarcato e  capitalismo. Questi tre poteri lavorano insieme. Molto spesso nelle nostre discussioni li separiamo, ma è sbagliato perché questi tre poteri lavorano in sinergia: sempre, nella storia, quando ci son stati attacchi contro il matriarcato questi tre elementi hanno lavorato insieme e quindi lo dobbiamo tener presente nel nostro ragionare.
Farò tre esempi per descrivere questo conflitto in atto da 5000 anni, che non è ancora finito, in cui si manifestano guerre, scontri religiosi, ecc. Ma c’è una guerra che è sempre lì e non nominiamo mai, esiste in ogni attimo della nostra vita. Ecco i tre esempi: 1 Hegel  descrive il conflitto  fra gli esseri umani come il conflitto tra schiavi e padroni. La soluzione che propone è di creare distanza tra schiavo e padrone ma propone lo Stato per gestire queste due forze. 2 Hobbes ci parla dell’uomo come di un lupo contro lupi, per cui vede come soluzione una forza superiore. 3 Marx ci parla di un conflitto che vede come lotta di classe per cui incita a lottare contro il padrone, contro il capitale ma è un lavoro che propone soltanto ai lavoratori, incanalandolo in una lotta contro la borghesia della classe lavoratrice.  C’è un problema enorme in questa definizione. Nessuno vi ha mai incluso il lavoro riproduttivo, il lavoro che le donne fanno a casa. Il lavoro di portare 9 mesi un bimbo in grembo, e tutto il lavoro di cura alla famiglia sono cancellati: nello schema della lotta di classe quello riproduttivo non viene considerato lavoro.Un’altra definizione del grande conflitto della società dei nostri giorni ce la dà Öcalan affermando che il conflitto nasce nel momento in cui le donne son state schiavizzate nel patriarcato. E questo non è riconducibile solo alla divisione del lavoro, ma avviene con un vero e proprio intervento materiale che invade e schiavizza la donna nella sua intelligenza, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo lavoro, nelle sue emozioni, in ogni aspetto dell’esser donna. Nel matriarcato la relazione sociale nel clan è sempre stata vissuta in maniera simbiotica, garantendo a ognuno il diritto di vivere, di mangiare, didifendersi, di riprodursi. Ma nel momento in cui i cacciatori si unirono e si coalizzarono tra loro, questa realtà fu sovvertita ed ebbe inizio il conflitto.
Per capire come è successo che abbiamo perso il nostro potere, come è stato che tutto il nostro essere è stato occupato dal patriarcato, è fondamentale capire che, per cacciare i grandi animali, i cacciatori (all’inizio almeno tre) passavano moltissimo tempo fuori dal villaggio, lontani dal clan. Si sono così sconnessi dalla sfera materna e ci sono molti studi che ci permettono di definire il punto di rottura: qualcuno sostiene che ciò è avvenuto fuori dal clan, altri all’interno. Ma vediamo cosa cambia.
Nelle società matriarcali le relazioni sono sociali, ma diverse dalle relazioni di potere. Nella società matriarcale le relazioni sono a sostegno per supportare moralmente, eticamente ed economicamente il fatto di stare insieme. La dinamica della caccia ha portato a una dinamica di potere. Anche nella società matriarcale ci sono gli animali e la caccia, ma c’è un rapporto simbiotico con la natura, nelle cultura di caccia la relazione con l’animale è per uccidere – io uccido te o tu uccidi me. Finché si uccidono animali piccoli è gestibile individualmente, ma se vuoi uccidere un animale grosso devi essere in gruppo, anzi in più gruppi che iniziano ad avere un nucleo di armi e si forma , nel clan, una sorta di gruppo gerarchico strategico – il trio che si coalizza.
Il primo, l’anziano, ascoltato da tutti, che piano piano inizia a guadagnare prestigio, facendo partire una sorta di competizione, di gelosia verso la donna, considerata fino a quel momento sacra, the holy mother, per cui aumenta la sfida e la ricerca del potere.
È probabile che questo sia iniziato ad accadere presumibilmente quando le società si sono fatte stanziali. Quando sei nomade, in movimento dall’Africa al Medio Oriente, ti porti dietro piccole cose essenziali, ma quando sei stanziale hai la possibilità di pensare ad altre cose, a sviluppare altre abilità. Per esempio hai l’agricoltura, lo storaggio, la caccia organizzata. Nel sud della Mesopotamia c’è un gran numero di aminali di grosse dimensioni per cui non era più sufficiente l’attività venatoria di un uomo e così iniziarono a formarsi dei gruppi. In questa dinamica di gruppo emerge l’anziano, quello che sa, quando si incontrano si confrontano su come fare a cacciare, nasce il potere ideologico; colui che ha forza fisica , che possiamo descrivere come il soldato o quello che prende il comando, dà vita al potere militare, poi c’è chi si occupa di amministrare, di coordinare ed è potere politico. Per cui ci troviamo i tre poteri: ideologico, politico (amministrativo) e militare. Questi tre aspetti unendosi si completano e danno forma al nucleo del patriarcato, un potere cioè che aveva la possibilità di colonizzare e sfruttare il potere femminile, che fino a quel momento gli uomini avevano osservato e studiato, anche nel suo modo di organizzarsi all’interno della comunità. È l’Età del ferro, ed è l’era del patriarcato.
Un secondo elemento importante che favorisce il patriarcato è lo sbilanciamento forte fra l‘intelligenza emotiva e l’intelligenza analitica, ovviamente anche l’uomo ha un’intelligenza emozionale ma è qualcosa di più forte nelle donne. È un’intelligenza etica.
L’altra intelligenza, quella analitica, si basa principalmente sull’esperienza, una sorta di urgenza di sviluppo, il trasformare una cosa in un’altra, dall’invenzione della carta fino ad arrivare al computer. Eppure le prime scoperte erano avvenute per merito delle donne perché più in contatto con la natura, con gli animali e con la terra, e con tutte le parti del clan.
Forse dico qualcosa che va in contraddizione. Perché il ferro è stato usato anziché a favore della vita – per esempio per rendere la terra più fertile – per uccidere animali e poi uomini? Il problema non è il ferro, il problema è come la mente decide di utilizzarlo, il problema non è essere donna o uomo,  il problema è la qualità della relazione che instauriamo: è una relazione di potere o una relazione sociale? Darò solo un esempio: ho speso già tanto tempo per spiegare bene come si siano originate le società matriarcale e patriarcale perché chiarire cos’è la società matriarcale è importante per poter capire Jineolojy. Ora voglio approfondire un paio di elementi linguistici, e magari voi potrete fare lo stesso con l’italiano, che hanno dato forma al clan nel momento della sua nascita. Ja in curdo è la madre, mer è l’uomo. E jamer significa buon uomo, una parola che è stata usata per migliaia di anni: significa che anche gli uomini  erano in connessione con la madre, erano buoni uomini. Abbiamo anche slam, un uomo tiranno e violento; questa parola si sviluppa nella cultura della caccia. Quando l’uomo era jamer nel clan faceva tutto, a parte portare avanti una gravidanza ovviamente, mentre slam oggi ha preso il sopravvento e pervade la nostra vita. Per esempio nel nostro villaggio, soprattutto in Bakur, ci sono molti uomini (shavan) e donne (beli) pastori ed entrambi fanno lo stesso lavoro, non uccidono gli animali ma li allevano.

Vorrei fermarmi qui a proposito di matriarcato, ma vorrei dire perché la mitologia è così importante. La mitologia è come il secondo passo del patriarcato ed è stata sviluppata con racconti di storie di quel momento, enfatizzate certo, che ci raccontano la realtà di allora. Lasciatemi fare un paio di esempi : nella mitologia sumera ci sono Inanna ed Enki che lottano e in quella babilonese  Marduk e Tiamat. Sono entrambe mitologie importanti: vediamo la dea Inanna e il dio Enki lottare per migliaia di anni e in che modo il mito che narra questo conflitto dà forma alla società, plasmando le menti e i pensieri di chi li ascolta. Se analizziamo il mito della creazione in cui Enki taglia a metà Inanna, vediamo che la parte superiore del corpo della dea diventa cielo e la metà inferiore terra. Che significato possiamo dare a questo avvenimento? Siamo indotti a pensare che fino alla fine della nostra vita, fino alla fine dell’universo queste due parti non saranno mai più insieme. Così è stato diviso il corpo delle donne.
La lotta tra Marduk, figlio di Tiamat, e Tiamat, l’ultima dea del Pantheon della Mesopotamia. Marduk uccide la madre asserendo che “mia madre, che ha avuto una relazione con un altro, ha tradito mio padre. È colpevole due volte perché ha tradito me perché è mia madre, e suo marito perché lui è mio padre. Colpevole due volte deve essere uccisa. La colpisce in tre punti: la testa, il cuore e il ventre. Perché questi punti? La colpisce alla testa, nella sua intelligenza, al cuore, sede del potere emozionale della madre, e nel ventre, luogo dove risiede il potere generativo/creativo della madre.

Un altro mito importante in cui per me la mitologia vede la premessa per trasformarsi in religione è quello di Ninhursag, la dea che rappresenta la salute, la cura, la guarigione, l’amore, che dà e prende la vita. Ninhursag ha un giardino e moltissimi frutti diversi, ma è un giardino collettivo. Nessuno ha diritto di prendere frutta senza il suo permesso ma Enki, che è il dio, possiamo dire, dell’imbroglio decide di cibarsi e prende un frutto per tipo, in tutto otto, senza averne il permesso. Per questo Ninhursag gli manda 8 malattie. Enki sta per morire e va a chiederle scusa. Lei gli detta una condizione: “Io ti guarisco ma da ogni parte malata del tuo corpo io creo una dea… la dea della testa, del cuore, del braccio, ecc. fino a 7 dee. L’ultima parte è una costola, cioè la dea è creata da una costola… e questo c’è nel Cora e anche nella Bibbia e ricorda Zeus che si arroga il potere di far nascere i figli dalla sua testa…
Quindi, la mitologia è sistematizzata in religione e ci sono moltissime norme sul corpo delle donne, sull’intelligenza della donna, sulla sua sessualità, sul suo ventre, ogni cosa che appartiene alla donna ha una norma nella religione…
La Jineolojy non vive la mitologia e la religione solo con rifiuto, non vogliamo accettare a priori o rifiutare ciò che viene dalla mitologia. Noi vogliamo usare il metodo analitico, perché dobbiamo sapere cosa è successo nella storia, perché troppe menzogne sono state dette sul corpo delle donne. Ecco, questi sono i punti di riferimento da cui parte l’analisi per Jineolojy.
Gli altri due punti di riferimento sono la filosofia e la scienza, le due maggiori risorse da analizzare. Se la scienza è così avanzata, così capace e tecnologica perché è così distante dalla società? Perché c’è una distanza enorme tra la scienza e la società? Perché ci sono così tante branche di sociologia e non c’è più una società, completamente frammentata com’è, con tanti gruppi, identità, sottogruppi. Eppure nessuno di questi gruppi arriva alla verità delle società matriarcali e dell’esperienza di essere una donna. Così Jineolojy è una scienza che prova a raggiungere la verità analizzando e raccogliendo tutto il sapere delle donne non solo dal punto di vista biologico. La biologia chiaramente è importante perché la biologia di una donna ha molte caratteristiche specifiche ma se analizziamo non solo l’anatomia, l’energia, le diverse energie delle donne,  possiamo ritrovare molte cose che abbiamo perso nella nostra vita…
donna vita libertaPerché usiamo Jineolojy? In curdo significa donna, ma ha molti significati: dare la vita, creare vita, e molte parole hanno la radice jin. Quando gridiamo lo slogan Jin Jvan Azadi pronunciamo solo un incitamento ma si tratta di una vera forma di scienza in cui gli elementi sono davvero connessi tra loro. Azadi vuol dire libertà e vediamo che al tempo di Sumer, per la prima volta nella storia , appare la parola amarghi che corrisponde al momento in cui le donne avevano perso la loro libertà. Amarghi è azadi, libertà di tornare alla madre… Capiamo così che abbiamo perso qualcosa nella madre e vogliamo tornare.
L’anatomia e l’energia delle donne viene molto studiata da Jineolojy come l’intuizione, le 6 emozioni, le mestruazioni, la riproduzione, e ci sono ancora molti altri tipi di energie che devono essere studiate…
Gli altri riferimenti per noi importanti sono i 40 anni di lotta delle donne curde. Il movimento delle donne curde è nato il giorno in cui è nato il PKK. Il primo gruppo formato da due donne nel PKK cercò di analizzare la situazione della donna all’interno della società. Non è una questione solo nazionale: le donne sono oppresse come donne, come società, come nazione, come classe, tutte le oppressioni sono connesse. Ecco le tre fasi del movimento curdo delle donne: la prima fase è stato analizzare la società e la situazione delle donne. Il ruolo di Öcalan è stato molto importante in questo periodo, perché lui ha iniziato dalla sua famiglia in cui viveva molti conflitti, osservava la vita di suo padre e sua madre, delle sue sorelle. Ha osservato come la religione non poteva risolvere i problemi della società ma nemmeno il socialismo dell’Unione Sovietica non aveva risolto questi problemi, quindi ha iniziato ad analizzare la nostra situazione, disse proprio “Possiamo iniziare da qui”. Per esempio si recò in un villaggio per parlare di come si poteva organizzare lì il PKK e vide, in una  casa, un anziano con una ragazza molto giovane, All’inizio pensò che fosse il nonno poi capì che era suo marito. Dobbiamo liberare questa donna assieme a questa terra, cioè la liberazione della terra e della società è connessa alla liberazione della donna. Senza la liberazione e l’emancipazione delle donne la società non può esser liberata. Grazie a questi concetti, molte donne sono state attratte dal PKK. Dalla metà degli anni ’80 invece le donne hanno iniziato ad organizzarsi autonomamente. Agli inizi degli anni ’90 una donna ha iniziato a costruire armi e diversi gruppi hanno iniziato ad armarsi e a parlare della teoria della separazione. Nel 1997 per la prima volta in ogni gruppo è stato discusso il separatismo. Una volta per esempio Öcalan disse :“Avete ucciso l’uomo che avete nella testa?” Oppure diceva: “Se hai un nemico lo devi prima uccidere nella testa.” Nel 1998, quando in tutto il mondo si abbandonavano le ideologie come concetto superato e non funzionale, all’interno del movimento delle donne curde veniva fondato proprio il gruppo ideologico delle donne.
Questo partito ideologico delle donne ha 5 principi, uno di questi è (bisogna usare la lingua curda, in inglese non si può.esprimerlo) walaparisi. Significa patriottismo ma non come si intende comunemente perché la parola significa esattamente la difesa della terra, la difesa della società, cioè difendere se stessi. Il secondo punto è l’organizzazione, ognuno dovrebbe essere organizzato, soprattutto le donne. Un altro principio è lottare per ottenere i propri diritti. Un altro principio è il libero arbitrio, se non hai libertà di scelta non sarai mai libera. Solo con la libertà di scelta puoi prendere decisioni libere. Hai diritto di essere ascoltata dalle persone. Di partecipare, di collaborare, di contribuire.
L’ultimo principio, molto importante, è etico ed estetico. Perché connettiamo l’etica all’estetica? Per capire che tipo di vita vogliamo. Negli ultimi dieci anni abbiamo parlato del desiderio di essere libere insieme, cioè di stare insieme per aver scelto liberamente una relazione simbiotica, di rispetto, basata sulla risposta a bisogni reali. Basandosi sul principio ‘Uno per tutti, tutti per uno’, se tutto il clan, tutta la società è in pericolo ogni persona sente il bisogno, il desiderio di proteggerli, se una persona è in pericolo tutta la società si muove per lei…

In quel momento nel PKK c’erano molti conflitti fra donne e uomini. Öcalan propose la teoria dell’uccidere la mascolinità, ecco qui un volantino del 1992 che diceva alle donne del movimento: “L’uomo è pericoloso per la vita delle donne” e per poter risolvere il problema del ‘carattere’, delle caratteristiche dell’uomo dovrete agire scientificamente e accademicamente. Significa che abbiamo bisogno della scienza per fare questo, analizzare il carattere, la personalità degli uomini. Tutti viviamo in una società occupata dal nemico e subiamo molti effetti di questa occupazione: egoismo, individualismo, divisione in classi, abbiamo direi personalità intossicate… Per liberarci, purificarci dobbiamo lavorare ognuno sulla propria personalità, per portare la propria energia . In quel periodo, le personalità degli uomini erano problematiche ed era necessaria un’educazione, una formazione costante. Usare la rieducazione come strumento fu uno fra i più potenti strumenti del movimento. All’interno della scuola abbiamo un programma di storia del Kurdistan, di storia del PKK, del movimento delle donne, non solo curde, il femminismo: il regime della verità significa studiare dall’inizio, dalle società matriarcali. Uccidere la mascolinità, la modernità  capitalista. Studiamo la Modernità democratica, etica ed estetica, la società naturale. Metodi di ricerca come la mitologia, la religione, la filosofia e la scienza. Tutto questo è alla base della nostra educazione e la parte più importante è l’analisi sociologica della nostra personalità: da dove vengo, come cresco, che effetti subisco dal sistema, chi mi cresce, che tipo di educazione ricevo. Tutto questo fa parte del nostro progetto formativo…
Proiezione del video del villaggio delle donne curde
Le donne che hanno avuto mariti martiri o le donne che hanno subito violenza o che vogliono approfondire gli studi possono andare la. C’è un programma speciale di educazione, un ospedale, una piscina, un posto per i bambini, c’è un grande forno per il pane, campi coltivati e frutti… tutto prodotto in casa.

Quando analizziamo noi stessi nel programma educativo, ci chiediamo innanzitutto del nostro background: da dove arriviamo, come siamo cresciuti, dove siamo cresciuti, che effetto ha la società, il sistema sul nostro essere, che tipo di personalità abbiamo e se questa personalità è ostica, di ostacolo per la collettività? E se lo è, perché? Queste sono le domande che ci poniamo nella ricerca sociologica della personalità. La persona inizia a dire qualcosa di sé, poi permette agli altri di analizzarla e di rimandarle un proprio feedback. Perché può succedere che una neghi certe parti di sé, non le riconosca. Le altre invece possono vedere qualcosa che può essere di ostacolo per la collettività o per l’ambiente. In questo meccanismo tutti gli altri mi rimandano un feedback.
Questo non viene fatto solo da noi curdi, ma tutte le altre persone che partecipano al movimento curdo passano attraverso lo stesso processo. Vi do un esempio, un’amica venne nel Rojawa e dopo la prima settimana disse: “All’inizio credevo di essere una persona molto attenta alla collettività, lavoro con gruppi, lavoro sempre in gruppo, ma mi sono resa conto di essere una persona davvero individualista. Come lo vedo? Dopo il percorso di rieducazione, lo vedo da come mi muovo, come mi alzo, come mangio, come mi comporto nell’ambiente, sono individualista. E mi accorgo che questo è l’effetto del sistema capitalistico su di me, dello Stato delle nazioni su di me, del patriarcato sulla mia personalità. Nessuno mi ha mai chiesto di correggere questo aspetto della mia personalità: per questo sono così, sono individualista”.

Dato che qui l’ambiente educativo ti spinge a esser cooperativa, quello che impari devi condividerlo, devi sempre prenderti la responsabilità del gruppo, non devi essere una consumatrice nemmeno nell’uso delle parole. Il consumismo non è solo una forma economica ma è dentro di noi, nell’inconscio: dobbiamo parlare solo di cose di cui abbiamo bisogno. Una citazione di Öcalan molto importante recita “Le informazioni e la conoscenza di cui non abbiamo bisogno sono come un veleno”. Questo veleno uccide la nostra consapevolezza, coscienza ed etica e disconnette la consapevolezza dalle emozioni. Ci sono miliardi di informazioni e conoscenze non necessarie. Molta ricerca sulla genetica di cui non abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di una conoscenza a favore della nostra società e del nostro essere viventì.
Cos’è dunque Jineolojy?
Jineolojy è la scienza di una Confederazione democratica, è una scienza di autodifesa, perché l’autodifesa nasce da dentro, non dalle armi.
Jineolojy è la scienza della società, ma disconnessa dalla scienza. È una scienza delle donne, scienza della natura, è una scienza che connette tutti questi aspetti. Jineolojy connette le donne, la natura, la società e tutti gli esseri viventi, liberi di vivere insieme. Ecco, è tutto questo.
Qual è il principio primo del Confederalismo democratico? Se Jineolojy è la scienza del Confederalismo democratico qual è il principio di questo? Sono 3 i principi su cui si basa:
Primo – democrazia radicale e diretta,
secondo – l’ecologia, non nel classico modo che si intende come difesa dell’acqua, dell’ambiente, ma un’ecologia sociale davvero connessa con le nostre vite. Un’ecologia che mette in equilibrio le nostre vite in maniera simbiotica.
terzo – liberazione di genere, liberazione della donna.
Questi sono i 3 principi generali su sui si basa la Confederazione democratica.
Forse vi interessa sapere come è nata Jineolojy e cosa facciamo.
C’è il terzo volume del libro di Öcalan – Sociologia della libertà – dove viene evidenziato che l’ideologia non è sufficiente per risolvere i nostri problemi, dobbiamo analizzare in maniera scientifica la nostra società e i nostri bisogni, dobbiamo connettere e avvicinare l’ideologia alla scienza e dobbiamo connettere insieme la scienza e la sociologia: la sociologia con i compiti, gli obiettivi rivoluzionari intendo. Perché è importante questa connessione fra gli obiettivi rivoluzionari e la sociologia? Perché una persona in rivolta  che vuole fare qualcosa per cambiare la società senza conoscerla, senza analizzarla non potrà mai essere una guida né cambiare nulla. Le persone che non conoscono la loro società sono sempre a rischio di essere tradite (o tradire), di essere sconnesse dalla società, di essere concentrate sull’individuo.
Quindi Jineolojy è una scienza che connette i compiti rivoluzionari con la sociologia.
Jineolojy è nata nel 2010 da 30 donne che si sono ritirate a discutere per tre anni sulle montagne del Kurdistan. Il primo libro introduttivo di queste discussioni è stato stampato in 4 lingue: curdo (due dialetti), turco, arabo e persiano. Il librino verde che abbiamo visto è una sorta di bigino, per la versione del libro completo in lingue europee ci stanno lavorando. Il libro completo presenta uno studio molto approfondito di come è nata questa discussione fra donne, perché serve Jineolojy, che campi vuole affrontare e quali sono i punti dell’azione. Nel 2015 c’è stata la prima conferenza su Jineolojy sulle montagne del Kurdistan, dopo abbiamo tenuto una conferenza di tre giorni all’università di Colonia; erano presenti almeno 250 donne provenienti da tutto il mondo. Dal 2016 come comitato europeo abbiamo cominciato a diffondere la conoscenza di Jineolojy. Nel comitato europeo siamo sette donne, 3 curde e 4 internazionali. Abbiamo sottocomitati dovunque: in Svezia, in Germania, in Italia, a Bilbao, nei Paesi Baschi, a Barcellona, a Madrid e in altri posti in Spagna. Abbiamo organizzato dei campi in Sud America, in Argentina. Abbiamo fatto 5 campi in Italia e la settimana scorsa c’è stato il campo dei campi, la riunione di tutti i 5 campi. Ci sono comitati in Italia sia nel Nord, a Genova, al centro, a Roma e nel Sud. Abbiamo un comitato in Inghilterra, uno in Belgio. C’è un centro di Jineolojy a Bruxelles, che abbiamo aperto nel 2017 . Abbiamo partecipato a molte conferenze, congressi, letture all’Università, con gruppi alternativi, gruppi femministi, molti spazi comuni di discussione sulla conoscenza della donna. Abbiamo fatto 3 campi in Germania, uno in Inghilterra, ora stiamo organizzando il secondo; a Novembre ce ne sarà uno in Belgio, il mese scorso a Barcellona c’erano 50 donne. Abbiamo avuto un campo internazionale a Bilbao con 75 donne. Un secondo campo internazionale a Colonia. Organizzeremo presto un campo in Scandinavia, in Svezia. Questo librino verde verrà tradotto in 14 lingue: 4 lingue medio-orientali, curdo, persiano, turco, arabo e in greco, portoghese, spagnolo, italiano, tedesco, inglese, fiammingo, francese, svedese e cinese. Abbiamo una facoltà di Jineolojy della durata di 4 anni ma abbiamo anche un corso di educazione di 2 anni oppure è possibile rimanere anche per tre, sei mesi, nel villaggio delle donne, in Rojawa, nel Nord della Siria. C’è un comitato in Bashur, la mia parte del Kurdistan, e abbiamo un comitato in Turchia.
jineolojiStampiamo un giornale, Jineolojy Journal ogni 3 mesi con circa 18 – 20 articoli scritti non solo da donne curde ma anche internazionali. Ogni uscita del giornale è su un tema specifico.
Il primo è ‘Perché Jineolojy?’, La natura delle donne, Gli uomini e la mascolinità, Sulla vita libera, Sulla crisi delle scienze sociali, Sulla crisi del Medio Oriente, La rivoluzione delle donne, Etica ed estetica, e l’ultimo sulla Demografia.  La bella notizia è che tra tre mesi stamperemo il primo numero in inglese. Se qualcuna vuole aiutare a tradurre in italiano è benvenuta, perché il giornale è per tutte. Farò un esempio del Mimbach (?) che è una zona liberata dal JPJ ed è una zona tribale, molto conservatrice e feudale. Ancora la gente ci chiede come è stato possibile in un anno fare programmi educativi per 14000 donne in questa regione. Jineolojy è parte ufficiale del programma educativo in Rojava, nel campo Makhmour in Iraq e in tutti gli spazi educativi all’interno del movimento. Uomini e donne.
Applausi

campeggia 2019

Domande: Cosa intendi per Confederalismo?
Ovviamente il termine confederalismo non è nuovo, per esempio la Svizzera è un sistema confederale, formato da vari cantoni ma il Confederalismo democratico è un’altra cosa, è l’opposto dello Stato. Organizzandosi dal basso verso l’alto, ognuno è organizzato. L’elemento più piccolo della Confederazione democratica è il comune, poi ci sono i comitati e questi fanno parte di un’assemblea. Le assemblee possono essere fatte in una strada del villaggio, in città, piccola o grande che sia, in un distretto, e i rappresentanti delle assemblee si riuniscono in congresso. Il Comune si occupa dei bisogni: se possono risolvere il problema o la domanda che si pone internamente non chiedono a nessun’altra struttura. Se non riescono a far fronte ai bisogni che hanno si rivolgono alle assemblee, chiedendo aiuto su come poter soddisfare il bisogno. L’assemblea formulrà delle proposte ma il Comune ha il potere decisionale, (decisione finale dal basso). Il Comune organizza i propri abitanti in un cerchio, non in modo verticale. Questa è la principale differenza tra lo Stato e il Confederalismo democratico. Immaginiamo che in un dato villaggio ci sia il bisogno della cura della salute, dell’educazione e dell’autodifesa. Allora organizziamo un comune per ogni bisogno: un comune per la salute, uno per l’educazione, uno per la difesa. Questi comuni lavorano in sinergia fra loro. La maniera per prendere le decisioni è attraverso il consenso e non il voto. (brusio) In ogni comune, ogni comunità, ogni assemblea… a tutti i livelli diciamo ci sono un uomo e una donna, di pari grado, che coordinano il lavoro del congresso, dell’assemblea.
Domanda: Sono dei facilitatori? E chi li elegge?
Se io voglio essere un presidente di assemblea, per esempio, la misura per la mia candidatura è il mio lavoro. Devo lavorare. Essere una persona collettiva ma non mi posso candidare, non è etico. Si discute insieme, si cerca il consenso e se non c’è quella persona non viene eletta.
Domanda: Qual è la differenza fra voto e consenso.
Consenso – la misura, il metro di valutazione per raggiungere una decisione è l’utilità per la collettività. Quando mi trovo a non essere d’accordo su una decisione che apparentemente ha consenso nella comunità devo chiedermi se la mia posizione è personale/individuale o è per la comunità.
Domanda: Non riesco a credere che in così breve tempo si sia risolto il conflitto tra donne e uomini, perché la vedo dura che un uomo rinunci al suo potere, ai suoi privilegi.
Certo, anche Öcalan dice “ Non credere, combatti”. Chiaramente non sto dicendo che tutto è bianco o nero, o un paradiso. Per combattere una rivoluzione non puoi essere da sola, in qualsiasi momento potresti essere messa a terra da un uomo ma per le donne in Rojava combattere è collettivo.
Ma vorrei darvi un esempio a proposito del sistema giuridico in Rojava all’inizio. Nel 2013 stavo lavorando come presentatrice in un programma televisivo. In quel momento ci fu un crimine in cui un uomo uccise la moglie. L’uomo fu messo in carcere e all’inizio l’uomo pensava che la rivoluzione delle donne non sarebbe durata dieci anni. Per la Costituzione della Siria dopo sei mesi, massimo un anno l’uomo sarebbe stato liberato, una sorta di amnistia. Il marito sarebbe stato libero, diceva che uccidendo la moglie aveva pulito il suo onore, aveva la coscienza pulita, aveva fatto quello che doveva fare. Ma in quel periodo stavamo discutendo di come riformare il sistema giuridico. Il giorno successivo stavamo facendo una trasmissione su questo tema e facemmo un live: l’uomo è stato portato nel suo quartiere e lì erano presenti il comitato di Jineolojy, la famiglia e tutte le compagne della donna uccisa. È iniziato un processo durato più di 7 ore. Quest’uomo che diceva che se ne fregava di aver ucciso la donna, suscitava molta tristezza perché le donne che intervenivano analizzavano il carattere dell’uomo, la sua personalità e il sistema, rilevando come non si erano presi responsabilità l’uno dell’altra, tutte cose che han fatto sì che lui uccidesse la donna. Venne messo in risalto come nella storia il patriarcato ha modellato la forma della personalità dell’uomo e.tutto questo analizzato e visto in diretta live. Dopo, nessun uomo ha avuto più il coraggio di fare esternazioni del genere.
C’è ancora violenza, certo, ma questa violenza non è trattata individualmente ma discussa collettivamente e risolta collettivamente con l’educazione. Un uomo come questo dovrebbe partecipare al programma di educazione nel vicinato e dovrebbero farlo anche le donne,  perché dobbiamo smettere di considerare la violenza come un fatto personale. Bisogna smettere di vittimizzare la donna perché così le si fa violenza due volte. La vittima dovrebbe poter prendere una posizione per salvaguardarsi, per proteggersi. Adesso gli uomini non possono maltrattare una donna perché ora ha dei punti di riferimento, varie organizzazioni, una collettività di donne e può anche andarsene da un marito violento. Ora può avere il coraggio di andarsene. Tutti gli uomini che si trovano davanti donne con questo genere di posizione stanno anche loro trovando il coraggio di cambiare. Dopo la sconfitta che le donne curde hanno dato a Daesh, l’Isis, nessun uomo può pensare di averle come schiave.
Domanda: Mi allaccio a questa cosa per due motivi. Uno per ciò che avviene tra le donne curde ma anche perché le femministe italiane hanno elaborato tutto ciò che ha detto  Öcalan, almeno agli inizi, compreso le pratiche come l’autocoscienza, il separatismo, l’autorganizzazione, le comunità insieme, elaborare un’economia diversa. Io ho vissuto quegli anni in cui le donne erano molto unite, ma non c’era nessun uomo che perorava questo tipo di analisi e pratiche. Allora mi chiedo se qualcosa di questo non sia passato agli uomini come Öcalan, non so, mi chiedo dove Öcalan abbia preso queste idee.
Un giornalista turco chiese a Öcalan: quando parli della visione politica, la tua prospettiva rivoluzionaria, tu vai sempre alla tua infanzia, alla tua famiglia, come è possibile che a 10 anni tu avessi una visione del genere, sapere cosa è giusto, cosa sbagliato, cosa rilevante e cosa no. E lui rispose: “Perché sentivo che qualcosa era sbagliato”. La differenza tra il nostro e il suo sentire? Lui ha portato questo sentire nella struttura politica attraverso l’analisi ideologica, e in una forma organizzata che mette al centro l’essere umano. Erano in pochi all’inizio, ma ci credettero da subito. Dicevano: “Avremo successo perché lavoriamo con esseri umani. Soldi e armi sono un gran problema perché l’uomo è la cosa più importante. Quindi Öcalan lavora con gli esseri umani, uomini e donne.
Domanda su Mary Daly, autrice del libro Al di là di dio padre.
Ho letto dei libri. Mary Daly descrive la donne come la prima colonia e Öcalan la cita. Vedere le donne come prima terra colonizzata è il punto di partenza per cercare la verità, e per comprendere dove è nata questa disconnessione all’interno della società. Per Öcalan questo lavorare accanto alle donne e per le donne non è questione di femminismo, ma un riconoscimento alla società matriarcale. Se pensiamo al femminismo nelle sue tre ondate che conosciamo stiamo comunque parlando degli ultimi 200 anni. La società matriarcali hanno una storia ben più lunga. Dice: “Ho visto mia madre come l’ultima dea della nostra società”. Per Öcalan è più importante la cultura della dea, la società matriarcale rispetto al femminismo che è più recente. Il femminismo è una continuità della rivolta verso questo sistema. Un segno che la società matriarcale non può essere oppressa, e il femminismo è in continuità. Un’altra cosa sul libro di Öcalan a proposito del femminismo è che riempie il gap nella società fin dal XVI secolo con la caccia alle streghe, una caccia silenziosa, atto supremo di oppressione che dovremmo davvero riconnettere all’oggi. La profonda mancanza del femminismo è non aver capito l’importanza del capitalismo, né l’effetto di questo sulla società.
Domanda: Öcalan sembra quasi un dio, ma ci sono donne che hanno detto scritto cose importanti? E qual è stato il loro percorso?
Öcalan non amministra il gruppo perché è da vent’anni in prigione. Ma ha un grande impatto sul movimento perché si è espresso filosoficamente e ideologicamente e ha dedicato tutta la sua vita al movimento. Il nostro problema come movimento curdo è creare una dialettica temporale con lui. Lui pensa qualcosa e nella società viene recepita dieci anni dopo. Per esempio già nel ’92 Öcalan diceva che bisognava creare una scienza ma nessuno gli diede ascolto.
Lui ha educato almeno 10000 militanti dicendo loro: “Non sono io il capo ma tu, ovunque vada”. E a proposito di donne nel 1991 il governo turco proibì una festività il “neurotz”, che per noi è una festività di liberazione, fuochi, danze, celebrazioni, è anche una festa politicizzata, ma dato che la Turchia aveva proibito questa festa una militante si è data fuoco dicendo: “Io celebrerò il neurotz col mio corpo”. Il messaggio è arrivato al governo turco e al popolo, che si è sollevato. A un’altra martire, in Bashur, circondata dai Peshmerga viene proposta la resa per avere salva la vita, ma lei si getta da un dirupo pur di non arrendersi a forze aggressive e conservatrici. Lei è diventata il simbolo della lotta contro l’aggressione, il suo nome è stato dato a moltissime bambine nate in quel periodo. Sakine (la combattente uccisa in Francia), ho visto il suo libro in italiano, ha scritto un diario in tre volumi e per noi è una leader. Quando è stata assassinata Öcalan disse “La via di Sakine è la via della lotta”, lui la indica come esempio.
Si, ma da noi, interviene Luisa, gli uomini si rieducano solo se lo vogliono loro. Un’altra interviene ricordando le numerose donne italiane immolate in paesini siciliani, donne di cui non si sa nulla. Cosa potremmo fare? Un’altra chiede degli uomini e del rapporto coi bambini.
Le donne che fanno parte del villaggio sono di 4-5 tipi, c’è un contratto sociale (su come si vive lì) che conferma che queste donne possono vivere al villaggio: vedove di martiri, perché fuori di lì non troverebbero lavoro, ci sono i bambini. Ma lì possono partecipare, lavorare nel villaggio e prendersi cura collettivamente dei figli del villaggio. Ci sono donne che hanno subito violenza. Altre che non vogliono sposarsi e vengono al villaggio a vivere in uno spazio di donne. E poi ci sono le donne che vogliono fare ricerca, approfondire, studiare. Ma tutto il lavoro al villaggio viene svolto insieme… (dunque in questo caso non ci sono problemi di uomini che reclamano i figli perché o sono morti o sono violenti, Ndt).
Domanda: La Jineolojy è per adulti, immagino, mi chiedo come vede l’educazione di bambine e soprattutto di bambini.

Non è soltanto la facoltà di Jineolojy che si occupa di creare una nuova  pedagogia ma c’è anche un comitato in Europa e uno in Kurdistan che lavorano proprio per la pedagogia e Jinelojy è parte del programma . La materia scolastica Jineolojy viene diffusa in tutti i programmi di studio nelle scuole. Dobbiamo tener conto dell’educazione dei bambini per cambiare il futuro.

Per il villaggio delle donne:
https://www.facebook.com/jinwarwomensvillage/
Womensvillage.jinwar@gmail.com

Necibe

Corso di Qi Gong Sciamanico ad Armonie

Le relazioni tra donne danno sempre buoni risultati, a volte anche magici, come il corso dell’Ass. La Porta che si terrà nelle date

12 e 26 ottobre23 e 30 novembre e 14 dicembre 2019,

h 9,30 – 13, presso l’Ass. Armonie

via Emilia Levante 138 40139 Bologna 

immagine  Qi Gong sciamanico armonie.jpg

Il Qi Gong sciamanico o alchimia interna è un’antica pratica energetica e spirituale di origine matriarcale con cui si ottenevano dei “cambiamenti” interiori che agivano a più livelli energetici e avevano come scopo l’aumento dell’energia vitale, il mantenimento della salute e l’acquisizione di certi “poteri”, come la trasformazioni in altri esseri, l’ubiquità, la possibilità di fare viaggi fuori dal corpo o l’immortalità.

Ciò che adesso noi definiremmo come “spirituale” o “energetico”, all’epoca era considerato semplicemente LING, magico, straordinario, fuori dalla norma, divino, e molte volte queste figure dai poteri LING potevano passare anche al rango di immortali e occupare il pantheon delle divinità, quindi diventare un culto religioso.
La scuola di Qi Gong da cui deriva la pratica di questi incontri viene chiamata LING BAO MING, “la luce del gioiello magico”, dove per gioiello si intende il cuore, quindi si potrebbe anche tradurre come “l’intelligenza del cuore”.

Il corso si articolerà in due incontri al mese, la mattina del sabato per tre mesi, a partire dal 12 Ottobre, che possono considerarsi un’iniziazione all’Alchimia Interna, NEI DAN. Ci sarà una parte di teoria e una di pratica. Saranno incontri tematici dedicati ognuno a un elemento secondo l’antica tradizione energetica cinese e vedremo che proprietà alchemiche ha ciascun elemento e le relazioni che si creano tra di loro. Cominceremo con il Metallo, a seguire Acqua, Legno, Fuoco e Terra.

Per informazioni e iscrizioni:

laportawomen@gmail.com o ana@anacuenca.it o chiama il 3402503492

Percorsi di liberazione: La Gang verde

Mi sono imbattuta in questo articolo e ho pensato di tradurlo, correlandolo di alcune informazioni tratte da Le società matriarcali. Storia delle culture indigene del mondo di H. Goettner-Abendroth, per far capire meglio le condizioni in cui questi percorsi nascono e alcune dinamiche inevitabili nel recupero di una coscienza libera.
Grazie a Gianna Curti Clech che lo ha postato su FB.

La Gang verde

In India, migliaia di donne di casta inferiore si sono raggruppate in bande per diventare vigilantes. Stanno facendo quello che né i tribunali né la polizia riesce a fare: considerare gli uomini colpevoli.

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Nell’estate del 2008, in un piccolo e polveroso villaggio dell’India settentrionale, Priyanshi Rajput sposò l’uomo scelto da sua madre. Indossava un sari di seta rossa e pesanti gioielli d’oro, al collo una ghirlanda di calendule appena colte. Ha tenuto gli occhi bassi per tutta la durata della cerimonia, come ci si aspetta da una sposa. Il suo futuro marito, Arvind Kumar, le sedeva a fianco, e non sorrideva sotto i baffi sottili. Sua madre lo aveva scelto perché loro appartenevano a una povera famiglia di agricoltori e lui aveva un lavoro statale stabile. Forse lui aveva scelto Rajput per la sua bellezza, con quegli occhi grandi e i lunghi capelli con la riga sempre da un lato. Quando la cerimonia finì, tra i flash delle macchine fotografiche e il battito dei tamburi, Rajput provò un miscuglio di emozioni. Quella notte avrebbe detto addio ai suoi genitori per trasferirsi nella casa dei suoceri appena acquisiti.
I problemi sorsero alcuni mesi dopo, secondo quanto dice Rajput. I suoceri le dissero che la dote pagata dai suoi genitori era troppo bassa, anche se in precedenza si erano mostrati d’accordo sull’ammontare, e domandarono un’auto più 200.000 rupie, a quel tempo quasi 4.500 dollari. I genitori di Rajput temevano che se non avessero pagato, i suoceri della figlia si sarebbero vendicati. La madre di Rajput ipotecò la fattoria e mise in vendita piccole merci, come arachidi, riso e farina bianca. Quando chiesero ancora di più e sua madre non fu in grado di pagare, Rajput sostiene che i suoceri iniziarono a picchiarla lasciandole dei lividi sul corpo e gli uomini della famiglia tentarono degli approcci indesiderati.
Poi nell’agosto del 2009, dopo mesi di abusi sempre crescenti, i suoceri le versarono addosso del cherosene per lanciare un inequivocabile messaggio alla sua famiglia: se non avessero pagato la nuova dote le avrebbero dato fuoco. Dopo quest’episodio, da quel che sostiene Rajput, la sua famiglia chiamò la polizia a cui dovette pagare una tangente, ma che fece molto poco per aiutarli. Quando lo scoprirono, i suoceri la cacciarono e lei ritornò al villaggio dei genitori. La sua famiglia viveva in una piccola casa di mattoni con gli interni decorati da giornali tagliati a mo’ di merletto. Fuori, mucche e capre pascolavano pigramente. Era un bel posto, ma Rajput sapeva che se fosse rimasta lì senza suo marito, la gente avrebbe iniziato a parlare. Il divorzio non era un’opzione nel suo villaggio – una donna senza marito era come se fosse morta. Doveva trovare il modo di convincere i suoceri a smettere di picchiarla e suo marito a riprenderla con sé.
Sebbene fosse inusuale per le donne povere intentare causa contro i mariti, Rajput decise di portare il suo in tribunale, con l’accusa di violenza domestica, molestie e violazione della legge sulla dote. (Kumar rigettò ogni accusa, sostenendo che fosse Rajput a far nascere i problemi). Rajput sperava che il tribunale obbligasse i suoceri a permetterle di tornare a casa senza correre rischi, ma dopo sei anni il suo caso si trascinava ancora, come di solito succedeva in un sistema arretrato. La corte consigliò a Rajput di ritornare nella casa dei suoceri prima che il caso fosse risolto, ma quando lo fece la picchiarono così forte che dovette andare in ospedale. Quando Rajput seppe che suo marito era stato visto con un’altra donna, la sua umiliazione fu totale.
Durante un’udienza del 2015, Rajput prese da parte un funzionario e gli disse che lei non aveva mai avuto giustizia. Erano trascorsi anni di udienze e di intermediari incaricati dal tribunale di trovare una soluzione, ma nulla era cambiato. “Non troverai aiuto qui”, ricorda che rispose il funzionario. “Devi chiamare la Gang verde.” La Gang verde. Era una frase strana, spaventosa. Rajput non aveva mai sentito parlare della banda prima. Quando iniziò a chiedere notizie nei villaggi locali, le informazioni sembravano troppo fantastiche per essere reali. Era una gang di centinaia – no, di migliaia – di donne, quasi tutte povere e appartenenti alla casta inferiore. Si diceva che affrontassero chiunque osasse colpire una donna, inclusi suoceri violenti, mariti donnaioli, abusatori domestici, arraffatori di terre, contrabbandieri, molestatori e stupratori. A volte, ficcavano un po’ di sale in zucca agli aggressori, altre li spaventavano fino a che venivano a patti. La banda era guidata da una donna che si chiamava Angoori Dahariya, che viveva non lontano da Rajput, in una città chiamata Tirwa.[1]
Poche settimane dopo, Rajput si ritrovò da sola in una strada tranquilla mentre fissava una casa di mattoni a due piani, dipinta di un acceso color verde. Sul davanti uno stendardo mostrava delle donna in sari dello stesso colore, alcune con un bastone in mano o con i pugni alzati in segno di sfida. Il figlio di Dahariya aprì la porta – Dahariya non c’era – e Rajput, elettrizzata da quello che aveva sentito sulle donne, si unì seduta stante alla banda. Quando Dahariya chiamò un paio di giorni dopo, Rajput le raccontò delle botte e del tradimento del marito e Dahariya le disse che poteva fare qualcosa. Nonostante fosse dalit – termine che tradotto significa “gente spezzata” e indica persone considerate di estrazione bassissima, al di sotto delle quattro caste più importanti – Dahariya parlò con più sicurezza di qualsiasi donna che Rajput avesse mai incontrato. Diversi giorni più tardi, Dahariya la richiamò dicendo che stava mandando delle affiliate nel complesso abitativo dove si trovava Kumar insieme all’altra donna. Disse che Rajput doveva raggiungerle.

Priyanshi Rajput, who says her husband cheated on her and her in-laws abused her, sought the help of the Green Gang.

Priyanshi Rajput, suo marito la tradiva ed era oggetto dei soprusi dei suoceri. Per questo ha chiesto aiuto alla Gang verde

Era ancora giorno quando il gruppo delle donne vestite di verde si mise in marcia verso l’edificio. Avevano delle lunghe canne di bambù, cave ma in grado di causare dolore. All’interno le donne trovarono Kumar e l’altra donna che dormivano insieme nello stesso letto. In flagrante, pensò Rajput. Lei e le altre componenti della banda iniziarono a far oscillare i bastoni. Colpirono e maledirono la coppia fino a che Kumar corse via. (Kumar nega di essere stato picchiato o di essere scappato, e disse che la Gang verde “creò un mucchio di confusione”) Più tardi Dahariya lo chiamò al telefono. A voce alta e con tono rabbioso gli disse che quello che lui e la sua famiglia stavano facendo era sbagliato e che doveva trattare Rajput con rispetto. Gli chiese di riprendere sua moglie nella casa dei suoi genitori altrimenti doveva temere la collera della banda. Promise di farlo. Ma come succedeva in molti dei casi della Gang verde, non sarebbe stato così semplice.
La Banda verde era nata per una vendetta. Non è una cosa che ci si sarebbe aspettata da Angoori Dahariya, che in precedenza era stata mansueta per la maggior parte della sua vita e del suo matrimonio. Era cresciuta in un minuscolo villaggio a due ore a sud di Tirwa, così piccolo da non comparire su nessuna mappa. Sia il suo villaggio che Tirwa si trovano nel cuore dell’Uttar Pradesh, il più popoloso stato settentrionale dell’India, famoso per essere uno stato senza legge. Il padre di Dahariya era un contadino che lavorava sulla terra di altri, coltivando senape, patate e riso. Il ricordo più longevo della sua infanzia era di lei che guardava sua sorella maggiore mentre macinava il grano prima dell’alba. Quello e l’essere affamata. Con sette fratelli non arrivava mai abbastanza cibo. Il resto è sbiadito. Dahariya si sposò a 16 anni. Desiderava questa unione perché voleva dire vestiti nuovi e un po’ di pasti decenti.
Suo marito, Sewa Lal, ricorda che sua moglie “aveva paura di tutto”. Dahariya era tarchiata, con occhi infossati che la facevano sembrare sempre in preda all’ansia. La sua vita fino a quel punto era stata segnata dalla difficoltà e passava i suoi giorni in casa facendo i lavori domestici. “Ero come qualsiasi altra donna normale,” diceva Dahariya, parlando in quel modo crudo come faceva spesso. Lal non poteva offrirle una vita molto più facile di quella che gli aveva dato suo padre. Vendeva rottami in cambio di cose da poco come sale e dolci di zucchero di cocco.
Ebbe il loro primo figlio a 18 anni. La seconda morì di febbre alta quando ne aveva 2. Quando Dahariya aveva raccolto abbastanza denaro per portare sua figlia dal dottore, era troppo tardi. Subito dopo la morte della bambina, Dahariya iniziò a vendere scatole in modo da poter provvedere meglio ai suoi bambini. Al mercato locale comprò del cartone a poco prezzo e lo risistemò in modo che potesse racchiudere dolci, scarpe e bracciali. Faceva scatole a un ritmo ossessivo, dal sorgere del sole al tramonto, talvolta tagliandosi le mani con le forbici mentre lavorava. Le vendeva per 25 paise, meno di un penny.
Dopo quattro anni di lavoro e la nascita del loro terzo bambino, Dahariya e suo marito misero da parte abbastanza denaro per trasferirsi a Tirwa e comprare un piccolo pezzo di terra di circa 75 mq. Sperava che i suoi bambini avrebbero avuto un’istruzione decente in quella vivace cittadina agricola. Pagavano per la terra delle rate mensili di 1400 rupie, circa 30 dollari. Dopo parecchi anni costruirono una capanna di paglia, pietre e canne di bambù. Dahariya in aggiunta seminò con patate, chili e papaya un piccolo orto dove ai bambini piaceva giocare. Erano contenti sebbene Dahariya fosse ancora preoccupata. Sapeva che erano l’unica famiglia dalit a possedere della terra in quella zona e questo li rendeva vulnerabili.
Poi nel 1999, a sette anni dal loro arrivo, le paure di Dahariya si avverarono. Il padrone della terra disse loro che doveva sfrattarli a causa delle pressioni delle famiglie di casta superiore. Dahariya si rifiutò di andarsene. Così il proprietario tornò con quasi una dozzina di uomini. Dahariya era a casa coi suoi due bambini quando, dice, gli uomini entrarono con la forza e iniziarono a picchiare lei e i ragazzi, buttando fuori le loro cose. Sebbene non avesse mai lottato contro chicchessia, afferrò la canna di bambù che tenevano in casa per tenere a bada gli animali domestici, e iniziò a restituire i colpi. Poi, racconta, “il proprietario mi prese per i capelli e mi getto contro il muro, aprendomi la testa in due. Il sangue iniziò a fuoriuscirmi dalla testa.” Mandò il figlio più grande a cercare aiuto. Il più piccolo, Dharvind, che aveva 12 anni, lo avevano picchiato fino a fargli perdere i sensi. Dahariya e Dharvind furono buttati fuori fra le loro cose sparse lì intorno. Non sarebbero stati mai più in grado di tornare.
La famiglia dormì al lato della strada per due notti senza nulla da mangiare fino a quando il marito di Dahariya riuscì a trovare un posto in affitto a breve termine in un’altra area della città. Dahariya singhiozzò per giorni. Avevano lavorato così tanto per costruire la loro casa e avevano passato anni a finire di pagare la terra. Come avrebbero potuto recuperare il denaro? Andò dai politici locali e dalla polizia, ma disse che tutti la mandarono via. I suoi vecchi vicini la deridevano chiamandola goonda, teppista, perché aveva risposto all’attacco. Ma a Dahariya non importava. Qualcosa era cambiato nel momento in cui gli uomini le erano corsi dietro. Non sarebbe stata mai più dimessa. Non dopo che avevano picchiato i suoi figli. Non dopo che la sua famiglia era stata costretta a vivere sulla strada. “I miei bambini soffrivano,” disse, “e questo mi fece infuriare.” Fu nel mezzo della rabbia che Dahariya ebbe un’idea: sarebbe stata come Phoolan Devi.
Devi era nata povera e di casta inferiore nel 1963, in un villaggio non lontano da quello Dahariya. Aveva 11 anni quando venne sposata a un uomo che aveva tre volte la sua età in cambio di una mucca. Secondo quando racconta Devi nella sua autobiografia intitolata Io, Phoolan Devi, suo marito iniziò a stuprarla subito dopo il matrimonio. Dopo molti avvenimenti di questo tipo gli morse una mano e fuggì. Ma quando ritornò al villaggio natale, scoprì di essere diventata una paria. “Senza un marito, potevo benissimo essere un cadavere che galleggia nel fiume,” scrisse. La vita di Devi cambiò quando entrò in un gruppo di banditi. Al tempo era normale per dei banditi girovagare per la regione. Si nascondevano nelle vicinanze della Chambal Valley, un posto pieno di anfratti rocciosi e fitte foreste. Alcuni erano criminali incalliti, altri dei personaggi alla Robin Hood che rubavano alle caste elevate per dare ai poveri. Col tempo Devi scalò i ranghi fino a diventare la leader della banda e, durante gli inizi degli anni ’80, prese di mira gli uomini di alta casta. In un’occasione scovò uno stupratore, gli tagliò il pene, glielo appese al collo e lo fece sfilare per la città. Diventò famosa come la “Regina dei banditi” e per anni la polizia la inseguì nei suoi spostamenti, mentre le donne povere andavano a farle visita come fosse una salvatrice. In seguito divennero anche loro vigilantes o bandite. Per il 2003 delle trenta e più bande attive della Chambal Valley quasi la metà erano guidate da donne.
Alla fine, Devi si arrese alla polizia nel 1983, deponendo i suoi fucili davanti a un ritratto di Durga, la dea della distruzione. Passò 11 anni in prigione dove le fu asportato l’utero. Un medico della prigione spiegò a un giornalista: “Non vogliamo che metta al mondo delle altre Phoolan Devi.” Dopo il suo rilascio conquistò un seggio in parlamento, una grande vittoria per le caste più basse. Devi raggiunse questa posizione l’anno in cui Dahariya fu sfrattata. Fu assassinata fuori dalla sua casetta parlamentare nel 2001, all’età di 37 anni. Dahariya crebbe sentendo parlare di lei e ne rimase affascinata.
Iniziò a portare un coltello sotto il sari. Pianificò di sgattaiolare via un mattino presto per raggiungere la Chambal Valley, dove vivevano ancora i banditi sopravvissuti. “Mi vendicherò del mio proprietario e ucciderò tutta la sua famiglia,” pensava Dahariya. “Ha fatto dei miei figli dei senzatetto. E io li ucciderò tutti.” Ma per diventare una bandita avrebbe dovuto abbandonare la famiglia e lasciarsi alle spalle la sua vita. La preoccupava quel che sarebbe successo ai suoi bambini. Un anziano vicino, un dottore che l’aveva aiutata dopo lo sfratto, le consigliò invece di formare un gruppo che potesse aiutarla a reclamare diritti per le donne. Il dottore era generoso ed era famoso perché dava medicine gratuite a chiunque ne avesse bisogno. Ma Dahariya era convinta che una risposta pacifica non avrebbe cambiato nulla.
Per quasi dieci anni, Dahariya si chiese cosa fare. Lavorò per i politici del posto, studiando come parlava e si comportava il potere. Alle fine, nel 2009, con ancora il forte ricordo della violenza dello sfratto, seppe di essere pronta. Decise di formare una sua propria banda di donne che avrebbero affrontato gli uomini che non si fossero comportati bene con loro. Avrebbero impugnato dei bastoni e non sarebbero indietreggiate. Il suo obiettivo era facile: evitare che quel che era successo a lei succedesse a qualcun’altra.
All’inizio non è stato facile per Dahariya reclutare altre donne. Si recò senza avvisare di villaggio in villaggio, di casa in casa, raccontando la storia del suo sfratto. Centinaia di villaggi circondano Tirwa, luoghi in cui le donne si coprono il volto e non escono la sera. Anche se gli uomini la compativano, si rifiutavano di lasciare andare le figlie, le sorelle, le mogli. Quel che succede in casa, in casa deve restare, come dice un famoso proverbio hindi.
Così Dahariya chiese aiuto alle donne che già conosceva. Una vecchia vicina di casa, una donna di casta inferiore che si chiamava Ram Kali, aveva visto Dahariya scappare piangendo dalla sua casa dopo lo sfratto. “Se può succedere a te, può succedere anche a me”, disse e acconsentì a unirsi alla banda. Un’altra aderì perché suo marito la picchiava ogni volta che si ubriacava, e Dahariya era intervenuta. Presto ebbe quasi una dozzina di donne.
Nell’agosto del 2010, durante una delle settimane più calde dell’anno, la periferia di Tirwa rimase senza corrente. Nell’Uttar Pradesh non si poteva far affidamento sull’elettricità, ma questa interruzione durava più a lungo del solito. Per giorni alcuni negozianti non poterono svolgere il loro lavoro e c’era pochissima acqua per cucinare e per bere. Intere parti della città si erano letteralmente arenate. E per mesi un giovane ingegnere si era inventato una truffa emettendo bollette salate. In un giorno rovente, con la corrente ancora mancante, la rabbia si riversò nelle strade. Dozzine di persone erano uscite per protestare , bloccando la strada che portava al dipartimento dell’energia e incendiando le effigi del ministro dell’elettricità. Meno di un’ora dopo l’inizio della manifestazione, arrivò Dahariya.
Lei e la sua esigua banda irruppero nel centro della città, vestite nel colore preferito di Dahariya: il verde. “Lunga vita ad Angoori Dahariya!”, urlava Ram Kali mentre faceva oscillare in aria la sua canna. “Lunga vita ad Angoori Dahariya!” I contestatori si unirono allo slogan, anche se la gran parte di loro non sapeva chi fosse Dahariya. Incitata dalle loro grida, Dahariya trovò per la strada il giovane ingegnere e gli piazzò un bindi, segno tipico dalle donne, sulla fronte. Poi disse a Ram Kali di portarle una sottoveste e la infilò a forza intorno alla vita dell’ingegnere. Tolse a Ram Kali i suoi bracciali rossi da sposa e li strinse ai polsi di un secondo funzionario. I due uomini furono costretti a rimanere seduti per ore mentre la gente gli scorreva davanti e applaudiva.
La polizia arrestò mezza dozzina di persone quel giorno e tra loro c’erano anche Dahariya e Ram Kali, accusate di aver “sollevato un putiferio per strada”. Ma a Dahariya non importava perché aveva ottenuto quel che voleva. Nel giro di 24 ore ritornò la corrente, il giovane ingegnere fu assegnato a un altro distretto, le bollette tornarono normali e, cosa più importante, gli abitanti di Tirwa adesso conoscevano lei e la sua banda.
Dopo questo avvenimento, Dahariya si recò ancora una volta nei villaggi vicini – a piedi, in autobus, in treno – e di nuovo raccontò la storia del suo sfratto, chiedendo alle donne di entrare a far parte della banda. Questa volta vide che gli uomini avevano voglia di ascoltare e che le donne, con i bambini sui fianchi, volevano raccontarle le loro storie – di violenza domestica, di richieste continue di dote, di botte ricevute dai suoceri, di abbandono da parte dei mariti, di molestie e stupro. In tante sussurrarono inquiete le loro storie, non avendole mai condivise a voce alta. Dahariya ascoltava e poi disse loro che le poteva aiutare solo se si univano alla banda.

Angoori Dahariya with two local Green Gang leaders

Angoori Dahariya con due cape locali della Gang green Green Gang leaders

Dato che la Gang verde aumentava, Dahariya sviluppò un metodo. Quando veniva a conoscenza di un problema, lei e molte altre donne si recavano a investigare, interrogando il presunto colpevole, la vittima e chiunque fosse disposto a parlare. Poi – a volte dopo una sola visita, a volte dopo molte – la banda decideva di chi fosse la colpa, dicendo a questa persona di smetterla con il suo comportamento, altrimenti avrebbe affrontato conseguenze più pesanti.
In uno dei primi casi, parecchie attiviste della Gang verde invasero una casa dove si produceva del liquore – che i mariti bevevano esageratamente, arrivando a comportamenti violenti – e bastonarono i distillatori abusivi fino a che non giurarono di fermare la produzione. Quando un gruppo di uomini potenti ricoprì di gasolio il volto di una donna per, così sostennero, permettere a una ragazza di fuggire, le donne della banda andarono alla stazione di polizia con i loro bambù e si rifiutarono di andarsene se prima gli uomini non venivano arrestati.
Quando Dahatiya seppe che il marito di una povera donna era morto mentre era sotto la custodia della polizia, lei e una dozzina di compagne incendiarono la stazione delle guardie. Un politico locale in seguito venne a scusarsi con la vedova e la Gang verde era lì per accoglierlo.
Le donne avevano portato una valigia di scarpe e minacciavano di allacciargliele al collo se non avesse risarcito la vedova della perdita. Lui le diede 75.000 rupie, più di 1500 dollari. (Il politico che sarebbe poi diventato capo dei ministri dell’Uttar Pradesh, in seguito ridimensionò l’incidente affermando: “I poveri a volte fanno queste cose.”)
Poiché le storie sugli exploit della Gang verde si diffondevano, vi si univano sempre più donne. La maggior parte erano di casta inferiore, non erano andate a scuola e non sapevano leggere. Molte avevano sentito della banda da altre che si erano affiliate. Una donna da un villaggio aveva camminato per miglia e miglia attraverso campi di riso e di patate per informare una donna di un altro villaggio vicino e così via. Quando una donna dalit di un villaggio dei dintorni chiamò Dahariya per dirle che una famiglia più potente della sua le aveva rubato la terra, lei le consigliò di cacciarla via con i bastoni. Circa altre 30 abitanti del villaggio appartenenti alla casta inferiore si unirono alla donna sul campo e alla fine la terra fu restituita. Dopo di che tutte e trenta le donne entrarono a far parte della Gang verde.
Queste donne si affiliavano nonostante la tassa associativa fosse di 150 rupie, ovvero 3 dollari, denaro che veniva speso per lo più per far fronte alle spese dei viaggi per andare a investigare sui casi. Dahariya usò anche parte del denaro per affittare un ufficio nel centro della città, un negozio appartato dove incontrava gli uomini e le donne per discutere le loro richieste. All’interno aveva appeso degli striscioni con le immagini delle affiliate in uniforme, e ognuna guardava dritto nella fotocamera. Teneva un raccoglitore coi ritagli di giornale che parlavano delle loro imprese e degli altri gruppi femminili di vigilantes.
Quando la banda divenne più incisiva, il comportamento di Dahariya iniziò a cambiare. Prese a parlare con più forza, in una stanza la sua era la voce più alta. Scherzava volentieri con le compagne, ma le puniva se la deludevano, a volte urlava e le chiamava madarchod, “pezzo di merda”, se non rispondevano al telefono quando chiamava o non partecipavano agli incontri che teneva ogni mese per discutere le rimostranze. Ascoltava chiunque le chiedesse aiuto ma dava la precedenza a quelle che riteneva leader locali, che indossavano un sari verde bordato di arancione a indicare che il loro stato era più elevato. Per quanto la riguardava, aveva barattato i suoi vecchi sari di cotone verde per dei sari di seta verde e oro, che portava con gioielli massicci e con una borsina finta di Gucci. Quando girava per Tirwa, spesso camminava a piedi, incurante delle strade piene di pietre.
Alcuni uomini in città temevano Dahariya e la Gang verde, altri le ignoravano o le insultavano. Ma nessuna delle donne – e di sicuro non Dahariya – si preoccupava di quel che pensavano. “All’inizio ero titubante quando parlavo ai membri maschi che vivevano nelle vicinanze,” diceva. “Oggi posso parlare e picchiare tutti.”
Dahariya comandava anche a casa, cosa inusuale per le donne dell’Uttar Pradesh rurale. Era una casa che condivideva adesso con altre dieci persone: suo marito, i suo figli e figlie e i loro consorti, e i nipoti. Le rare volte che stava in casa, il telefono suonava ogni cinque minuti: una nuova donna che chiamava per una rimostranza, un membro della Gang verde che chiedeva un consiglio su come gestire un problema, un poliziotto o un avvocato del tribunale che la richiamavano per un caso. “Sono Dahariya,” rispondeva, la sua voce era alta. Poi diceva alla persona cosa fare.
Agli inizi del 2015 Sangita Singh stave piangendo mentre camminava per la strada. Una donna più anziana in sari verde, che stava passando per caso, la fermò per offrirle dell’acqua e chiederle cosa non andava. Singh disse che i suoi suoceri la picchiavano regolarmente. Il problema era iniziato subito dopo il matrimonio, quando fu colpita dalla vitiligine, in hindi conosciuta come la “macchia bianca”. I suoceri volevano che il marito la lasciasse, ma lui si rifiutava (uno dei due suoceri di Singh sostenne che la famiglia non l’aveva mai colpita, ma disse che “in una famiglia certi combattimenti si verificano”). Singh stava andando a incontrare il marito alla stazione di polizia, dove pensavano di stilare una denuncia. La donna col sari verde ascoltò attentamente e poi le disse di chiamare Dahariya.
Nelle settimane che seguirono, Dahariya e la banda incontrarono i suoceri di Singh e li persuasero a smetterla. Portarono i loro bastoni ma non li usarono, e subito le violenze cessarono. Singh faceva fatica a crederci. Ero senza via d’uscita, non potevo fare niente, pensava. Se non fosse stato per Angoori, adesso sarei morta. Dopo che Singh si unì alla banda, suo marito si meravigliò di quanto fosse diventata baldanzosa sua moglie. Era quasi impossibile sentire dire di una donna di Tirwa che non cucinava per il marito o che usciva senza permesso. Eppure Singh non si offriva più di cucinare per il marito quando tornava a casa dal lavoro e spesso sembrava avere delle cose sue da fare. Durante una visita alla stazione di polizia di Tirwa per rilasciare una denuncia per violenza domestica per conto di un’altra donna, imprecò contro un poliziotto che si rifiutava di accogliere la sua dichiarazione. “Non sei nato da un ventre di donna ma da un ventre di mucca!”, disse Singh al funzionario, ridacchiando mentre più tardi riferiva la storia. “Adesso se vado nell’ufficio della polizia, prendo una sedia,” disse con orgoglio. “Adesso se qualcuno mi picchia, inizio a picchiare.”
Non molto tempo dopo che Singh si era unita alla banda, Dahariya si rivolse a lei per farsi aiutare in un caso complicato. Una ragazza di un borgo vicino era stata data in sposa a 15 anni e al momento aveva una storia con un altro uomo, un ingegnere. La ragazza, magra come uno stecco e di povera famiglia, si era innamorata di lui mentre stava cucinando e pulendo in casa sua. La madre della ragazza disse che sua figlia l’aveva picchiata quando aveva tentato di intervenire, così aveva chiesto alla Gang verde di aiutarla a farla tornare da suo marito.
Dahariya e Singh avevano convinto più volte la ragazza a ritornare dal marito ma non era mai rimasta a lungo. Alla fine, dopo parecchi mesi la banda ne ebbe abbastanza. In un freddo mattino di gennaio del 2016, Dahariya, accompagnata da Singh, Ram Kali, e diverse donne della Gang verde, si recò nella casa dell’ingegnere. Era una casa di mattoni a due piani con la struttura in cemento, con il bucato appeso al tetto. Singh prima busso e poi entrò. Le altre donne, con i bastoni in mano, le andarono subito dietro.
Secondo la versione di Singh, la ragazza si agitò e le morse una mano. Per tutta risposta Singh iniziò a colpirla con il bastone e Dahariya usò i sandali. Quando le donne trascinarono per i capelli la ragazza fuori dalla casa, diversi giornalisti erano lì a riprendere la scena. Un reporter locale, disse Dahariya, li aveva invitati, come faceva spesso quando la Gang verde si radunava in forze per uscire. “Sangita, l’ha colpita. Ram Kali, l’ha fatto!”, grida Dahariya in un video dell’incidente che era stato diffuso per il paese. “Non ti importa della reputazione dei tuoi genitori?” chiede Dahariya alla ragazza. “Prendetela. Sta scappando,” avverte un’altra affiliata alla banda. La ragazza piange e chiede aiuto a sua madre. Le donne la caricano con la forza in macchina e il video si interrompe. Singh e Dahariya più tardi si vantarono di ciò che successe dopo. Portarono la ragazza in un altro villaggio e la fecero sposare contro la sua volontà con un altro uomo. Pensarono che se non voleva stare con il suo primo marito, un secondo marito l’avrebbe tenuta lontana dall’ingegnere.
La polizia tuttavia non era d’accordo. Con le luci dei riflettori nazionali su di loro, i funzionari riportarono a casa la ragazza e le fu concesso il divorzio. Dahariya, Singh e Ram Kali vennero arrestate. Nella denuncia alla polizia la ragazza aveva evidenziato otto possibili crimini, compresa la violazione di domicilio, l’offesa intenzionale, l’aver causato volontariamente delle ferite, intimidazione e aggressione. Dahariya venne tenuta in prigione a Tirwa per almeno una settimana. Mentre si trovava dietro alle sbarre, centinaia di affiliate alla Gang verde arrivarono dai villaggi vicini per chiedere il suo rilascio. Dozzine di donne dormirono fuori dalla prigione per giorni e una di loro disse: “Potrei perfino dare il sangue per Didi,” termine che significa “sorella maggiore”, usato da molte donne per indicare Dahariya. (Nonostante le molte accuse nei suoi confronti, il caso contro Dahariya fu lasciato cadere dalla corte.)
La ragazza, che non volle che fosse fatto il suo nome per paura di ritorsioni, affermò che rimase traumatizzata per anni dopo l’incidente. “Mi picchiarono davvero forte. Mi colpirono pesantemente con i bastoni. Mi sbatterono la testa contro il muro.” Si guardava i piedi mentre parlava. Continuava a sostenere di non avere morso Singh. “E mi fecero sposare con la forza. Non conoscevo nemmeno il nome di quel ragazzo.” Dopo che ebbe ottenuto il divorzio la ragazza e l’ingegnere si sposarono. Adesso hanno un bambino di due anni. Ma lei non si è mai ripresa del tutto. “Sono debole. Mi mancano le forze,” ripeteva. “Inizio a tremare se solo sento le parole ‘Gang verde’.”
Dahariya non si è mai scusata per il pestaggio. Non con la ragazza. Non con la madre della ragazza, che aveva implorato di non picchiare la figlia e che ora desiderava di non aver mai chiesto aiuto alla Gang verde.
In una nebbiosa giornata di gennaio del 2019, Dahariya stava tranquillamente recandosi in auto presso un villaggio vicino per rispondere a una chiamata. Si trattava di una cosa di poco conto, come erano spesso i casi della Gang verde – una disputa per una questione di acque di scolo – così andò da sola. Quella settimana un’affiliata dalla voce roca della banda che abitava nel villaggio, di nome Gudden, era arrivata nel suo ufficio con lividi e tagli sulle gambe, lamentandosi di essere stata colpita da un’altra donna durante una discussione per un problema di sversamento delle acque.
Erano passati tre anni da quando era stata picchiata la ragazza che viveva con l’ingegnere, e la gente in città diceva che Dahariya era cambiata. Dopo il fatto i conduttori televisivi denunciavano che la Gang verde era come i teppisti. Era la prima volta che il gruppo aveva avuto un’attenzione a livello nazionale e il reportage era stato tutt’altro che positivo. Gli abitanti del villaggio pensavano che Dahariya adesso era molto più prudente. Dicevano che la Gang verde usava i bastoni molto meno spesso di prima. Ma Dahariya negava di essere diventata più malleabile. “Non è cambiato niente,” si sforzava di dire mentre l’auto sobbalzava tra le buche sulla strada verso il villaggio di Gudden. “Non pensate che io abbia paura di andare in prigione o a una stazione di polizia. Se qualcuno si comporta male con me o con i membri della mia banda, ricomincerò a picchiare.”
Però sembrava proprio che Dahariya fosse cambiata. Alla fine del 2018 accettò il ruolo di segretaria dell’ala femminile del Partito Samajwadi, che aveva una certa influenza nell’Uttar Pradesh. Era stata una decisione difficile. Era preoccupata del fatto che entrare in politica poteva essere visto come un segno di corruzione. Ma offriva l’opportunità di consolidare un certo potere, troppo vantaggioso per rinunciarvi. Con un ruolo in un partito influente, sarebbe stato difficile per la polizia arrestarla. E lei sapeva che la Gang verde non poteva andare molto lontano senza soldi in cassa. I capi del partito le avevano promesso di assegnare una pensione mensile per le sue donne più povere. Forse poteva perfino concorrere e ottenere un’alta carica, come aveva fatto Phoolan Devi.
Anche per il Partito Samajwadi Dahariya rappresentava un’opportunità. Incarnava la promessa di migliaia di voti. Si diceva che la Gang verde avesse 14,000 iscritte nello stato di Uttar Pradesh e in quelli circostanti, sebbene fosse difficile provarlo. Quando il Partito organizzò un evento a Tirwa per annunciare la recente entrata di Dahariya – gli striscioni sventolavano e la sua faccia era stampata su un grande cartellone – si presentarono circa 600 donne della Gang verde. Quando lei arrivò qualcuna gridò: “Lunga vita ad Angoori Dahariya.” Al fianco di Dahariya c’era Rajput, che da quando si era unita alla banda nel 2015 si era guadagnata il posto di vice-presidente. Rajput era di una fedeltà assoluta verso Dahariya, nonostante il suo caso non fosse mai stato risolto.
Negli anni che seguirono alla pressione fatta da Dahariya sul marito di Rajput affinché riprendesse sua moglie, la situazione era solo diventata più complicata. Nel 2017 – nel tentativo di porre fine al matrimonio o far cadere la vertenza in tribunale contro di lui – Kumar fece una denuncia sostenendo che il fratello della moglie gli aveva sparato. Secondo i media locali, Kumar si era salvato dal fuoco perché aveva un petardo che era esploso nel taschino. Nonostante le botte, il tradimento e la finta sparatoria, Rajput voleva ancora tornare da lui. Sua madre le ricordava continuamente che nessuna nel suo villaggio aveva mai divorziato o si era risposata e lei sentiva di non poter essere la prima. Dahariya le prometteva che con un po’ più di tempo avrebbe fatto in modo di riunirla al marito, anche se il tribunale non lo aveva fatto. Con la recente posizione nel partito sembrava che tutto fosse possibile.
Nel 2019 però in un giorno di gennaio in cui si stava recando al villaggio di Gudden, Dahariya appariva stanca. Era più calma del solito, guardava fuori i campi di fiori di senape, riso e frumento che si susseguivano. Forse era per tutti i casi che stava seguendo o quella decisione di entrare in politica le pesava. O forse pensava alla disputa sul drenaggio, che sapeva essere un’istanza insignificante ma di non facile soluzione.
Quando Dahariya scese dalla macchina, gli abitanti del villaggio iniziarono subito a gridare per spiegare quello che era successo. Dissero che la rissa tra le donne era iniziata per un bagno improvvisato che stava inquinando l’acqua che scorreva in mezzo a un gruppo di capanne di paglia. Dahariya zittii le donne, che parlavano l’una sull’altra per condividere la loro versione dei fatti. “Un villaggio è come una famiglia, e allora perché vi picchiate?”, disse loro. “Picchiare chiunque è una cosa sbagliata.” Espresse i suoi dubbi sui tagli della ragazza, che sembravano, disse, cicatrici vecchie e mostrò simpatia per Gudden.
“Ma come puoi dire che la stavamo picchiando?”, intervene la ragazza. “Tu c’eri?” Ci fu un momento di silenzio e poi Dahariya parlò, questa volta con un tono più basso. L’intero villaggio si avvicinò per sentire. “Sapete bene che io non aiuto chi è nel torto,” affermò Dahariya e poi disse loro di richiamarla solo se avevano prove video.
A casa nel pomeriggio, al calar del sole, mentre i suoi figli e i suoi nipoti sedevano attorno a lei, Dahariya dise che non era sicura di chi fosse la colpa. “C’è molta confusione ed è difficile scoprire la verità,” disse confusa. In assenza di prove materiali, aveva favorito chi apparteneva alla banda. Ma non fare nulla non era tra le opzioni. Questo è quello che facevano i poliziotti e i tribunali. La Gang verde doveva essere diversa. Prese in braccio il suo nipotino e lo baciò sulla fronte. Suonò il telefono e allungò il bambino al figlio. “Sono Dahariya,” disse alzando la voce.

Articolo di Elizabeth Flock comparso sul California Sunday Magazine il 1 agosto 2019. Foto di Gayatri Ganju.

ELIZABETH FLOCK è una giornalista che scrive su genere e giustizia ed è l’autrice di The Heart Is a Shifting Sea: Love and Marriage in Mumbai.
GAYATRI GANJU è una fotografa di Bangalore. Al momento sta lavorando a un progetto a lungo termine con le comunità native dell’India del Sud.
Saurabh Sharma e Dipali Raghave hanno fornito notizie aggiuntive.

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Foto della Gulabi Gang.        Le donne indiane ridipingono l’arcobaleno

Il sistema delle caste, chiarimenti tratti da Le società matriarcali. Storia delle culture indigene del mondo di H. Goettner-Abendroth.

15.1 Il matriarcato all’interno del sistema di casta
[…] Il “matriarcato all’interno del sistema di casta” è una contraddizione in termini. Da nessun’altra parte la gerarchia patriarcale ha permeato così capillarmente una società come nel sistema di casta indù dell’India. Le società matriarcali, al contrario, non conoscono gerarchie di genere, dove un sesso prevale sull’altro, né tantomeno gerarchie professionali, dove un’attività è più importante di un’altra. Entrambe le gerarchie sono tipiche delle società patriarcali e nell’India induista si sono sviluppate fino a diventare un modo di vivere.
Il paradosso del “matriarcato all’interno del sistema di casta” può essere spiegato solo nel contesto della storia indiana, unica nel suo genere. Come tutte le civiltà urbane del Neolitico e dell’età del Bronzo, l’antica cultura nata sulle rive dell’Indo nell’India nordoccidentale era fondata sul matriarcato, e tale rimase per tutta la sua lunga storia. Molti archeologi la considerano una propaggine dell’antica cultura sumera alla quale era strettamente imparentata. I siti più famosi sono i centri di Mohenjo Daro e Harappa (mappa 10). La famosa cultura dell’Indo era una civiltà agricola e urbana altamente sviluppata e la propensione delle sue genti a viaggiare per mare ne estese l’influenza ben oltre la zona circostante. Non si espanse solo lungo le rive del grande fiume Indo, ma anche sul litorale, fino a raggiungere la Mesopotamia. Fiorì per ben oltre un millennio, fino a quando l’India nordoccidentale non fu conquistata dai patriarcali Ariani indoeuropei che, dopo aver distrutto la cultura dell’Indo, iniziarono a patriarcalizzare tutta l’India: il gerarchico sistema di casta dettato dalla religione risale a loro.
[…] Intorno al 2000 a.C. giunsero dal nord gli Ariani indoeuropei che si autodefinivano “i nobili”. Nel 1750 a.C., grazie alla superiorità delle loro armi di ferro, avevano già distrutto tutti i centri urbani lungo l’Indo. Si appropriarono della cultura dei predecessori, di gran lunga superiore, ma non delle credenze, e svilupparono una loro religione patriarcale, il bramanesimo vedico. Per migliaia di anni i suoi precetti si diffusero in tutta l’India, poiché tutti gli altri popoli e le altre religioni furono assoggettati al sistema gerarchico delle caste. Il coacervo di tante religioni e modi di vivere diversi, impregnati tutti, più o meno, di precetti vedici patriarcali, è oggi conosciuto con il nome di “induismo”. A differenza del bramanesimo, l’induismo non è una religione chiaramente definita, quanto piuttosto l’insieme dei diversi modi di vivere delle varie popolazioni autoctone dell’India che, insieme alle loro divinità e credenze, sono state integrate nel sistema di casta.
Anche se deformati dalla pressione del bramanesimo, di queste culture permangono tuttora innumerevoli elementi matriarcali. Il processo può essere paragonato all’azione missionaria della chiesa cristiana in Europa, che con il suo culto della Madonna e delle sante si è sovrapposta nei secoli alle divinità e ai simboli matriarcali antichi, deformandoli all’interno di una cornice patriarcale.
Dopo la distruzione della cultura dell’Indo, molti popoli di tradizione matriarcale fuggirono dall’aggressione ariana […]

15.3 I Nayar, i Pulayan e i Parayan
[…] Il popolo parayan, detto anche holeya, è molto più numeroso di quello pulayan, e la sua agricoltura assai ben sviluppata. Il loro ordine matriarcale è simile a quello dei Khasi. Con l’arrivo dei bramini indù furono loro imposti sempre più elementi patriarcali, e furono punite quelle pratiche che deviavano dalla norma indù. In seguito all’introduzione del sistema di casta, queste popolazioni divennero pariah, (da parayan), i poveri “intoccabili”, la casta più oppressa di tutte. Per più di duemila anni hanno dovuto sopportare tutte le umiliazioni che il sistema di casta poteva loro infliggere e sono stati disprezzati da tutte le altre caste, perfino dai Pulayan. Erano considerati così “sporchi” che era loro vietato alzare lo sguardo, perché anche l’occhiata più sfuggente poteva essere infetta. Non potevano parlare con nessuno senza prima coprirsi la bocca, né camminare sulla pubblica via, perché persino l’impronta del loro piede avrebbe potuto contaminare i membri delle caste più alte. Era loro proibito l’uso delle fontane indù e non potevano recarsi a pregare nei templi industi. Erano gente di fatica, i servi e la forza lavoro dei Nayar, e svolgevano le mansioni più umili.
In realtà, la ragione per cui furono tenuti così a lungo sottomessi dipendeva dal fatto che i Parayan erano più numerosi, e la loro cultura matriarcale più evoluta di quella dei Pulayan. Ciò li mise in grado di opporre una resistenza più accanita e, quando la loro pericolosità crebbe, furono repressi più brutalmente dei Pulayan. Ma la loro condizione peggiorò solo con l’introduzione del sistema di casta indù; ne è dimostrazione il fatto che ancora oggi mantengono alcuni dei privilegi iniziali di cui godevano sotto i padroni nayar. Vivono nei loro villaggi, lontani dalle ville dei Nayar e sono relativamente indipendenti. Quando i bramini entrano nei loro villaggi presieduti dai “velluvan”, capi e sacerdoti che svolgono anche la funzione di sciamani e guaritori, non è raro che vengano brutalmente picchiati dagli abitanti. Venerano molte “amma”, oltre alla loro dea principale, Athal, e allestiscono gare di bufali dedicate a Bhagavati. In occasione del suo matrimonio, lo sposo parayan può montare sull’elefante del padrone nayar; almeno una volta nella vita gli è consentito cavalcare come un re. Ogni anno un “velluvan” parayan viene scelto per essere promesso ritualmente in matrimonio alla statua della dea Sriperumbudur e, grazie al ruolo cerimoniale che riveste, può perfino essere condotto presso le corti dei re nayar. Se però un parayan attraversava il cammino di un guerriero nayar senza il suo permesso, questi gli tagliava la testa senza tante cerimonie.

Programma VII Campeggia matriarcale – 29 agosto/1 settembre

Ecco finalmente il programma dettagliato della VII edizione della Campeggia matriarcale, incentrata quest’anno su LA SCIENZA DELLE DONNE.  La scelta del tema nasce dal nostro impegno a studiare e diffondere la cultura matriarcale del passato e del presente, come organizzazione sociale incentrata sulle donne che ci può ispirare un’alternativa ai sistemi patriarcali in cui viviamo. La presenza di uno spazio dedicato alla realtà delle donne curde che stanno costruendo giorno dopo giorno un cambiamento di paradigma nei loro territori è l’occasione per confrontarci e creare reti che travalichino i confini costruiti dagli uomini.
Come traccia seguiremo le indicazioni di massima contenute nel primo saggio tradotto in italiano sulla
 JINEOLOJI, la Scienza delle Donne CurdeL’energia femminile che metteremo in atto nelle quattro giornate di convivenza farà il resto … Vi aspettiamo per vivere insieme a noi questa bella esperienza.

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